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Gerrard e i suoi primi 40 anni: l'idolo che vinse quasi tutto

E' stato il più grande calciatore inglese degli ultimi 30 anni. Con il Liverpool ha conquistato da solo la Champions del 2005 a Istanbul. Ma non è mai riuscito a prendersi la Premier

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Steven Gerrard poteva vincere tutto, tanto, sempre. E' stato uno dei più grandi e moderni interpreti del calcio totale, dove per totale si deve intendere totale: attacco e difesa, assist e reti, leadership e umiltà, origini proletarie e titolo di baronetto. "Stevie G" compie oggi 40 anni. Ma non ha vinto ciò che avrebbe meritato: solo una Champions League, e la vinse quasi da solo, due FA Cup e una di queste, la seconda, la vinse quasi da solo, tre Coppe di Lega, due Community Shield. Ciò che manca, e clamorosamente, nella sua bacheca è la Premier. Il più grande calciatore inglese degli ultimi 30 anni non ha mai vinto il suo campionato. Incredibile. Ha pagato la maledizione del suo Liverpool, che forse soltanto fra un mese o due potrà tornare a festeggiare la conquista del titolo, esattamente dopo trent' anni. Ma Gerrard non c'è più. Trent' anni che sono durati il doppio perché pesano ancora come trenta macigni sul cuore degli appassionati che si ritrovano ad Anfield, che hanno scavato solchi nell'anima dei Reds e dei loro tifosi, che hanno inciso negativamente al punto da sbriciolare persino la Kop, la curva delle curve, che infatti è stata recentemente ristrutturata. E ampliata.

Quando l'abbiamo conosciuto, a La Manga, in Andalusia, mentre preparava la sua seconda finale di Champions nel 2007, e sempre contro il Milan, "amato, rispettato, temuto", come ci disse, Gerrard aveva ancora una vita davanti. Parlava con quel suo inglese schiacciato, dai toni sempre pacati. Raccontando di sé, si esprimeva come se non volessi disturbare, come se fosse sempre sul punto di ringraziare per l'attenzione che gli veniva ogni volta riservata. Il simbolo del Liverpool aveva i cori a lui dedicati, il più celebre di tutti sulle note di "Que sera sera", dove si intona fra l'altro: "Steve Gerrard, Gerrard, he'll pass the ball 40 yards, he's better than Frank Lampard, Steve Gerrard, Gerrard". Ed è un tema che si posizionava poco sotto l'eterna "You'll never walk alone". Oppure quello in cui si canta sulle note di "Can't take my eyes" (la canzone nel "Cacciatore" di Cimino): "You're just too good to be blue (allusione al colore dell'Everton, l'altra squadra di Liverpool, ndr), they can't take the ball off of you, you've got a heavenly touch, you pass like Souness or Rush". Ma di tutto questo amore, legittimo, ogni tanto Gerrard sentiva il peso: "A volte è come se troppo amore ti togliesse la concentrazione per giustificarlo...".
 

Quattro giorni prima della finale di Atene, alla fine un allenamento piuttosto leggero iniziato con un tuffo in mare collettivo (soltanto Dudek, eroe di Istanbul ma ormai secondo di Pepe Reina, si rifiutò: non sapeva nuotare) Gerrard ci disse: "Voglio rivincere la Champions? Certo. Ma se mi chiedete di fare a cambio con una Premier accetto". Il Liverpool di Benitez non la vinse mai. Né lui, Stevie G. Infatti Gerrard rimane una delle poche star del calcio moderno a non aver mai vinto un campionato. "Ad un certo punto ho pensato che sarebbe stato meglio puntare altri obiettivi: per esempio la salute". In Inghilterra dicono che la FA Cup conti più della Premier (come detto Gerrard di FA Cup ne ha vinte due): "Si equivalgono: ma non così vero che conti di più", ammette Gerrard, "perché vincere la Premier è vincere contro tutti".

Nel 2014 il traguardo sembrava vicino. Come forse mai. Gerrard poteva tornare a toccare il sogno con le mani, tante mani, migliaia di mani i cui proprietari, vivono, vanno allo stadio, dormono indossando la maglietta rossa di una squadra che non vinceva la Premier da troppo tempo: dal 1990. "Ma nessuno si deve montare la testa, nessuno deve mollare un centimetro". Dopo la partita contro il City, ricacciate in malo modo le lacrime nei loro canali di competenza, Gerrard chiamò tutti i suoi compagni in a "huddle", in un abbraccio collettivo. Dal capannello usciva una sola voce: la sua. "Possiamo farcela, restiamo noi stessi". E intanto pensava a come e cosa la vita riservava: proprio nel giorno dei 25 anni dalla tragedia dello stadio di Hillsborough, il Liverpool stava rivedendo la luce, una strana luce, un cammino (fatto di quattro partite) di pura luce. Steven pensò a suo cugino, Jon-Paul, che morì anche lui in quello stadio, ora Jon-Paul Gilhooley è il più giovane nome sulla lapide che ricorda le vittime di quel drammatico pomeriggio a Sheffield. "Aveva un anno più di me. Eravamo come fratelli". Poi alzò lo sguardo verso il cielo che improvvisamente s'era oscurato. Un faccione sorridente gli stava facendo ombra: "Dai Steve, che adesso comincia il bello". Era il suo allenatore Brendan Rogers, quello che avrebbe potuto trasformare il sogno di Stevie in realtà:"Con Brendan si può fare". La stessa cosa disse Rogers: "Con Stevie si può fare!". Specie se accanto a loro c'erano Suarez, Sturridge, Sterling, Coutinho. Rogers aveva deciso di far giocare Gerrard stabilmente davanti alla difesa, forse anche per allungargli la carriera. Steve imparò a difendere ancora meglio, ma senza dimenticare come si attaccava, come si segnava, come si calciavano le punizioni. Fra grandi, non c'è dubbio, quanto avranno impiegato per capirsi? Massimo dieci secondi. Non bastò comunque.

Incredibile, ma fu proprio lo scivolone di Gerrard contro il Chelsea a bloccare di nuovo la confezione del sogno. Da "You'll never walk alone" a "You'll never slip alone". Quello scivolone spinse Steven a fuggire negli Stati Uniti. Ha chiuso al Galaxy, dopo quasi 200 reti da centrocampista box to box. Ora allena i Rangers a Glasgow. Ma quando ripenserà al significato più profondo dei suoi 40 anni, e spegnerà 40 candeline, quando riavvolgerà il nastro dei desideri, tornerà quel buio oltre la siepe. E quel sogno sempre infranto. Di un campione perfetto. Se Klopp vince, vince anche per lui.
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