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(afp)

Charlton, il male oscuro: "E' affetto da demenza"

L'annuncio della moglie Norma. Il fratello Jack è scomparso a luglio per lo stesso male, che ha afflitto altri grandi campioni di quela generazione come Peters, Stiles e Wilson

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Un altro caso di demenza scuote il calcio inglese. Dopo Stiles e Shearer, anche a Sir Bobby Charlton, uno degli eroi del Mondiale inglese del ’66 e del mitico Manchester United di Matt Busby, è stata diagnosticata la malattia: demenza senile, così ha rivelato al Telegraph la moglie, la signora Norma. Un male tremendo che, a 83 anni, colpisce i ricordi di uno degli eroi indelebili del calcio inglese: Charlton sta perdendo il ricordo di ciò che è stato, dei trionfi, del Pallone d’Oro vinto nel 1966, di una carriera straordinaria che ne ha fatto uno dei migliori calciatori di ogni tempo, del disastro aereo del ’58 che sterminò lo United e da cui riuscì a salvarsi. 

A luglio, colpito dallo stesso male, se ne era andato il fratello Jack, solo l’ultimo di quella squadra mitica capace di vincere l’unico titolo Mondiale britannico della storia del calcio a finire vittima del male della demenza: era capitato a Martin Peters, Nobby Stiles e Ray Wilson. Una sorta di morbo oscuro che si è accanito contro una generazione intera e su cui molto si discute in Inghilterra: Alan Shearer, anche lui colpito da questa malattia, è stato protagonista di un documentario per la BBC che ha fatto molto discutere in tutto il mondo, affrontando il legame tra l’incidenza di questa malattia tra i calciatori e il peso dei palloni, che colpiti di testa migliaia di volte tra partite e allenamenti possono causare micro traumi che alla lunga finiscono per avere conseguenze, anche gravi. 

Inevitabile a quelle latitudini porsi il quesito se esista un nesso tra il football e le malattie neurodegenerative a cui i calciatori sembrano decisamente più sottoposti, come ha certificato uno studio dell’università di Glasgow reso noto un anno fa: su oltre settemila ex-calciatori professionisti scozzesi nati tra il 1900 e 1976, si è evidenziata un’incidenza di 3 volte e mezzo più alta rispetto al resto della popolazione di malattie come Alzheimer, Parkinson e Sla e il consumo di farmaci contro la demenza è minore per chi sta in porta, che fa certamente meno ricorso ai colpi di testa. 
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