LONDRA - Il maestro Arteta sconfigge l’allievo Guardiola. Ma non era il contrario? Sì. Ma per una sera è sembrato l’opposto. L’Arsenal batte il City 2-0 (due reti di Aubameyang, una per tempo) e va in finale di Fa Cup dove la sera del 1 agosto affronterà la vincente di Chelsea-Manchester United (domenica alle 19 su Dazn). Due volti e due spiegazioni per un risultato contro pronostico: la sorprendente continuità e un’inattesa lucidità mostrate, per una volta, da David Luiz al centro della difesa dell’Arsenal e, dall’altra parte, la giornata intermittente di De Bruyne, che si accende ogni tanto, accorgendosi di essere spento o impreciso. Cosa rara. Nella gestualità in panchina, Miguel Arteta, stratega di quest’Arsenal furbo, applicato come mai a un vangelo conosciuto relativamente da poco (il tecnico basco è arrivato soltanto il dicembre scorso) dovrebbe pagare a Guardiola i diritti d’autore: sembra lui.
Ma la sostanza è quella che conta e Arteta ha imparato molto da Guardiola, quando mette una squadra in campo. Anzitutto a capire chi siano gli interpreti a disposizione. Fuori, lo scenario è spettrale. Wembley privo di pubblico è un corpo senz’anima, forse risalta ancora di più, perché Wembley (dove si giocherà anche Chelsea-Manchester United e la finale di Fa Cup) non è soltanto il luogo per eccellenza del calcio inglese e forse mondiale, il tempio, ma è anche l’emblema della musica rock, della partecipazione globale, dei concerti di chi pensa al mondo che soffre (Live Aid), quindi della festa, della vicinanza, dell’assembramento. Invece silenzio. Solo le voci, le interiezioni, le parole distorte, i richiami fatti di una, massimo due sillabe, dei giocatori che parlano e giocano nel vuoto. Col suo arco, Wembley sembra un cestino da picnic senaza cibo. Lo abbiamo già detto: speriamo di non abituarci mai a questa disgrazia. Accettarla sì, sdoganarla no.
Tornando alla partita, era ovvio che l’Arsenal si sarebbe dovuto confrontare sfruttando le sue armi, senza mai pensare di mettersi a specchio (come forse l’idea di Arteta-allievo poteva far supporre). L’Arsenal non poteva somigliare al City, perché di solito nessuno somiglia al City. Anche, paradossalmente, nelle sue debolezze momentanee. Avrebbe sbagliato, Arteta, se avesse voluto clonare all’Arsenal il modello City, da lui vissuto come secondo del Pep per tre anni e mezzo (e sei trofei), senza ritoccarlo, senza adattarlo ai nuovi giocatori, senza rammentarsi che nel calcio ci sono anche esperienze tattiche irripetibili, irriproducibili. E infatti ai suoi ha raccontato una storia completamente diversa: non dobbiamo imitarli, ma bloccarli. Guardiola aveva messo in campo la squadra che lui ritiene più affidabile per la Champions che sta tornando. Laporte e Garcia al centro della difesa, Walker e Mendy sugli esterni (uniche alternative dello stesso peso: Zinchenko per Mendy e Rodri per Gundogan), Gundogan davanti alla difesa, poi Mahrez, Silva, De Bruyne e Sterling, in attacco Gabriel Jesus (Aguero è out). Se giocano, non ce n’è per nessuno. Questo si pensa. E lo si pensa sempre. Perché sono loro che ti spingono a farlo.
Ma non sempre giocano. Alla prima uscita che conta dopo la riabilitazione del Tas, Guardiola stecca. I suoi si fanno mettere in trappola da Arteta che prepara una difesa a soffietto, a tre oppure a sei, con Xhaka e i due esterni Maitland-Niles e Bellerin, più Mustafi e Tierney. Non chiede di puntare sul fuorigioco, perché così facendo innescherebbe i tagli e le imbucate. No: piuttosto difesa non allineata immune da inutili rischi e tanta densità in mezzo, così da bloccare la palla a terra del City, che alla fine è costretto per forza a cercare gli esterni come unica soluzione. Solo che così diventa fatalmente più prevedibile. Finisce che l’Arsenal è umile applicazione di concetti quasi elementari e il City è un’ostentazione sfibrata di concetti alti, ma un po’ vuoti, come i seggiolini di Wembley. La prima rete di Aubameyang nasce in realtà un paio di minuti prima quando la difesa del City gli aveva regalato il vantaggio (sventato da Ederson).
