ROMA - Retrocedere dopo un derby. Retrocedere anche per colpa dell'ultimo derby perso (1-0 rete di Suarez). L'anno infernale dell'Espanyol finisce con uno scricchiolio sinistro, non un tonfo plateale, nel Camp Nou svuotato di gente ma purtroppo per i più deboli non di significati. Era nell'aria. Si sentiva odore di dramma da mesi. La squadra "più seconda" che c'è, nelle stracittadine del mondo unito, unito ovviamente dal pallone, è finita in serie B, la Segunda spagnola, dopo 27 anni di Liga e di profumi d'alto bordo, alcuni dei quali assaporati con gusto quasi sadico di fronte alla grandezza della sua più immediata controparte (il Barcellona), altri solo immaginati. Le ultime parole del tecnico Rufete, uno di casa, sono state: "Fate quello che potete, se potete!". Evidentemente non hanno potuto. Anche se avessero pareggiato con il Barcellona, la loro condanna sarebbe magari arrivata domenica contro l'Eibar in casa e forse, tutto sommato, sarebbe stato anche peggio.
Dura la vita dell'Espanyol, ultima in classifica, ultima tra le ultime di Spagna, ultima al termine non tanto di una stagione quanto di un'epoca in cui i sogni si sono mescolati alle delusioni. L'Espanyol è la Barcellona che non c'è, che non vedi, non senti, addirittura temi che non esista proprio. Vai a Barcellona e non ti domandi mai, nemmeno per sbaglio, se c'è qualcuno che tifa Espanyol. All'occhio dell'appassionato distratto, Barcellona è un solo doppio colore, blau e grana. Difficile associarla al bianco e blu. Difficile pensare che possa esistere un cuore malato d'altro. O due ramble che partano da Plaza de Catalunya. Eppure a qualche fermata di metro dal Camp Nou, c'è proprio questa Barcellona apparentemente così negletta, che ispira tanta gente, che porta passione a Cornellà. A volte i tifosi dell'Espanyol sembrano quasi godere di questa loro (invidiabile) condizione, di rappresentare una minoranza geneticamente e universalmente riconosciuta. Fanno bella mostra del loro essere invisibili, protetti dalla "meravillosa minoria". In pratica si autoproclamano "secondi a vita". E tuttavia ci sono padri catalani che dicono: "Se non fosse per me, i miei figli avrebbero tifato Barça". E madri che vanno a fare la spesa con borse dell'Espanyol. Insomma, nel piccolo paradiso delle seconde a vita, è comunque una "Cuestion de fe", come recita il titolo del libro di Enric Gonzalez, che aveva anche lavorato come corrispondente da Roma per "El Pais".
Come lui, tutti gli altri tifosi dell'Espanyol hanno imparato a vedere il lato positivo del mangiare la polvere. Ogni tanto qualcuno di grande si lascia incantare dalla magia del diverso e trascorre del tempo da queste parti. Quando l'Espanyol arrivò in finale di Coppa Uefa, nel 2007, mentre la Spagna era nel pieno del primo governo Zapatero e il Real Madrid aveva vinto la sua 30a Liga, sulla sua panchina sedeva Valverde. Uno che poi avrebbe passato il tunnel dell'amore per approdare dall'altra parte (solo ai calci di rigore vinse il Siviglia all'Hampden Park di Glasgow). Se da una parte si dice "mes que un club", dall'altra si parla di "força d'un sentiment". E' stato l'Espanyol la prima in città a mescolare giocatori spagnoli e catalani, mentre sull'altra sponda Gamper, che guarda caso era uno svizzero, già pensava a un club alimentato da stelle, in particolare straniere. Una volta la casa dell'Espanyol era il leggendario Sarria (lo stadio in cui l'Italia sconfisse Brasile e Argentina ai Mondiali dell'82). Una bombonera di legno e metallo sospesa tra l'aeroporto e la Diagonal, tra le finestre e i balconi, che raccoglieva il "vero popolo di Barcellona", in netto contrasto con la "natura borghese" del Camp Nou. Ma il Sarria venne demolito nel '97 perché la società, sempre in dissesto finanziario, fu costretta a vendere il terreno sul quale era costruito lo stadio (adesso ci sono delle eleganti palazzine). Fu un colpo durissimo e male assorbito. L'Espanoyl emigrò temporaneamente nello Stadio Olimpico (come ha fatto il West Ham in Inghilterra).
