Inghilterra, Liverpool: il titolo può attendere, 0-0 nel derby con l'Everton
di ENRICO SISTIDerby scialbo, totalmente privo di emozioni. I Reds comunque rinvieranno di poco la vittoria in campionato attesa 30 anni
LIVERPOOL - Il Liverpool deve ancora aspettare. Non è ancora finita. Con lo stadio (il Goodison Park) a fare da spettatore, e con tutta la città che ha civilmente rispettato l’invito della polizia a non creare assembramenti, è andato in scena un derby della Merseyside per il quale forse neppure le acque della Mersey, il mare-fiume di Liverpool, si sarebbero scomodate. Uno 0-0 pallido, in cui la cosa più potente e riconoscibile, al dì là di un paio di occasioni dell’Everton, sono stati gli strilli dalle panchine. Comprensibile ma non accettabile, non troppo a lungo in ogni caso: privato di pubblico e di intensità, parliamo di un calcio, lo ripetiamo, di soli corpi, quindi senz’anima e senza romanticismo. Del resto, alla povera pietanza dovuta alle circostanze, nulla aggiungeva la situazione specifica di Everton e Liverpool. Dopo un inizio folgorante (Carlo era arrivato poco prima di Natale), Ancelotti ha lentamente rinf…
LIVERPOOL - Il Liverpool deve ancora aspettare. Non è ancora finita. Con lo stadio (il Goodison Park) a fare da spettatore, e con tutta la città che ha civilmente rispettato l’invito della polizia a non creare assembramenti, è andato in scena un derby della Merseyside per il quale forse neppure le acque della Mersey, il mare-fiume di Liverpool, si sarebbero scomodate. Uno 0-0 pallido, in cui la cosa più potente e riconoscibile, al dì là di un paio di occasioni dell’Everton, sono stati gli strilli dalle panchine. Comprensibile ma non accettabile, non troppo a lungo in ogni caso: privato di pubblico e di intensità, parliamo di un calcio, lo ripetiamo, di soli corpi, quindi senz’anima e senza romanticismo. Del resto, alla povera pietanza dovuta alle circostanze, nulla aggiungeva la situazione specifica di Everton e Liverpool. Dopo un inizio folgorante (Carlo era arrivato poco prima di Natale), Ancelotti ha lentamente rinfoderato le ambizioni, scoprendo con serenità, ma anche con una punta di rassegnazione, che il parco giocatori attualmente a sua disposizione non gli consentiva di lavorare troppo con la fantasia. Campioni non ne ha. Forse soltanto Sigurdsson potrebbe avere quello spessore in più: ma ormai l’islandese sembra avere imboccato anche lui la china più sgradevole, che arriva per tutti: quella della discesa e del tramonto (infatti non ha più il posto di titolare).
E soprattutto, tolto Calvert-Lewin, ad Ancelotti mancano quelli che la buttano dentro, visto che il pur nobile Richarlison, brasiliano atipico – anche se permane il forte sospetto che tutti i brasiliani siano in qualche modo atipici – non sembra essere uno che vede la porta per puro istinto (stavolta però è stato il primo a creare un’occasione). Capitolo Liverpool: paradossalmente al Liverpool interessa poco la Premier. L’ha talmente già vinta che aspetta soltanto la certificazione dei numeri. Come se la cosa non lo riguardasse. Succedeva prima, potrebbe succedere ancora. Una specie di attesa votiva, col cero in mano, e forse con una punta di fatalismo. Tanto che può accadere con tutti quei punti di vantaggio? Nulla. O quasi. Prima dello stop, però, il Liverpool aveva perso quattro delle ultime sei partite. Magari anche perché aveva tirato il freno e per questo s’era giocato (male) la Champions e la Fa Cup, dalle quali è uscito. “Il calcio non è come risalire sulla bici”, dice Klopp.
C’è bisogno di un lento riadattamento a gesti, posture, motivazioni minime (quelle che ti spingono a recuperare una palla apparentemente inutile). E magari qualcosa non torna. E poi c’è il problema, se vogliamo ancora più spinoso in Inghilterra, del pubblico. Che non si sente, non si vede. Perché non c’è (meglio evitare i display con i volti dei tifosi collegati sulle piattaforme social come a Manchester per City-Arsenal). Insomma derby. Siamo quasi a 300 nella storia, fra le due metà di Liverpool. In campionato l’Everton non vince da 18. Oltre a confermare che uno stadio vuoto spegne il fuoco del “campo amico”, riducendo o azzerando i vantaggi del giocare in casa (salvo i riferimenti visivi), il primo tempo di Everton-Liverpool conferma la differenza tra le due squadre: enorme. Una contiene e riparte. L’altra domina. Eppure ciò non basta a creare una distanza. Anzi. L’unica occasione vera, come detto, ce l’ha Richarlison a inizio gara. Klopp aveva tenuto in panchina Salah (il turnover sarà fisiologico almeno sino alla fine del 2020), ma già dopo 20 minuti l’egiziano ha cominciato a muoversi, a mettersi i parastinchi e a fare stretching (al suo posto in campo c’era Minamino), come se Klopp ci avesse di colpo ripensato. Le due squadre si randellano, se possono. E in tempi di post-Covid è già una notizia.