E’ lì che il gruppo di Pep si perde per un momento, lasciando con Walker la giocata dell’1-0 al nazionale gabonese. Il City non decolla mai, è un ruminante che ricorda di essere stato un ghepardo. Da una parte eccelle David Luiz, uno che solitamente attira su di sé ogni tipo di maledizione (in Inghilterra gira voce che lo applaudano soltanto gli avversari…), dall’altra non riesce a incidere De Bruyne, che pure nel secondo tempo sale di tono: ma non abbastanza. Il raddoppio di Aubameyang è puro contropiede. Guardiola perde un pezzo. Gli resta la Champions. Lo ripetiamo: se il City gioca (e giocare vuol dire far correre il pallone al doppio della velocità esibita con l’Arsenal), non ce n’è per nessuno, nemmeno per il Real Madrid. Ma se non gioca, sono alla pari. E allora vengono fuori i “limiti” della difesa di Pep, dove c’è ancora chi rimpiange Vincent Company.
Ma la sostanza è quella che conta e Arteta ha imparato molto da Guardiola, quando mette una squadra in campo. Anzitutto a capire chi siano gli interpreti a disposizione. Fuori, lo scenario è spettrale. Wembley privo di pubblico è un corpo senz’anima, forse risalta ancora di più, perché Wembley (dove si giocherà anche Chelsea-Manchester United e la finale di Fa Cup) non è soltanto il luogo per eccellenza del calcio inglese e forse mondiale, il tempio, ma è anche l’emblema della musica rock, della partecipazione globale, dei concerti di chi pensa al mondo che soffre (Live Aid), quindi della festa, della vicinanza, dell’assembramento. Invece silenzio. Solo le voci, le interiezioni, le parole distorte, i richiami fatti di una, massimo due sillabe, dei giocatori che parlano e giocano nel vuoto. Col suo arco, Wembley sembra un cestino da picnic senaza cibo. Lo abbiamo già detto: speriamo di non abituarci mai a questa disgrazia. Accettarla sì, sdoganarla no.
Tornando alla partita, era ovvio che l’Arsenal si sarebbe dovuto confrontare sfruttando le sue armi, senza mai pensare di mettersi a specchio (come forse l’idea di Arteta-allievo poteva far supporre). L’Arsenal non poteva somigliare al City, perché di solito nessuno somiglia al City. Anche, paradossalmente, nelle sue debolezze momentanee. Avrebbe sbagliato, Arteta, se avesse voluto clonare all’Arsenal il modello City, da lui vissuto come secondo del Pep per tre anni e mezzo (e sei trofei), senza ritoccarlo, senza adattarlo ai nuovi giocatori, senza rammentarsi che nel calcio ci sono anche esperienze tattiche irripetibili, irriproducibili. E infatti ai suoi ha raccontato una storia completamente diversa: non dobbiamo imitarli, ma bloccarli. Guardiola aveva messo in campo la squadra che lui ritiene più affidabile per la Champions che sta tornando. Laporte e Garcia al centro della difesa, Walker e Mendy sugli esterni (uniche alternative dello stesso peso: Zinchenko per Mendy e Rodri per Gundogan), Gundogan davanti alla difesa, poi Mahrez, Silva, De Bruyne e Sterling, in attacco Gabriel Jesus (Aguero è out). Se giocano, non ce n’è per nessuno. Questo si pensa. E lo si pensa sempre. Perché sono loro che ti spingono a farlo.
Ma non sempre giocano. Alla prima uscita che conta dopo la riabilitazione del Tas, Guardiola stecca. I suoi si fanno mettere in trappola da Arteta che prepara una difesa a soffietto, a tre oppure a sei, con Xhaka e i due esterni Maitland-Niles e Bellerin, più Mustafi e Tierney. Non chiede di puntare sul fuorigioco, perché così facendo innescherebbe i tagli e le imbucate. No: piuttosto difesa non allineata immune da inutili rischi e tanta densità in mezzo, così da bloccare la palla a terra del City, che alla fine è costretto per forza a cercare gli esterni come unica soluzione. Solo che così diventa fatalmente più prevedibile. Finisce che l’Arsenal è umile applicazione di concetti quasi elementari e il City è un’ostentazione sfibrata di concetti alti, ma un po’ vuoti, come i seggiolini di Wembley. La prima rete di Aubameyang nasce in realtà un paio di minuti prima quando la difesa del City gli aveva regalato il vantaggio (sventato da Ederson).
E’ lì che il gruppo di Pep si perde per un momento, lasciando con Walker la giocata dell’1-0 al nazionale gabonese. Il City non decolla mai, è un ruminante che ricorda di essere stato un ghepardo. Da una parte eccelle David Luiz, uno che solitamente attira su di sé ogni tipo di maledizione (in Inghilterra gira voce che lo applaudano soltanto gli avversari…), dall’altra non riesce a incidere De Bruyne, che pure nel secondo tempo sale di tono: ma non abbastanza. Il raddoppio di Aubameyang è puro contropiede. Guardiola perde un pezzo. Gli resta la Champions. Lo ripetiamo: se il City gioca (e giocare vuol dire far correre il pallone al doppio della velocità esibita con l’Arsenal), non ce n’è per nessuno, nemmeno per il Real Madrid. Ma se non gioca, sono alla pari. E allora vengono fuori i “limiti” della difesa di Pep, dove c’è ancora chi rimpiange Vincent Company.