Solo che la collina del Montjuic si rivelò insormontabile, lo stadio era irraggiungibile, collegato male, scomodo, impersonale. E non si riprese sino alla costruzione dello stadio di Cornellà-El Prat, fuori città, ma fortemente identitario. La "catalanità" è un altro elemento di divisione. I tifosi dell'Espanyol si sentono oggi i depositari del sentimento regionale più spinto, più vero, se vogliamo persino più indipendentista, nonostante siano stati a lungo associati al franchismo (ma con errate prospettive storiche) e nonostante nel 1912 il Re Alfonso XII abbia concesso alla loro squadra il titolo di "Real Club" e il permesso di usare la corona nello stemma sociale. Giocatori e tifosi dell'Espanyol sono noti come i "peroquitos", in pratica i pappagalli. Ma i volatili non c'entrano. C'entra piuttosto il passaggio di Zamora (che aveva giocato anche nel Barcellona) dall'Espanyol al Real Madrid e una vignetta che sulla rivista "El Xut", nel 1930, prendeva in giro i pochi tifosi dell'Espanyol, paragonati a "quattro gatti", rispetto a quelli del Real Madrid e i gatti erano rappresentati dal Gatto Felix, che in spagnolo è "Gato Periquito". Dopo 115 anni, l'Espanyol è finito in mani straniere anche lui: cinesi per l'esattezza. Il nuovo proprietario, Chen Yansheng, è il boss della Rastar, colosso cinese di videogame e apparati elettronici, detiene il 99,25% delle quote del club. E' stato lui, appena retrocesso, a invocare la riscossa: "Torneremo, ma più forti". Intanto però i "gioielli" sono all'asta: da Marc Roca, ex Barça, che piace al Milan, a Raul de Tomas, da Sergi Darder a Matis Vargas. E per la difesa Adrià Pedrosa. Da notare: l'Espanyol, da eterna seconda, non ha mai vinto la Liga. Però 4 Coppe di Spagna sì. Al 21' si applaude sempre in ricordo di Jarque, che morì mentre la squadra era in ritiro a Coverciano, nel 2009. All'Espanyol sono transitati Di Stefano, Kubala, N'Kono, Pochettino, De la Pena, Eto'o, Raduciou, Helguera, Paulo Sousa, Asensio, Callejon. E Torricelli. Tutti si saranno sentiti ingranaggi della "meravillosa minoria".
Dura la vita dell'Espanyol, ultima in classifica, ultima tra le ultime di Spagna, ultima al termine non tanto di una stagione quanto di un'epoca in cui i sogni si sono mescolati alle delusioni. L'Espanyol è la Barcellona che non c'è, che non vedi, non senti, addirittura temi che non esista proprio. Vai a Barcellona e non ti domandi mai, nemmeno per sbaglio, se c'è qualcuno che tifa Espanyol. All'occhio dell'appassionato distratto, Barcellona è un solo doppio colore, blau e grana. Difficile associarla al bianco e blu. Difficile pensare che possa esistere un cuore malato d'altro. O due ramble che partano da Plaza de Catalunya. Eppure a qualche fermata di metro dal Camp Nou, c'è proprio questa Barcellona apparentemente così negletta, che ispira tanta gente, che porta passione a Cornellà. A volte i tifosi dell'Espanyol sembrano quasi godere di questa loro (invidiabile) condizione, di rappresentare una minoranza geneticamente e universalmente riconosciuta. Fanno bella mostra del loro essere invisibili, protetti dalla "meravillosa minoria". In pratica si autoproclamano "secondi a vita". E tuttavia ci sono padri catalani che dicono: "Se non fosse per me, i miei figli avrebbero tifato Barça". E madri che vanno a fare la spesa con borse dell'Espanyol. Insomma, nel piccolo paradiso delle seconde a vita, è comunque una "Cuestion de fe", come recita il titolo del libro di Enric Gonzalez, che aveva anche lavorato come corrispondente da Roma per "El Pais".
