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Mara Gomez: "Io, transgender, grazie al calcio ho sconfitto bullismo e discriminazioni. E oggi sono felice"

Mara Gomez, 22 anni 
È stata la prima a esordire in un campionato nazionale (la Primera argentina): "All'inizio dicevano che fossi avvantaggiata, ma Messi è il più forte perché è immarcabile, non per il fisico". Fu convinta a iniziare da un'amica, per reagire a un tentativo di suicidio: "Sono sodisfatta della mia vita, ma dobbiamo ancora fare molto perché le generazioni future non soffrano" 
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Mara Gómez, infermiera di 22 anni, non è una predestinata, bensì una guerriera. Per sua stessa ammissione, la prima calciatrice transgender a debuttare in un massimo campionato nazionale, la Primera división femminile argentina (con la camiseta del Villa San Carlos), iniziò a giocare al pallone per caso. Un drammatico caso. Tutto cominciò quando un'amica la salvò dal suicidio dandogli, per la prima volta, un'alternativa al dolore: sfogare su un pallone la propria rabbia verso un mondo che non la accettava, piuttosto che darla vinta "al bullismo e alle discriminazioni subite": "Non sapevo nemmeno toccare la palla, eppure, quando provavo a partecipare a un torneo, non mi facevano giocare perché dicevano che ero avvantaggiata fisicamente rispetto alle altre ragazze. Che stupidaggine! Messi, uno dei più grandi, uno che ha vinto sei Palloni d'Oro è più basso della maggior parte dei calciatori. Non è il più veloce e nemmeno quello che ha il tiro più potente e, ciononostante, nelle partite lo devono marcare in quattro per fermarlo. E questo non succede di certo perché ha più testosterone dei rivali, ma semplicemente perché ha abilità che gli altri non hanno".

Anche i protocolli del Cio, tuttavia, prevedono un test per verificare i livelli di testosterone.
"È una prova invasiva e rischiosa, un atto discriminatorio. L'obiettivo è quello di inquadrarti nelle uniche due caselle che prendono in considerazione: uomo o donna. Detto questo, mi piace considerare il bicchiere mezzo pieno. Oggi, infatti, il calcio non è più solo maschile o femminile, ma anche inclusivo".

È stato più difficile riuscire a debuttare in Primera o dire ai suoi genitori che si sentiva donna?
"La mia famiglia non mi ha mai reso la vita difficile. Se non fosse stato così, quasi sicuramente, non sarei diventata Mara Gómez. Se oggi sono chi sono è anche grazie a loro. I problemi sono arrivati durante l'adolescenza a causa del bullismo. Avevo paura. Mi chiedevo cosa sarebbe stato del mio futuro e quando mi ero rassegnata a credere che non ce l'avrei fatta, ho conosciuto il 'fútbol'. Mi sono resa subito conto che sarebbe stato importante nella mia vita. Per me è stata una vera e propria terapia".

Paradossalmente, quando ha esordito, realizzando il suo sogno, ha smesso di essere principalmente una calciatrice professionista per diventare un esempio sociale.
"Sono contenta di questo. Ho voglia di prendermi le mie responsabilità e ben venga se devo essere la voce di molta gente, quella che si sente identificata con i miei problemi, la mia storia, la mia lotta".

Una bella responsabilità.
"Non ho mai pensato che avrei raggiunto un obiettivo del genere, ma il fatto di aver esordito in Primera mi ha fatto capire che niente è impossibile. All'inizio mi pesava un po'. Il giorno del primo allenamento, il centro sportivo era pieno di televisioni. Prima solo argentine, poi ne sono arrivate anche da fuori. Non sapevo come gestire questa situazione, ma ho imparato e oggi sono contenta di essere considerata un punto di riferimento per chi vuole educare la società a rompere determinati paradigmi. Sempre più gente si congratula e mi ringrazia perché quello che ho ottenuto perché servirà ad altri per credere nei propri sogni".

Quando ha cominciato a non riconoscersi nel suo corpo?
"Sin da piccola, quando giocavo, ho sempre preferito ruoli femminili. A 9 anni capì che mi piacevano i maschi e questo mi faceva stare male perché la società, così com'è concepita, mi diceva chiaramente che mi stavo sbagliando. Giudicavano i miei sentimenti. Ma tutto questo dolore mi è servito a capire ancor più che volevo davvero essere Mara Gómez: una ragazza, una donna".

Perché Mara?
"Era il mio soprannome. E quando decisi di cambiare la mia identità di genere sui documenti non ho avuto dubbi".

L'aspettativa di vita di una trans in Argentina è di 35 anni, meno della metà di un uomo o una donna. Ha definito "omicidio senza armi" la discriminazione e l'esclusione di cui è vittima il collettivo Lgbt. Ha mai pensato al suicidio?
"Sì, da adolescente. È stato il periodo più duro. Ci ho provato in molte forme diverse e l'ultima volta ci sarei anche riuscita se non fosse stato per la mia vicina di casa, Adriana. Mi salvò, ma quello che stravolse per sempre la mia vita fu quello che fece subito dopo: mi diede un abbraccio e mi disse di andare con lei a giocare a calcio. Di provarci, almeno una volta. Da quel momento in poi tutto cambiò. Capì che non dovevo sforzarmi di piacere agli altri, ma solo a me stessa perché ci sarebbe sempre stato qualcuno pronto a criticarmi. Fino ad allora non sapevo cosa fosse l'amor proprio, non avevo mai dato importanza ai miei sentimenti. Cominciai a essere chi volevo e non quello che la società si aspettava da me e, oggi, per fortuna, posso raccontare la mia storia con molta forza".

È felice?
"Sì, oggi, sono felice. Non so se completamente, ma sono soddisfatta della mia vita perché so che oggi posso affrontare tutto quello che da adolescente mi faceva paura. La lotta, però, non è finita. C'è ancora tanto da fare affinché le generazioni future non soffrano quello che abbiamo subito noi".

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