De Gregori, pasta e sorrisi: l'empatico Guardiola, campione anche davanti ai microfoni
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaPARIGI - Guardiola cita De Gregori, e già solo che lo faccia un catalano che è stato in Italia soltanto di passaggio solleva meraviglia. Guardiola dice che non vede l'ora di fare un salto da noi, il giorno che la pandemia lo permetterà, "perché mi manca tanto un piatto di pasta", oltre naturalmente ai suoi amici di Brescia. Guardiola sorride, accorcia le distanze, non banalizza, dà sempre un'idea di spontaneità, di naturale empatia: ma anche questo fa parte del personaggio che si è costruito negli anni, con il suo perfezionismo, la sua maniacalità, la sua ferma convinzione che ogni cosa che abbia una relazione con il mestiere che esercita (o, nel suo caso, con la scienza che pratica) vada curata al meglio perché il miglioramento passa da ogni risvolto, e ogni risvolto contribuisce alla vittoria.
PARIGI - Guardiola cita De Gregori, e già solo che lo faccia un catalano che è stato in Italia soltanto di passaggio solleva meraviglia. Guardiola dice che non vede l'ora di fare un salto da noi, il giorno che la pandemia lo permetterà, "perché mi manca tanto un piatto di pasta", oltre naturalmente ai suoi amici di Brescia. Guardiola sorride, accorcia le distanze, non banalizza, dà sempre un'idea di spontaneità, di naturale empatia: ma anche questo fa parte del personaggio che si è costruito negli anni, con il suo perfezionismo, la sua maniacalità, la sua ferma convinzione che ogni cosa che abbia una relazione con il mestiere che esercita (o, nel suo caso, con la scienza che pratica) vada curata al meglio perché il miglioramento passa da ogni risvolto, e ogni risvolto contribuisce alla vittoria.
Come Mourinho, ma al contrario
Guardiola è come Mourinho ma al contrario. Mou ha (o aveva, visto che da un bel pezzo ha perso il tocco) una fortissima carica empatica con il suo spogliatoio mentre con l'ambiente esterno ha sempre giocato a fare l'antipatico: scatenare conflitti è la sua strategia. Pep invece ha rapporti meno profondi e meno intimi con i giocatori, mantiene un certo distacco, forse preserva la sua ieraticità: magari nessuno si butterebbe nel fuoco per lui, però nessuno lo tradirebbe. Più che rapire il cuore, lui ti seduce il cervello. Nelle relazioni pubbliche sa invece gigioneggiare, per quanto abbia sempre trovato il modo di essere puntuto, quando ne ha visto la necessità. Non ha mai concesso un'intervista esclusiva ma davanti ai microfoni delle tv e nelle conferenze stampa è sorridente, disponibile, non si sottrae mai alle domande, offre spiegazioni accurate e approfondite e dà sempre la sensazione di sapere perfettamente a chi si sta rivolgendo, dando così importanza al suo interlocutore. Dopo aver blandito gli italiani con De Gregori e la pastasciutta (e un elogio di Verratti) ha messo completamente a suo agio un giornalista africano un po' intimidito che gli chiedeva di Mahrez. Anche Mourinho dà sempre l'impressione di sapere con chi sta parlando, spesso chiama per nome chi gli fa le domande (è una strategia che adotta anche Conte, altro raffinato studioso della comunicazione) ma non è raro che usi questa finta intimità per sfoderare un'accusa o rinfacciare qualcosa.
Quell'inglese senza accento
La cura che Guardiola ha dedicato alla comunicazione, che è una cosa diversa dalle pubbliche relazioni, la si vede dal modo in cui padroneggia la lingua inglese. Lo parla ormai quasi senza inclinazioni e tra gli allenatori latini solo Mourinho (guarda caso) è al suo livello. Pochettino parla spedito ma ha una pronuncia terribile, Bielsa non spiccica una parola (per lo meno non in pubblico, dove si appoggia a un interprete) gli italiani se la cavano ma senza eccellere, anche se Conte, che partiva da zero, è arrivato al Chelsea con una buona padronanza del vocabolario e Sarri, che ha fatto la prima esperienza all'estero a 60 anni, ha stupito per la sua scioltezza. Ranieri veniva preso in giro da Mourinho per il suo accento, Mancini anche negli ultimi tempi a Manchester teneva accanto a sé un collaboratore che gli chiariva le domande più complicate, Ancelotti ha sempre avuto il dono di cavarsela in fretta e bene, come ha fatto anche con il francese, lo spagnolo e, in misura molto minore, con il tedesco, ma più in maniera empirica. Però nessuno è ai livelli di Guardiola, che anche a Monaco riuscì a esprimersi nella lingua di Goethe, anche se non proprio come Goethe.
Il City a sua immagine e somiglianza
A Manchester, Pep ha trovato la sua dimensione ideale perché è un microsistema che ha creato lui. Barcellona e Bayern erano quello che erano ben prima di lui, e hanno continuato a esserlo anche dopo, mentre il City lo ha piano piano plasmato a sua immagine e somiglianza, tecnicamente e filosoficamente. Questi sono davvero i "suoi" giocatori, che si è scelto uno per uno, che ha educato con pazienza e ostinazione e che adesso lo seguono ormai senza bisogno di spartito tanto è vero che a Parigi, pur avendo ribaltato tatticamente la squadra tra un tempo e l'altro, la differenza di rendimento (e, di conseguenza, di risultato), l'allenatore l'ha attribuita a una questione di carattere e mentalità ("eravamo un po' intimiditi perché nelle semifinali può capitare, ma è stata l'aggressività con cui abbiamo giocato il secondo tempo che ha fatto la differenza"), cioè di qualcosa che dopo tutto l'allenatore non può controllare, ma che il giocatore si deve dare da sé.
In campo Guardiola gli ordini li urla in inglese, con una voce roca e persino un po' cavernosa. Si arrabbia spesso, nessuno immagina che possa essere così duro con i suoi giocatori quando sbagliano, anche se sono errori che dalla tribuna non si notano: magari si tratta di una posizione sbagliata di qualche metro, o di un tempo ritardato di un secondo, quel genere di perfezionismi su cui ha costruito la sua grandezza. Ma poi succede spesso, addirittura quasi sempre, che quando uno dei suoi è al limite dell'area lui gli urli "kick the ball!". Tira!, come si diceva ai giardinetti.