Come lui, tutti gli altri tifosi dell'Espanyol hanno imparato a vedere il lato positivo del mangiare la polvere. Ogni tanto qualcuno di grande si lascia incantare dalla magia del diverso e trascorre del tempo da queste parti. Quando l'Espanyol arrivò in finale di Coppa Uefa, nel 2007, mentre la Spagna era nel pieno del primo governo Zapatero e il Real Madrid aveva vinto la sua 30a Liga, sulla sua panchina sedeva Valverde. Uno che poi avrebbe passato il tunnel dell'amore per approdare dall'altra parte (solo ai calci di rigore vinse il Siviglia all'Hampden Park di Glasgow). Se da una parte si dice "mes que un club", dall'altra si parla di "força d'un sentiment". E' stato l'Espanyol la prima in città a mescolare giocatori spagnoli e catalani, mentre sull'altra sponda Gamper, che guarda caso era uno svizzero, già pensava a un club alimentato da stelle, in particolare straniere. Una volta la casa dell'Espanyol era il leggendario Sarria (lo stadio in cui l'Italia sconfisse Brasile e Argentina ai Mondiali dell'82). Una bombonera di legno e metallo sospesa tra l'aeroporto e la Diagonal, tra le finestre e i balconi, che raccoglieva il "vero popolo di Barcellona", in netto contrasto con la "natura borghese" del Camp Nou. Ma il Sarria venne demolito nel '97 perché la società, sempre in dissesto finanziario, fu costretta a vendere il terreno sul quale era costruito lo stadio (adesso ci sono delle eleganti palazzine). Fu un colpo durissimo e male assorbito. L'Espanoyl emigrò temporaneamente nello Stadio Olimpico (come ha fatto il West Ham in Inghilterra).
Solo che la collina del Montjuic si rivelò insormontabile, lo stadio era irraggiungibile, collegato male, scomodo, impersonale. E non si riprese sino alla costruzione dello stadio di Cornellà-El Prat, fuori città, ma fortemente identitario. La "catalanità" è un altro elemento di divisione. I tifosi dell'Espanyol si sentono oggi i depositari del sentimento regionale più spinto, più vero, se vogliamo persino più indipendentista, nonostante siano stati a lungo associati al franchismo (ma con errate prospettive storiche) e nonostante nel 1912 il Re Alfonso XII abbia concesso alla loro squadra il titolo di "Real Club" e il permesso di usare la corona nello stemma sociale. Giocatori e tifosi dell'Espanyol sono noti come i "peroquitos", in pratica i pappagalli. Ma i volatili non c'entrano. C'entra piuttosto il passaggio di Zamora (che aveva giocato anche nel Barcellona) dall'Espanyol al Real Madrid e una vignetta che sulla rivista "El Xut", nel 1930, prendeva in giro i pochi tifosi dell'Espanyol, paragonati a "quattro gatti", rispetto a quelli del Real Madrid e i gatti erano rappresentati dal Gatto Felix, che in spagnolo è "Gato Periquito". Dopo 115 anni, l'Espanyol è finito in mani straniere anche lui: cinesi per l'esattezza. Il nuovo proprietario, Chen Yansheng, è il boss della Rastar, colosso cinese di videogame e apparati elettronici, detiene il 99,25% delle quote del club. E' stato lui, appena retrocesso, a invocare la riscossa: "Torneremo, ma più forti". Intanto però i "gioielli" sono all'asta: da Marc Roca, ex Barça, che piace al Milan, a Raul de Tomas, da Sergi Darder a Matis Vargas. E per la difesa Adrià Pedrosa. Da notare: l'Espanyol, da eterna seconda, non ha mai vinto la Liga. Però 4 Coppe di Spagna sì. Al 21' si applaude sempre in ricordo di Jarque, che morì mentre la squadra era in ritiro a Coverciano, nel 2009. All'Espanyol sono transitati Di Stefano, Kubala, N'Kono, Pochettino, De la Pena, Eto'o, Raduciou, Helguera, Paulo Sousa, Asensio, Callejon. E Torricelli. Tutti si saranno sentiti ingranaggi della "meravillosa minoria".