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Nell'era del Covid la Premier più bella

L'abbraccio dei compagni del Manchester United a Martial (afp)
In Inghilterra sempre più giocatori positivi, e senza tifosi sugli spalti: si corre il rischio di uno stop del campionato che sta vivendo la sua edizione più equilibrata
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LONDRA - Certo, mancano i tifosi, e quei rombi di tuono dagli spalti e quella travolgente intensità, visto che in Premier League sono ancora previste soltanto tre sostituzioni a differenza dei principali campionati europei, per la furia di Klopp e Guardiola. E però da anni non si vedeva una Premier League così bella, combattuta e anche un po’ pazza, tipo il Liverpool che vince 7-0 fuori casa con il Palace e perde 7-2 contro l’Aston Villa. È una piccola grande consolazione nell’era del Covid, che sta mettendo a dura prova la resilienza del campionato più bello e ricco del mondo, tanto che negli ultimi tempi si è parlato di uno stop di almeno due settimane. Perché i contagi crescono senza sosta: la settimana passata sono raddoppiati (40 nuovi casi tra giocatori e staff) rispetto a quella precedente e il Manchester City è una delle squadre più colpite, con Ederson, Gabriel Jesus, Kyle Walker, Fernan Torres e…

LONDRA - Certo, mancano i tifosi, e quei rombi di tuono dagli spalti e quella travolgente intensità, visto che in Premier League sono ancora previste soltanto tre sostituzioni a differenza dei principali campionati europei, per la furia di Klopp e Guardiola. E però da anni non si vedeva una Premier League così bella, combattuta e anche un po’ pazza, tipo il Liverpool che vince 7-0 fuori casa con il Palace e perde 7-2 contro l’Aston Villa. È una piccola grande consolazione nell’era del Covid, che sta mettendo a dura prova la resilienza del campionato più bello e ricco del mondo, tanto che negli ultimi tempi si è parlato di uno stop di almeno due settimane. Perché i contagi crescono senza sosta: la settimana passata sono raddoppiati (40 nuovi casi tra giocatori e staff) rispetto a quella precedente e il Manchester City è una delle squadre più colpite, con Ederson, Gabriel Jesus, Kyle Walker, Fernan Torres ed Eric Garcia contagiati in questi giorni e con il terzino sinistro Mendy ultimo “Covidiot” - e messo da parte per qualche giorno - per aver festeggiato il Capodanno alla faccia delle restrizioni. Oggi altri tre infettati tra i citizens di Guardiola: Scott Carson, Cole Palmer e un altro membro dello staff tecnico.

La striscia del City

Eppure, nonostante le difficoltà, il Manchester City non è messo male, anzi. Al momento è quinto in classifica a 29 punti ma ha due partite in meno rispetto alla capolista e campione in carica Liverpool, fermo a 33 (17 match) dopo la clamorosa sconfitta a Southampton di due giorni fa che ha fatto piangere di gioia il tecnico Hasenhüttl. Inoltre, la squadra di Guardiola viene da tre vittorie consecutive, l’ultima domenica scorsa allo Stamford Bridge, dove è passata sopra all’anemico Chelsea con la dolcezza di un carro armato. Ci è riuscita, paradossalmente, anche per le difficoltà che sta passando. Perché ora l’ortodosso Guardiola sperimenta di più. Esemplare, nella partita di tre giorni fa a Londra, l’utilizzo di De Bruyne falso nueve, che qualche metro più avanti è stato meno magico da vedere ma molto più concreto, facendo impazzire i poveri Kovacic e un campione del mondo come Kanté, non certo l’ultimo arrivato.