Ma la qualità dello spettacolo e del gioco non è il massimo. Ma la ruggine è tanta ovunque. Il Liverpool è impegnato così tanto a sbloccare il risultato che talvolta si dimentica di chiudere le ripartenze dell’Everton, che diventano pericolose anche se in teoria non dovrebbero esserlo, perché è vero che sono rapide ma è anche vero che sono prevedibili, essendo affidate ai soli Richarlison e Gordon, 19enne di ottime speranze della nuova Inghilterra. Non manca l’infortunio muscolare: Milner. Non manca l’altro che esce: Matip. Il secondo tempo è di gran lunga peggiore del primo. Eccezione fatta per il clamoroso palo di Davis a dieci minuti dalla fine e alla gran parata di Allison su Richarlison pochi secondi dopo. Una vittoria avrebbe regalato un momento di passione assoluta ad Ancelotti. Alla ruggine, nel Liverpool, s’è combinata la stanchezza. Salah è rimasto in panchina. Se il City, come dovrebbe, batte lunedì sera il Burnley in casa, il Liverpool avrà “appena” 20 punti di vantaggio a otto giornate dalla fine. Il che vuol dire: ancora non ci siamo. Se mercoledì il Liverpool vince col Palace, dovrà aspettare il risultato del City di giovedì in casa del Chelsea: se Guardiola pareggia bisogna aspettare ancora, se vince pure. Se perde allora sarà titolo per i Reds. Dopo la bellezza di trent’anni. La loro “guerra” dei trent’anni.
E soprattutto, tolto Calvert-Lewin, ad Ancelotti mancano quelli che la buttano dentro, visto che il pur nobile Richarlison, brasiliano atipico – anche se permane il forte sospetto che tutti i brasiliani siano in qualche modo atipici – non sembra essere uno che vede la porta per puro istinto (stavolta però è stato il primo a creare un’occasione). Capitolo Liverpool: paradossalmente al Liverpool interessa poco la Premier. L’ha talmente già vinta che aspetta soltanto la certificazione dei numeri. Come se la cosa non lo riguardasse. Succedeva prima, potrebbe succedere ancora. Una specie di attesa votiva, col cero in mano, e forse con una punta di fatalismo. Tanto che può accadere con tutti quei punti di vantaggio? Nulla. O quasi. Prima dello stop, però, il Liverpool aveva perso quattro delle ultime sei partite. Magari anche perché aveva tirato il freno e per questo s’era giocato (male) la Champions e la Fa Cup, dalle quali è uscito. “Il calcio non è come risalire sulla bici”, dice Klopp.
C’è bisogno di un lento riadattamento a gesti, posture, motivazioni minime (quelle che ti spingono a recuperare una palla apparentemente inutile). E magari qualcosa non torna. E poi c’è il problema, se vogliamo ancora più spinoso in Inghilterra, del pubblico. Che non si sente, non si vede. Perché non c’è (meglio evitare i display con i volti dei tifosi collegati sulle piattaforme social come a Manchester per City-Arsenal). Insomma derby. Siamo quasi a 300 nella storia, fra le due metà di Liverpool. In campionato l’Everton non vince da 18. Oltre a confermare che uno stadio vuoto spegne il fuoco del “campo amico”, riducendo o azzerando i vantaggi del giocare in casa (salvo i riferimenti visivi), il primo tempo di Everton-Liverpool conferma la differenza tra le due squadre: enorme. Una contiene e riparte. L’altra domina. Eppure ciò non basta a creare una distanza. Anzi. L’unica occasione vera, come detto, ce l’ha Richarlison a inizio gara. Klopp aveva tenuto in panchina Salah (il turnover sarà fisiologico almeno sino alla fine del 2020), ma già dopo 20 minuti l’egiziano ha cominciato a muoversi, a mettersi i parastinchi e a fare stretching (al suo posto in campo c’era Minamino), come se Klopp ci avesse di colpo ripensato. Le due squadre si randellano, se possono. E in tempi di post-Covid è già una notizia.
Ma la qualità dello spettacolo e del gioco non è il massimo. Ma la ruggine è tanta ovunque. Il Liverpool è impegnato così tanto a sbloccare il risultato che talvolta si dimentica di chiudere le ripartenze dell’Everton, che diventano pericolose anche se in teoria non dovrebbero esserlo, perché è vero che sono rapide ma è anche vero che sono prevedibili, essendo affidate ai soli Richarlison e Gordon, 19enne di ottime speranze della nuova Inghilterra. Non manca l’infortunio muscolare: Milner. Non manca l’altro che esce: Matip. Il secondo tempo è di gran lunga peggiore del primo. Eccezione fatta per il clamoroso palo di Davis a dieci minuti dalla fine e alla gran parata di Allison su Richarlison pochi secondi dopo. Una vittoria avrebbe regalato un momento di passione assoluta ad Ancelotti. Alla ruggine, nel Liverpool, s’è combinata la stanchezza. Salah è rimasto in panchina. Se il City, come dovrebbe, batte lunedì sera il Burnley in casa, il Liverpool avrà “appena” 20 punti di vantaggio a otto giornate dalla fine. Il che vuol dire: ancora non ci siamo. Se mercoledì il Liverpool vince col Palace, dovrà aspettare il risultato del City di giovedì in casa del Chelsea: se Guardiola pareggia bisogna aspettare ancora, se vince pure. Se perde allora sarà titolo per i Reds. Dopo la bellezza di trent’anni. La loro “guerra” dei trent’anni.