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Benitez, un maestro mai diventato 'speciale'

Rafael Benitez 
Festeggia 60 anni il tecnico spagnolo, che ha raccolto vittorie ovunque (Liverpool, Inter, Chelsea, Napoli) senza però mai riuscire a porsi al livello dei grandi come Guardiola e Mourinho
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Rafa Benitez, che oggi compie sessant'anni, ha un senso dell'umorismo che il più delle volte tiene per sé, come se stonasse nel quadro generale. Quando allenava il Liverpool, soprattutto nei primi mesi, ascoltava spesso i Beatles, a casa, la sera. Era il suo modo di entrare in contatto con i sentimenti più profondi della città. Bisogna essere svelti come loro, ripeteva. Ma anche pensierosi come loro, aggiungeva. Insomma anche nel calcio, secondo Benitez, ci sono due momenti distinti e complementari: la fase creativa, che comporta ispirazione e riflessione, e la fase esecutiva, attraverso la quale si imprime energia e con questa si comunica ciò che si è appreso. La canzone finale è come una rete: un traguardo per nulla simbolico.

Benitez continua ad essere un grande allenatore anche se dal 2019 ha cercato la "solita" pensione mascherata in Cina, sulla panchina del Dalian Yifang. Uno che ha scritto pagine importanti, lasciato tracce, ha fatto parlare e a volte ha persino emozionato. Che ha vinto Champions, campionati, che ha segnato epoche, soprattutto con il Liverpool. Eppure non è mai diventato uno "speciale", un maestro di calcio, uno da ricordare e da mettere lì, fra i più incisivi tecnici degli ultimi 20 anni. Era sempre a un passo dall'emergere, dal porsi al livello degli altri grandi, Guardiola, Mourinho. Ma non c'è mai riuscito. Quello scalino è stato per lui una grande muraglia.
La Champions vinta con il Liverpool 

Nella biografia scritta da Paco Lloret e uscita nell'anno della conquista della Champions con il Liverpool a danno del Milan nella notte, quasi tragica per il mondo rossonero, della rimonta di Istanbul, era il 2005, c'è una definizione che chiarisce, magari solo in parte, il mistero di questo signore del calcio: Benitez, si legge, è un "private man". Uno che se ne sta sulle sue, che rifugge appena può, che non asseconda mode, non ama esporsi con mezzi inappropriati, civile, colto, garbato. Quindi: fin troppo. Esemplare il suo arrivo o meglio il suo ritorno a casa, al Real Madrid, lui che è di Madrid e a Madrid ha iniziato a giocare a calcio: sembrava un approdo naturale, sembrava che le due parti avessero, in quel frangente, bisogno l'una dell'altra, come la gomma di una ruota ha bisogno dell'asfalto sotto di lei. I fatti dicono che non s'accese mai nulla, una passione condivisa, una scintilla. Semplicemente, era troppo tardi. Il Real Madrid stava ancora cercando di capire cosa si sarebbe dovuto aspettare dal dopo-Ancelotti, che voleva dire "dopo-Dècima". E Benitez forse avrebbe dovuto pensarci prima al suo "homecoming". Altri trionfi, pensò Florentino Perez? Sì, certo, ma non con Benitez, che non piaceva neppure per la sua complessione fisica. Si raccontava che i dirigenti non riuscissero a farsi una ragione del fatto di doversi confrontare con tecnici avversari di ben altro aspetto, la magrezza da passerella di Luis Enrique soprattutto. Sfortuna volle, agli occhi e al cuore di Benitez, che Zidane, un altro dal look inappuntabile, rilevasse la baracca agli ottavi di Champions e riportasse la squadra al trionfo europeo (e sempre in finale contro l'Atletico come avvenne per la "dècima" di Ancelotti). Una sconfitta di campo e di cultura.
Benitez con De Laurentiis al Napoli 

Eppure Benitez non era quell'usa (poco) e getta (subito) che pareva essere diventato. Non sapeva più come raccontare e mettere a frutto il proprio talento: tutto qui. Si era come impigrito, si era come piegato al sospetto che in pochissimi anni il pallone l'avesse scavalcato, dimenticando ciò che di buono aveva fatto, specie al Valencia e al Liverpool. A cominciare dalla sua esperienza all'Inter, scelse piuttosto male le sue nuove abitazioni, immaginandosi stanziale e scoprendosi invece precario. In nerazzurro pagò l'essere arrivato dopo il "triplete", tanto che nessuno lo ricorda come artefice comunque di due vittorie, fra cui il Mondiale per Club e per aver creduto in Coutinho, poi venduto ad un mercato che non condivise. Al Napoli gettò forse le basi per la rivisitazione dello chef successivo, Sarri, che indubbiamente utilizzò meglio di lui alcuni ingredienti (Hamsik). Ma anche al San Paolo Benitez è passato come un venticello, pur vincendo Coppa Italia e Supercoppa Italiana. E se la portata dell'impegno e del rapporto si può vedere dal tenore dell'addio, ebbene, anche a Napoli non è che qualcuno si sia strappato i capelli quando De Laurentiis decise di congedarlo.
Benitez solleva l'Europa League vinta con il Chelsea 

Al Chelsea, prima di tingersi (o fingersi) partenopeo, aveva vissuto nella stessa trama di aspettative alte e scarsi riconoscimenti. Prese in corsa la squadra londinese quando era campione d'Europa in carica ma aveva scaricato Di Matteo (anche lui entrato a stagione iniziata), vinse l'Europa League con alcuni accorgimenti tattici (lo spostamento di David Luiz a centrocampo) e un po' di buona sorte. Ma anche a Londra, poco griffato come essere umano si potrebbe dire, non piace, è poco glamour, qualcuno lo vede già invecchiato, parla a stento con i calciatori e qualcuno di loro si lamenta per queste relazioni astratte. Cosicché gli viene dato il benservito.
La presentazione al Real Madrid 

Benitez è sempre stato innamorato del calcio italiano, cui avrebbe volentieri regalato un po' di quel possesso palla che aveva studiato e applicato con il suo meraviglioso Liverpool, negli anni tra il 2005 e il 2009. Quella squadra formidabile, impostata su un 4-2-3-1 praticamente perfetto, simile a quello pensato e sviluppato da Spalletti con la Roma, è stata una delle più belle dimostrazioni di calcio del nuovo tempo, con interpreti straordinari e decisivi come Steven Gerrard, Xavi Alonso, Fernando Torres, Javier Mascherano, Dirk Kuyt. Il 4-0 al Real Madrid nel ritorno degli ottavi di Champions del 2009 che seguì la vittoria al Bernabeu dell'andata (1-2) fu l'inevitabile conclusione di una partita strepitosa, in cui la sua filosofia si impose con la leggerezza di un verso poetico e con la dirompente autorevolezza di una legge del cuore. Benitez a quel tempo giocava come sognava Guardiola alle prime armi negli stessi anni: lasciate che i ragazzini si divertano, il pallone è una cosa da bambini. Una cosa che si sogna. E ogni tanto si gioca. Vietato dimenticare Rafa Benitez.
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