L'altra Manchester

Ma attenzione alla squadra che potrebbe davvero fare il colpaccio quest’anno: ossia l’altro Manchester, lo United, che martedì prossimo, nel recupero contro il Burnley, potrebbe andare da solo in vetta a 36 punti (ora è a 33 con 16 partite), checché combinino i citizens. Ma com’è possibile che una squadra ricca ma depressa e disastrata come i diavoli rossi negli ultimi anni ora possa tornare ai fasti abbandonati 13 anni fa con l’addio di Sir Alex Ferguson e l’ultima vittoria della Premier League? In Champions, i “Red Devils” hanno già dimostrato che possono fare harakiri senza preavviso. Ma quest’anno c’è un’aria diversa e se n’è accorto anche mister Ole Gunnar Solskjaer, lui che quelli anni gloriosi col maestro Sir Alex li ha vissuti e goduti tutti: “La mentalità è molto più solida”, ha confessato il norvegese, “finalmente tutti hanno capito che cosa significa giocare nel Manchester United". E già. Imbattuto da dieci partite, due pareggi e otto vittorie, l’ultima quella di Capodanno per 2-1 contro il pugnace Aston Villa di Grealish. Ma soprattutto, pare che questo maledetto United abbia esorcizzato i flop degli ultimi anni: nonostante voglia andarsene, Pogba è tornato a spaccare le partite, il capitano Maguire non fa più bestemmiare Roy Keane in tv, il centrocampo ha trovato l’equilibrio con Fred e McTominay, Bruno Fernandes è sempre più decisivo, la crescita di Rashford è esponenziale, Shaw e De Gea fanno molti meno danni del solito. E poi, nella ricca panchina, c’è un artista olandese come Van Der Beek, quello dello stellare Ajax di De Ligt, Ziech e De Jong, sicurezze europee come Matic e Mata, un bomber assoluto come Cavani, nonostante l’ultima squalifica per tre giornate a causa di quel “negrito” su Instagram per lui “scherzoso e non offensivo in spagnolo”.

 

Gli attaccanti del Liverpool

Certo, mai sottovalutare il Liverpool, che resta la squadra da battere. Miglior attacco (37 reti) e quella di Southampton è comunque soltanto la seconda sconfitta in campionato. Ma quest’anno i Reds non hanno quella spietatezza, quella sublime violenza calcistica che l’anno scorso sbaragliava tutti. E, pur segnando sempre a raffica, spesso pareggiano partite che nella stagione precedente (stra)vincevano senza lasciare scampo agli avversari. Forse è solo una debolezza temporanea, ma certo il Liverpool è forse la squadra più disturbata dal Coronavirus. Non tanto come casi di contagio nella squadra, che hanno comunque coinvolto e debilitato colossi come Salah e Mané, ma soprattutto perché l’emergenza pandemica e l’impossibilità di una vera preparazione ha leso proprio la caratteristica principale dell’armata di Klopp, ovvero l’intensità. Tre sole sostituzioni a partita concesse, in questo caso, sono la cosa peggiore per il tecnico tedesco. Senza dimenticare che il Liverpool è sì una squadra stellare, ma non ha una panchina di livello lunga come ce l’hanno il City e ora persino lo United. Ecco perché quest’anno per i Reds potrebbe essere più dura del previsto. Ci poi ci sono tre mine impazzite a rendere la Premier di quest'anno ancora più bella e che potrebbero stravolgere tutti i discorsi appena fatti. Innanzitutto il - oramai solito - Leicester, trascinato dal “Pippo Inzaghi” d’Inghilterra, ossia quella scheggia imprendibile di Jamie Vardy, che molti agognerebbero di vedere alla prova anche in un altro campionato. Trentadue punti e 17 partite, a un punto dalla vetta. Attenti alle Foxes, perché… do you remember Claudio Ranieri?

