LONDRA - La Brexit cambierà, per sempre, anche la Premier League. Che, molto probabilmente, dall'anno prossimo non sarà più la stessa. L'obiettivo rimane quello di essere il campionato più bello e ricco del mondo. Ma l'uscita del Regno Unito dall'Ue, a lungo architettata e a breve timbrata definitivamente dal suo premier Boris Johnson, potrebbe avere conseguenze stravolgenti per la massima serie calcistica inglese. Perché andrà a intaccare le basi del reclutamento dei giocatori, soprattutto delle giovani promesse.
Partiamo da un presupposto: "Britain first", i giovani calciatori inglesi prima di tutto, come voleva la FA, la federazione calcistica nazionale. Alla fine, con la benedizione del Ministero dell'Interno, si è trovato un compromesso con i club di Premier League, in gran parte ricchi e famosi rispetto alla media europea, che ovviamente non vogliono perdere il loro status, dopo tutte le fatiche degli ultimi anni per raggiungere lo zenit calcistico europeo. In ogni caso, la prima nuova regola penalizzante è che i calciatori europei saranno trattati come qualsiasi altro straniero. Dunque, come in molti altri spaccati di vita di milioni di persone e immigrati dall'Italia e dal resto dell'Unione, dal 1 gennaio 2021, con la Brexit che finalmente si concretizzerà con o senza accordo commerciale tra Ue e Uk, non ci sarà più la libera circolazione di cittadini europei in Regno Unito. Calciatori inclusi.
Questa è solo la prima delle nuove regole: un calciatore europeo (e di qualsiasi altra nazionalità all'estero) se vorrà giocare in Premier League dovrà superare un sistema di immigrazione a punti, sul modello "australiano", che similmente verrà applicato a tutti i lavoratori stranieri che dal 1 gennaio vorranno trasferirsi in Regno Unito. Nel caso specifico, il giocatore, necessariamente maggiorenne, dovrà raggiungere un certo numero di punti (ancora non è chiara la soglia) che si baseranno su diversi parametri, ad esempio: presenze internazionali, qualità e "reputazione" del club di provenienza, prestigio del campionato di appartenenza e anche la posizione in campionato del club cui si appartiene; e, soprattutto, le presenze del giocatore con il club, sia nella serie di provenienza, sia in nazionale e nelle competizioni internazionali.
Ma non è finita qui. Anzi, il peggio per i club di Premier League - per le serie minori e il calcio femminile ci sarà invece molta più flessibilità - forse viene ora. Perché queste regole, che si applicheranno da subito, sin dalla finestra di mercato invernale di questa stagione, prevedono che le massime squadre, d'ora in avanti, non potranno ingaggiare più di tre giovani stranieri (anche europei) tra i 18 e 21 anni per ogni finestra di mercato. Ma soprattutto, sarà impossibile incorporare minorenni non britannici, e in qualunque momento. Insomma, i casi di Pogba da giovanissimo arrivato al Manchester United (e sgraffignato dalla Juve a parametro zero per poi ricomprarlo, da parte dei Reds, a oltre cento milioni di euro) e Fabregas all'Arsenal (dal Barcellona) tra qualche settimana saranno irripetibili. Almeno, si spera, se ne gioverà la nazionale inglese. Che in effetti ha vinto il suo ultimo mondiale nel 1966, sette anni prima l'ingresso del Regno Unito in Europa. Ma allora non c'era il Var.
Partiamo da un presupposto: "Britain first", i giovani calciatori inglesi prima di tutto, come voleva la FA, la federazione calcistica nazionale. Alla fine, con la benedizione del Ministero dell'Interno, si è trovato un compromesso con i club di Premier League, in gran parte ricchi e famosi rispetto alla media europea, che ovviamente non vogliono perdere il loro status, dopo tutte le fatiche degli ultimi anni per raggiungere lo zenit calcistico europeo. In ogni caso, la prima nuova regola penalizzante è che i calciatori europei saranno trattati come qualsiasi altro straniero. Dunque, come in molti altri spaccati di vita di milioni di persone e immigrati dall'Italia e dal resto dell'Unione, dal 1 gennaio 2021, con la Brexit che finalmente si concretizzerà con o senza accordo commerciale tra Ue e Uk, non ci sarà più la libera circolazione di cittadini europei in Regno Unito. Calciatori inclusi.
Questa è solo la prima delle nuove regole: un calciatore europeo (e di qualsiasi altra nazionalità all'estero) se vorrà giocare in Premier League dovrà superare un sistema di immigrazione a punti, sul modello "australiano", che similmente verrà applicato a tutti i lavoratori stranieri che dal 1 gennaio vorranno trasferirsi in Regno Unito. Nel caso specifico, il giocatore, necessariamente maggiorenne, dovrà raggiungere un certo numero di punti (ancora non è chiara la soglia) che si baseranno su diversi parametri, ad esempio: presenze internazionali, qualità e "reputazione" del club di provenienza, prestigio del campionato di appartenenza e anche la posizione in campionato del club cui si appartiene; e, soprattutto, le presenze del giocatore con il club, sia nella serie di provenienza, sia in nazionale e nelle competizioni internazionali.
Ma non è finita qui. Anzi, il peggio per i club di Premier League - per le serie minori e il calcio femminile ci sarà invece molta più flessibilità - forse viene ora. Perché queste regole, che si applicheranno da subito, sin dalla finestra di mercato invernale di questa stagione, prevedono che le massime squadre, d'ora in avanti, non potranno ingaggiare più di tre giovani stranieri (anche europei) tra i 18 e 21 anni per ogni finestra di mercato. Ma soprattutto, sarà impossibile incorporare minorenni non britannici, e in qualunque momento. Insomma, i casi di Pogba da giovanissimo arrivato al Manchester United (e sgraffignato dalla Juve a parametro zero per poi ricomprarlo, da parte dei Reds, a oltre cento milioni di euro) e Fabregas all'Arsenal (dal Barcellona) tra qualche settimana saranno irripetibili. Almeno, si spera, se ne gioverà la nazionale inglese. Che in effetti ha vinto il suo ultimo mondiale nel 1966, sette anni prima l'ingresso del Regno Unito in Europa. Ma allora non c'era il Var.