ROMA - Jimmy Greaves, 80 anni, è ricoverato in ospedale. Condizioni stabili. Non si parla di coronavirus: "Controlli accurati ma speriamo non debba restare qui a lungo", ha dichiarato Terry Baker, suo amico e agente. In campo Greaves era un capolavoro fra calcio classico e movimenti già moderni. Rapido, brillante, in area così come nella vita. Fin troppo. Quando il Tottenham lo cedette al West Ham, nel marzo del 1970, dissero: "E' il club peggiore per chi ama bere". Vero. Era la squadra dell'est di Londra, ma era soprattutto la squadra di conclamati gaudenti bevitori come Bobby Moore, Frank Lampard padre e lo stesso Harry Redknapp (la cui passione per la birra si può ancora apprezzare nelle gote rubizze dell'uomo comunque invecchiato assai bene).
Greaves aveva già intrapreso la sua parabola discendente e, diciamo così, non si preoccupò di smentire la diceria. Anzi, già nel '66, per i Mondiali in casa, Greaves non aveva più le stelle dalla sua parte e per qualche ragione il ct Ramsey avrebbe dovuto ringraziare il destino. Greaves s'infortunò contro la Francia e il suo posto, al centro dell'attacco, venne preso da Geoff Hurst, il quale sarebbe diventato l'eroe assoluto dell'unico trionfo inglese nella storia del calcio, con la sua diabolica finale e con il suo satanico gol-non-gol ai supplementari contro la Germania Ovest il 30 luglio a Wembley. Greaves rimane comunque il leader in campionato: il suo numero di reti (357) è tuttora insuperato, così come il suo "vizio" di debuttare in un club sempre andando a segno.
Ma negli anni Settanta le tante bevute lo spinsero sino alla porta degli Alcolisti Anonimi. Raccontava: "A vent'anni mi facevo solo un paio di birre nel dopopartita, poi con i compagni del Tottenham avevamo costituito un vero e proprio club di bevitori: io, Dave Mackay, Bobby Smith, Cliff Jones, John White, Bill Brown, ma negli anni Sessanta e Settanta quasi tutti i giocatori in Inghilterra bevevano, e finché non eccedevi i club non ti dicevano niente, anzi ritenevano che cementasse lo spirito di squadra. Non è comunque vero che quando giocavo nel Tottenham fossi già alcolizzato, viaggiavo sempre alla media di 20-25 gol a stagione, i guai grossi iniziarono dopo". In Italia passò come una cometa, avrebbe potuto dare tanta luce al Milan, ma qualcosa andò di traverso, tanto a lui quanto a Nereo Rocco. In teoria il Milan, nel maggio del 1961, aveva messo le mani sulla più fulgida stella del calcio inglese, un 21enne londinese del quartiere di Dagenham, enclave di povertà a est di tutto, che già quattro anni prima aveva fatto uscire gli occhi dalle orbite dei cronisti durante un derby fra Tottenham e Chelsea. Era il 24 agosto del 1957: "Questo ragazzino ha tecnica, senso della posizione e personalità da campione consumato, un talento di prim'ordine con le qualità giuste per poter ricalcare le orme di Duncan Edward, il più giovane giocatore inglese ad aver vestito la maglia della nazionale", si leggeva sul News Chronicle.
Greaves giocava allora con il Chelsea. Ma il metodi del Paròn li conoscevano quasi tutti. Tranne Jimmy il fenomeno. Niente sigarette, un bicchiere di vino a pasto, serietà in campo e possibilmente anche fuori. I ricordi di Greaves erano tremendi: "Rocco gridava continuamente, i giocatori erano spaventati da lui. Una volta, nel corso di un allenamento, mi scoprì al bar del campo di allenamento mentre sorseggiavo una birra e fumavo una sigaretta. E andò su tutte le furie. Un grande allenatore, ma anche un pazzo furioso". In realtà andarono entrambi su tutte le furie. Jimmy durò pochi mesi, malgrado l'ottimo rendimento (9 reti in 12 partite). Il Milan, che lo rimpiazzò con Dino Sani, lo cedette al Tottenham per la simbolica cifra di 99.999 sterline perché il manager Nicholson voleva evitare che Greaves scendesse in campo "con la pressione di un calciatore pagato 100 mila sterline". Prezzo allora fuori mercato e grande plusvalenza antelitteram. Se Greaves torna a casa magari potrebbe raccontarci ancora una volta come andarono veramente le cose, fra lui e il Milan. E perché non riuscì nemmeno lui a fare vincere al Tottenham un campionato (l'ultimo per gli Spurs fu nel '61). Greaves vinse solo due Fa Cup.
