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Messi, la meraviglia 'Settecentesca' che sembra non bastare più al Barcellona

Il cucchiaio di Messi all'Atletico Madrid: gol n.700 in carriera (reuters)
Ha scelto il 'cucchiaio' per siglare il gol 700 in carriera. Se confermasse questi ritmi, sarebbe destinato a diventare il cannoniere più prolfico di sempre. Eppure la squadra stenta e non riesce a tenere il passo del Real Madrid capolista ed il tecnico Setien è anche alle prese con il caso Griezmann
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Non ci si abitua alla bellezza. Non ci si abitua all'incipit di "Anna Karenina", non ci si abitua alla "Bohème", non ci si abitua né a Caravaggio né alla cupola di S. Pietro. Non ci si abitua neppure a Leo Messi. Come dicevamo, Leo è ingiusto, colpevole, bugiardo. Perché chi lo guarda, con gli occhi di un'ammirazione sconfinata e quasi rassegnata, dice: dobbiamo prendere esempio da lui. Sbagliato. E' impossibile. Lui rende facile l'assurdo. Nei suoi stop al volo in corsa c'è chiaramente qualcosa che va contro le leggi della fisica, inseguendo insieme concretezza ed estetica, ma in un modo riscritto, quindi unico. Nelle sue ritmiche, più del calcio, c'è la cultura musicale del "levare", della battuta in anticipo che muove il tempo e le cose rubando momenti e così creando nuovi scenari per l'arrangiamento e anche per la fruizione. Tutto prima, tutto senza che gli altri, i suoi avversari, possano organizzare un fronte comune. Messi scorre, gli altri giocano.

Non poteva che essere un'ennesima meraviglia "normale"a sigillare la rete n.700. All'Atletico Madrid, due anni fa, aveva riservato anche la sua 600esima. Ieri un rigore, come un rigore fu il gol (non ufficiale) n. 1000 di Pelè nel lontano novembre del '69: il "solito" cucchiaio, morbido, sicuro. Perché per colpire il pallone in quel modo è necessario avere ogni muscolo decontratto, sino e soprattutto a quello dell'alluce del piede dominante. E poi l'anima decontratta: essere sicuri di ciò che si vuole fare. Altrimenti colpisci dando più forza, non vai abbastanza sotto il pallone, accarezzandolo e al tempo stesso tagliandone idealmente una parte come se al posto del piede avessi un coltello. Messi certe cose le fa a occhi chiusi, non pensando ad altro ma pensando il giusto. Mai di più, perché ogni sovrastruttura è inutile. Messi è tornato dal lockdown con un aspetto ringiovanito, si è tagliato i capelli già due volte, si è rasato soopra le orecchie, forse davvero vuole farci capire di sentirsi più fresco di prima. Delle sue 700 reti ognuno di noi se ne ricorda a memoria almeno 200. Raramente sono state marcature banali, tipo che Messi era lì e gli è bastato mettere il piatto. Raramente Messi non ha condito la sua gloria con altre glorie supplementari, come un passaggio per chiamare il triangolo o una serpentina. Di tutte, cosa difficile, inviterei a memorizzare quella al Betis che tutto lo stadio Villamarin si alzò in piedi ad applaudire con qualcuno dei tifosi di casa che persino mugolava spaventato: "Mamma mia che ho visto!!". E ringrazia per essersi trovato lì, a farsi travolgere da tutto quell'incanto: "Quando il calcio è questo, non esistono avversari, siamo tutti una grande famiglia", disse Alan Shearer, commentando quella partita.