 

La variabile Mourinho

Poi c’è il Tottenham di Mourinho, pure lui nella mischia che conta: 29 punti e 16 partite. Ma sopratutto soltanto 15 gol subiti: solo il City ha fatto di meglio (13) ma con una partita in meno. È questo il dato più confortante degli Spurs, ossia una solidità che, ci perdoneranno l’accostamento i tifosi nerazzurri, in certe partite ha ricordato quella dell’Inter del triplete: due muri cortissimi difensivi e contropiede devastante, con il debordante Kane (10 gol in Premier sinora) che fa il Milito, Son (12 reti) l’Eto’o. E manca ancora Bale a pieno regime. Tuttavia, il Tottenham sinora ha evidenziato un difetto che a lungo andare potrebbe essere deleterio: il resto della squadra segna poco, pochissimo, soltanto 7 gol. Anche centrocampisti Tanguy Ndombele, Pierre-Emile Højbjerg e Steven Bergwijn fanno pochissime reti, addirittura Bergwijn nemmeno una quest’anno. È un problema non di poco conto. Paradosso: un Eriksen qui ci starebbe benissimo. Infine, l’Everton di Carlo Ancelotti: 29 punti, ma 16 match, quindi a pieno diritto di rientrare nell’ammucchiata di testa. L'ossatura della squadra blu di Liverpool è rimasta più o meno quella dell'anno scorso, dal portiere della nazionale Pickford all'attacco. È il centrocampo a essere cambiato, in meglio. Innanzitutto, insieme al recuperato André Gomes dopo uno spaventoso infortunio, ci sono due nuovi notevoli e indispensabili giocatori di filtro, come il brasiliano Allan dal Napoli e Doucouré dal Watford, quest'ultimo senza piedi d'oro, ma con quel peso specifico che mancava in mezzo al campo. E poi, ovviamente, James Rodriguez, che ha ritrovato il suo mentore Ancelotti dopo l'esperienza al Real Madrid, e che si è scrollato di dosso le ombre degli ultimi anni, dopo l'esubero dai galacticos e una deprimente parentesi al Bayern Monaco. E poi, ovviamente, Dominic Calvert-Lewin, 23 anni di Sheffield, esploso proprio con Ancelotti, che ne ha fatto un attaccante estremamente moderno, scaltro e soprattutto concreto: una prima punta di gran movimento e sempre più spietata sotto porta, anche grazie all'immancabile e instancabile Richarlison sulla fascia sinistra. L’Everton ha avuto un inizio stellare, poi un mezzo tracollo, ora è tornata a correre e vincere. La continuità sarà la sua sfida quest’anno.

Le deluse di Londra

Infine, le due deluse di Londra. Il Chelsea, per esempio, già staccato, 26 punti in 17 partite.
Un grosso problema. La disfatta 1-3 in casa contro il Manchester City è solo l'ultima caduta di un crollo inesorabile nelle ultime sei partite: una vittoria, un pareggio e quattro sconfitte. Thiago Silva, dopo un buon inizio, ora pare spesso in ritardo e approssimativo. È il simbolo di un Chelsea che ha sempre meno certezze. Negli ultimi tempi, la squadra di Lampard pare inesorabilmente scollata e senza idee, che vive di folate. I nuovi acquisti milionari non aiutano: l’ottimo Werner pare ora sgonfio dopo un buon inizio mentre Havertz, stella tedesca del mercato (80 milioncini) è tuttora terribilmente spaesata a Londra. Nonostante le lodi di Guardiola per lui - "ha tutto per sfondare", paragonandolo a Carlo Ancelotti - la posizione di Lampard inizia a traballare. L’altra illustre sventurata è l’Arsenal. Una squadra gloriosa ora in fase di transizione tra un ciclo e l’altro e che di punti ne ha soli 23 (e 17 partite). Almeno però le ultime tre partite le ha vinte - l’ultima contro il WBA per 4-0 - e si è tirata fuori dalla zona retrocessione per il sollievo del tecnico Arteta già dato per licenziato. Altra piccola consolazione: tanti i giovani interessanti, vedi Saka. Ma ce n’è uno di loro che infonde molta speranza: Kieran Tierney. Scozzese arrivato dal Celtic Glasgow 18 mesi fa, 23 anni, terzino o anche difensore centrale, già si parla di lui come prossimo capitano. Non solo sa difendere, non solo segna e fa assist, ma, almeno secondo Arteta, sembra avere quella mentalità vincente che è mancata per troppo tempo ai Gunners. È nata una stella?