Greaves aveva già intrapreso la sua parabola discendente e, diciamo così, non si preoccupò di smentire la diceria. Anzi, già nel '66, per i Mondiali in casa, Greaves non aveva più le stelle dalla sua parte e per qualche ragione il ct Ramsey avrebbe dovuto ringraziare il destino. Greaves s'infortunò contro la Francia e il suo posto, al centro dell'attacco, venne preso da Geoff Hurst, il quale sarebbe diventato l'eroe assoluto dell'unico trionfo inglese nella storia del calcio, con la sua diabolica finale e con il suo satanico gol-non-gol ai supplementari contro la Germania Ovest il 30 luglio a Wembley. Greaves rimane comunque il leader in campionato: il suo numero di reti (357) è tuttora insuperato, così come il suo "vizio" di debuttare in un club sempre andando a segno.
Ma negli anni Settanta le tante bevute lo spinsero sino alla porta degli Alcolisti Anonimi. Raccontava: "A vent'anni mi facevo solo un paio di birre nel dopopartita, poi con i compagni del Tottenham avevamo costituito un vero e proprio club di bevitori: io, Dave Mackay, Bobby Smith, Cliff Jones, John White, Bill Brown, ma negli anni Sessanta e Settanta quasi tutti i giocatori in Inghilterra bevevano, e finché non eccedevi i club non ti dicevano niente, anzi ritenevano che cementasse lo spirito di squadra. Non è comunque vero che quando giocavo nel Tottenham fossi già alcolizzato, viaggiavo sempre alla media di 20-25 gol a stagione, i guai grossi iniziarono dopo". In Italia passò come una cometa, avrebbe potuto dare tanta luce al Milan, ma qualcosa andò di traverso, tanto a lui quanto a Nereo Rocco. In teoria il Milan, nel maggio del 1961, aveva messo le mani sulla più fulgida stella del calcio inglese, un 21enne londinese del quartiere di Dagenham, enclave di povertà a est di tutto, che già quattro anni prima aveva fatto uscire gli occhi dalle orbite dei cronisti durante un derby fra Tottenham e Chelsea. Era il 24 agosto del 1957: "Questo ragazzino ha tecnica, senso della posizione e personalità da campione consumato, un talento di prim'ordine con le qualità giuste per poter ricalcare le orme di Duncan Edward, il più giovane giocatore inglese ad aver vestito la maglia della nazionale", si leggeva sul News Chronicle.
Greaves giocava allora con il Chelsea. Ma il metodi del Paròn li conoscevano quasi tutti. Tranne Jimmy il fenomeno. Niente sigarette, un bicchiere di vino a pasto, serietà in campo e possibilmente anche fuori. I ricordi di Greaves erano tremendi: "Rocco gridava continuamente, i giocatori erano spaventati da lui. Una volta, nel corso di un allenamento, mi scoprì al bar del campo di allenamento mentre sorseggiavo una birra e fumavo una sigaretta. E andò su tutte le furie. Un grande allenatore, ma anche un pazzo furioso". In realtà andarono entrambi su tutte le furie. Jimmy durò pochi mesi, malgrado l'ottimo rendimento (9 reti in 12 partite). Il Milan, che lo rimpiazzò con Dino Sani, lo cedette al Tottenham per la simbolica cifra di 99.999 sterline perché il manager Nicholson voleva evitare che Greaves scendesse in campo "con la pressione di un calciatore pagato 100 mila sterline". Prezzo allora fuori mercato e grande plusvalenza antelitteram. Se Greaves torna a casa magari potrebbe raccontarci ancora una volta come andarono veramente le cose, fra lui e il Milan. E perché non riuscì nemmeno lui a fare vincere al Tottenham un campionato (l'ultimo per gli Spurs fu nel '61). Greaves vinse solo due Fa Cup.