Era il 17 marzo del 2019. Ne aveva fatti tre, ma uno di questi, con un taglio al pallone secco, appena entrato in area, su appoggio di Rakitic, scioglierebbe anche i cuori di ghiaccio e sempre li scioglierà. Una morbidezza inesistente in natura. Più calcio di così si muore, perché è calcio delle alte sfere e pallone del campetto, professionismo e purezza infantile. Più poesia di così, fusa nell'era della sua massima mediaticità ed espressa con un misto di intuizione e muscolarità, non è previsto. Messi è arrivato a 700 reti giocando 862 partite, 111 in meno di quante sono state necessarie a Ronaldo per raggiungere lo stesso traguardo (fu contro l'Ucraina, anche in quel caso un rigore, durante le qualificazione a Euro 2020). Se continua così, la proiezione al 2022, quando Messi avrà 35 anni, ossia l'attuale età di Ronaldo, dice che Leo potrebbe diventare il più prolifico di tutti i tempi. Messi è appena entrato nella stanza dei magnifici sette. Guida il leggendario austriaco-cecoslovacco Josef Bican, mito del calcio mitteleuropeo, con 805 reti. Poi Romario (772), Pelè (767), Puskas (746), Müller (735) e Ronaldo (728). Sia Pelè sia Bican avrebbero superato le 1000 reti, ma con dati non certificabili. Ma sono i dettagli dietro i 700 gol di Messi, i numeri solo apparentemente secondari, ad aumentare il valore del suo cimento: ha segnato più di 40 reti in ognuna delle ultime undici stagioni, superando i 50 in nove di queste. Nel 2012 ha segnato 91 reti. Quanto agli assist, ne sono stati registrati 294. Circa la sua frequenza, pare che abbia scelto gli anni pari per regalare numeri pieni: nel 2012 segnò al Rayo Vallecano la sua rete n. 300, al Granada nel 2014 la n.400, al Valencia nel 2016 la n. 500 e nel 2018 la n.600 all'Atletico Madrid. Riservato, educato e umile, Leo riassume le grandezze degli altri e le filtra col proprio carattere, trasformandole in un modello umanamente e calcisticamente sostenibile, senza scorie nervose.

Unico rammarico è che in questo momento sembra che Messi non basti più al suo Barcellona. Tornata in campo dopo la sosta, la squadra di Setien ha perso la testa della Liga, pare soffrire di più la mancanza del pubblico: il Camp Nou vuoto è una coltellata. Fatto sta che il Barça non sembra in grado di assecondare la grandezza del suo leader in campo, né contrastare, da lontano, la maggiore solidità del Real Madrid, che può anche contare sul vantaggio negli scontri diretti, cosìcché se arrivassero a pari punti il campionato andrebbe al Real Madrid. Pare che Messi abbia più volte riconosciuto, senza scomporsi più di tanto, che vincere non è mai stata una certezza. Ancor meno adesso. Scosso nel profondo da un serio problema di identità tecnica, effetto del progressivo allontanamento dalla filosofia di Guardiola, dal Tata Martino a Setien, passando per Luis Enrique e Valverde, il Barça chiede a Messi di costruire i mobili e di pulire casa. Non si ha più il tempo di aspettare i giovani della cantera, la Masia, che guarda caso, proprio perché non ci sono sbocchi, sta producendo sempre meno prospetti (a parte Fati). Del resto Messi è una cosa e la sua generazione è un'altra, anzi è tutt'altro. Quelli del suo tempo sono andati via quasi tutti, alcuni hanno smesso, altri sono in pensione altrove (Xavi, Iniesta). Restano Piqué, Busquets e Jordi Alba. Suarez, grandissimo, non è più un ragazzino e si fa male spesso. Griezmann non è entrato nei meccanismi e nei cuori (Setien lo ha fatto entrare solo nel recupero contro l'Atletico e le polemiche si sprecano), Vidal è un euforico di talento, ma confusionario, De Jong è bravissimo ma gioca quasi sempre fuori ruolo. Semedo è migliorato ma sulla fascia ci vorrebbe di più. E allora? Per la Champions (c'è ancora il ritorno di ottavi contro il Napoli) si potrebbe chiedere a Messi ancora di più. Ci provino. Magari Leo ha altri miracoli in punta di piedi.

 
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