Il Liverpool ha ritrovato una centralità nel mondo del calcio grazie a un gigante della panchina come Jürgen Klopp. Ma se non ci fosse stato Salah? Soprattutto nell'anno della conquista della Champions League, i Reds hanno mostrato un gioco costruito sull'aggressività, pressing e "gegen pressing" e da tutti i calciatori onorato, rispettato, goduto. Sì, ma non ci fosse stato Salah. Uno dei segreti di Pulcinella del Liverpool è stata la difesa, dove Van Dijk, evoluto rispetto a ciò che s'era visto al Southampton al punto da pensare, per un attimo, che i Van Dijk fossero in realtà due che quello del Liverpool fosse il gemello più talentuoso (senza contare per un attimo Alisson). Una pedina, quella olandese, che adesso rischia di saltare l'intera stagione dopo la tremenda torsione del ginocchio destro nello scontro col portiere dell'Everton Pickford (Van Dijk è uscito con le stampelle dall'ospedale, sarà operato per la ricostruzione dei legamenti). D'accordo, Van Dijk ha reso fortissimo Matip che gli giocava accanto (e non lo è), ma se non ci fosse stato Salah? Al Liverpool vengono invidiati i due esterni difensivi, Alexander-Arnold e Robertson, che sono fra i pochi al mondo che riescono (perché è previsto dalla lavagna del loro allenatore) a comunicare fra loro, pur distanti anni luce, in campo.
Tutto giusto, ma se non ci fosse stato Salah? La grandezza di Mané e di Firmino, che avuto una crescita esponenziale, ha consentito di sviluppare un'intesa capace di funzionare sia in fase di possesso sia nel non possesso, soprattutto nel non possesso, quando si tratta di rubare e ripartire. Sarebbe stato possibile se accanto a loro non ci fosse stato Salah? Questo per dire che la rete n. 100 dell'egiziano, arrivata ieri nel derby contro l'Everton, non è un numero pieno come gli altri. E' la prova statistica di un uomo che si è tanto mutato quanto è stato determinante nel mutare il suo Liverpool. Salah non è la carta vincente, bensì il senso stesso di questa squadra: letale e insieme umile, mai sopra le righe. Salah era arrivato da Roma, durante la parziale dissoluzione del gruppo giallorosso di Di Francesco che conquistò la semifinale di Champions. A Trigoria aveva imparato a conoscersi meglio e lì aveva imparato l'arte dell'assist più che altrove. Si era sgrezzato, certo, ma senza avere il tempo, o forse l'occasione tecnica, di completare il percorso formativo e diventare quello che forse a Roma non sarebbe mai potuto diventare: un campione completo.
A Roma mostrava ancora una strana avversione per la porta, che vedeva e non vedeva. Gli è forse mancato il tempo di costruire, all'Olimpico, implementando le sue qualità e non deprimendole, quell'identità che è praticamente esplosa al suo ritorno in Premier League, come un patrimonio a lungo compresso. Salah aveva cominciato a regalare delizie da subito però: con il Basilea, un po' meno col Chelsea, dove Mourinho non riuscì ad incastrarlo nel suo 4-4-2, di più, ma non troppo, alla Fiorentina. A 28 anni c'è da pensare che possa anche migliorarsi. Klopp lo cura e lo coccola, qualche volta lo rimprovera. E' l'unico dei tre attaccanti al quale non chiede un super lavoro nel ripiegamento difensivo: ha bisogno che resti lucido. Lo scorso anno, pur vincendo la Premier dopo 30 anni, il Liverpool non ha giocato nello stesso meraviglioso modo dell'anno precedente. E guarda caso, non abbiamo visto neppure lo stesso Salah (anche se anche se vinse per la seconda volta la classifica cannonieri), ossia quello che al suo primo anno ad Anfield vinse la Scarpa d'oro con 44 reti, dopo aver assorbito la delusione di uscire dal campo dopo 30 minuti per un infortunio alla spalla durante la finale di Champions contro il Real Madrid. A Liverpool Salah ha imparato anche a tirare col destro. Cosa che a Roma non gli veniva facile. Sembra una banalità. Ma per diventare migliori ci vuole la pazienza del saggio e lo spirito dell'eterno ragazzino. E' altamente probabile che Salah sia entrambe le cose.
Tutto giusto, ma se non ci fosse stato Salah? La grandezza di Mané e di Firmino, che avuto una crescita esponenziale, ha consentito di sviluppare un'intesa capace di funzionare sia in fase di possesso sia nel non possesso, soprattutto nel non possesso, quando si tratta di rubare e ripartire. Sarebbe stato possibile se accanto a loro non ci fosse stato Salah? Questo per dire che la rete n. 100 dell'egiziano, arrivata ieri nel derby contro l'Everton, non è un numero pieno come gli altri. E' la prova statistica di un uomo che si è tanto mutato quanto è stato determinante nel mutare il suo Liverpool. Salah non è la carta vincente, bensì il senso stesso di questa squadra: letale e insieme umile, mai sopra le righe. Salah era arrivato da Roma, durante la parziale dissoluzione del gruppo giallorosso di Di Francesco che conquistò la semifinale di Champions. A Trigoria aveva imparato a conoscersi meglio e lì aveva imparato l'arte dell'assist più che altrove. Si era sgrezzato, certo, ma senza avere il tempo, o forse l'occasione tecnica, di completare il percorso formativo e diventare quello che forse a Roma non sarebbe mai potuto diventare: un campione completo.
A Roma mostrava ancora una strana avversione per la porta, che vedeva e non vedeva. Gli è forse mancato il tempo di costruire, all'Olimpico, implementando le sue qualità e non deprimendole, quell'identità che è praticamente esplosa al suo ritorno in Premier League, come un patrimonio a lungo compresso. Salah aveva cominciato a regalare delizie da subito però: con il Basilea, un po' meno col Chelsea, dove Mourinho non riuscì ad incastrarlo nel suo 4-4-2, di più, ma non troppo, alla Fiorentina. A 28 anni c'è da pensare che possa anche migliorarsi. Klopp lo cura e lo coccola, qualche volta lo rimprovera. E' l'unico dei tre attaccanti al quale non chiede un super lavoro nel ripiegamento difensivo: ha bisogno che resti lucido. Lo scorso anno, pur vincendo la Premier dopo 30 anni, il Liverpool non ha giocato nello stesso meraviglioso modo dell'anno precedente. E guarda caso, non abbiamo visto neppure lo stesso Salah (anche se anche se vinse per la seconda volta la classifica cannonieri), ossia quello che al suo primo anno ad Anfield vinse la Scarpa d'oro con 44 reti, dopo aver assorbito la delusione di uscire dal campo dopo 30 minuti per un infortunio alla spalla durante la finale di Champions contro il Real Madrid. A Liverpool Salah ha imparato anche a tirare col destro. Cosa che a Roma non gli veniva facile. Sembra una banalità. Ma per diventare migliori ci vuole la pazienza del saggio e lo spirito dell'eterno ragazzino. E' altamente probabile che Salah sia entrambe le cose.