Psg, la bohême del calcio europeo con il fascino dell'eterna incompiuta
di
Enrico Sisti
Ricchi, potenti, ma incapaci di vincere l'unico trofeo al qale sono finalizzati i soldi provenienti dal Qatar: la Champions. E la sconfitta di Lipsia sembra confermare un decadimento dopo la sconfitta di agosto nella finale col Bayern
3 minuti di lettura
ROMA - La bohême del Paris Saint-Germain è legata alle sue radici: è tutto stiloso, decadente, arte sì ma ad intermittenza, tanti colori ma alla fine meno sostanza di quanto si possa immaginare. E più gelide manine che caldi abbracci. Poesie, quadri, versi liberi, paradisi temporanei, fantasie, rive gauche tradotta nella lingua del pallone. Un destino e insieme una croce. Non a caso tra i suoi fondatori (e primi finanziatori) c’erano Daniel Hechter, un principe dell’abbigliamento e, dovendo fare spettacolo, Jean-Paul Belmondo. Da quando esistono i soldi del Qatar, tutto questo background pareva accantonato. Non sparito: solo un po’ meno importante. Ma per quanto? La ricchezza della squadra non poteva cancellare le premesse filosofiche, negare la genesi. Il Psg nasceva come uno sfizio quasi letterario, nel 1970, ossia quando tutte le sue attuali e più grandi rivali avevano già in bacheca fior di trofei e almeno cento anni di storia alle spalle.
Come adeguarsi? Fingendo di essere come loro. E così è stato. Adesso però i nodi vengono al pettine: si torna all’estemporaneità, alla vaghezza. I tanti quattrini spesi negli ultimi anni hanno prodotto un risultato: la stagione scorsa, conclusa con quattro titoli e soprattutto con l’agognata finale di Champions League. Solo che nessuno aveva previsto le conseguenza di un’eventuale sconfitta. Nessuno, in realtà, aveva preparato il terreno per vivere con dignità la probabile vittoria del Bayern Monaco. E adesso il Psg sta pagando il dazio psicologico dovuto ad un improvviso “horror vacui”. Cos’è cambiato dal 18 agosto scorso, quando in semifinale di Champions, il Psg si “liberò” agevolmente, tutto sommato, della sorpresa Lipsia? Tanto o tutto? Una via di mezzo.
Certo è che il 2-1 subito a Lipsia mercoledì, fra nervosismo, distrazioni ed espulsioni, due, suona come l’epilogo di un bel racconto incompiuto e appare come una torsione, culturale e tattica, a trecentosessanta gradi. Che non fosse aria, era già chiaro alla vigilia, quando 10 giocatori del Psg sono rimasti bloccati per 50 minuti nell’ascensore dell’albergo: Kimpembe, Paredes, Di Maria, Marquinhos, Fadiga, Diallo, Gueye, Kean, Dagba e Ruiz-Atil (sei avrebbero poi giocato). Il Psg è sotto accusa? Piuttosto è sotto botta. In un certo senso, è davvero chiuso dentro un ascensore. Essere arrivati in finale di Champions nemmeno tre mesi fa ha compensato tutti gli sforzi, anche economici, precedenti. Ma non ha lasciato tracce virtuose per il futuro. Anzi ha creato solo scompensi. Per i quali l’allenatore Thomas Tuchel, lodato ma sempre un po’ “maudit”, tanto per confermare le origini artistiche del progetto, non sembra avere rimedi. Del resto dev’essere per forza cambiato tanto, dentro e fuori, nell’aspetto esteriore e nella percezione dei proprietari, se prima il Psg acquistava Neymar e Mbappé e adesso deve invece, diciamo così, contentarsi di Florenzi, Kean e Meunier. Confronto con il Lipsia che ha aperto uno spiraglio di vera crisi: coerente, sempre solido e persino creativo il gruppo di Nagelsmann, sempre meno decifrabile quello dell’altro tedesco, Tuchel appunto.
I fatti, peraltro, dicono che nell’era del Qatar, il Psg non aveva mai avuto un inizio tanto difficile in Europa: dopo tre turni del girone è terzo con due sconfitte e una vittoria, appena tre punti e prospettive macchiate. E né lo United né il Lipsia, per quanto robusto, appaiono invincibili (ancor meno il Basaksehir, cui però i francesi devono dire grazie perché hanno battuto il Manchester). Tuchel continua ad avere un atteggiamento simile al primo Mourinho (quello di Chelsea e Inter): attira sulla propria persona gli strali dell’opinione pubblica per alleggerire l’animo dei suoi. Ma non ci riesce perché in Francia sono spietati, sembra quasi che non vedano l’ora per dare addosso ai più facoltosi, tendenzialmente abituati a deludere nel medio e lungo termine. Mettono in discussione tutto: compresi gli infortuni (col Lipsia erano assenti Neymar, Mbappé, Draxler, Icardi, Verratti, Bernat, Jese). Quindi si discute della preparazione, dei metodi, della gestione complessiva di un patrimonio che nessun club francese ha mai avuto.
Ma il punto è: per vincere cosa? La Champions, ovviamente. E non è facile anche se vai in campo con i fenomeni. Più che mai in questi ultimi anni, la storia ci dice che per arrivare in fondo non bastano le politiche “galactiche”, ci vuole gioco mandato a memoria, idee di fondo condivise, gruppi che maturano insieme. E il Psg non ha, storicamente, pazienza. A Tuchel viene anche rimproverata la condizione dei suoi: col Lipsia hanno giocato meno di un tempo, poi si sono afflosciati. Manca una punta vera. Da quando se n’è andato Cavani, Icardi ha solo confermato di essere uno che va a traino e non il contrario (senza contare i suoi problemi fisici). E se adesso, senza offesa, ci si affida a Kean, qualcosa vorrà pur dire (stesso discorso per il pur volenteroso Florenzi, che ha se non altro il merito di non storcere mai il naso, dove lo metti sta). Nella gara interna al ribasso, anche se non dichiarato, ci sta che dopo aver toccato il cielo ci si senta precipitare. L’identità di un gruppo deriva anche dall’avere obiettivi chiari. Il Psg sa che sarà quasi impossibile ripetersi.
Dunque a cosa aspirare? A rivincere la Ligue 1? E’ un po’ il dramma della Juventus. Che infatti ha cambiato strada, con Pirlo più ancora che con Sarri. Ma che rinnovamento si può immaginare al Psg? Via Tuchel? Via Neymar? Via la logica delle superstar? O magari si stufano prima i proprietari? I guai dove cominciano? Con l’incostanza e la fragilità fisica di Mbappé e Neymar, che stanno spesso male? Con il centrocampo dove si rischia addirittura di non poter fare a meno di Paredes? E parliamo di Paredes, non di Beckenbauer. Con la difesa che non si è ancora abituata alla mancanza di Thiago Silva? Accusano Tuchel di aver snaturato Marquinhos, che fa giocare da almeno due anni più a centrocampo che in difesa. Ma è un falso problema. Il Psg non ha un luogo che possa dire: questa è casa mia! In Ligue 1 sta stretto, però la Champions gli va larga. La prima la vince a occhi chiusi, la seconda può tranquillamente tornare a sognarla. Due idee per una nuova casa: scenda in Europa League e provi a vincerla oppure, come tanti artisti francesi, provi ad emigrare a Tahiti: magari lì qualcosa di bello esce.