Allegria, passione e coraggio: il calcio di Tuchel, l'uomo che sa sempre trovare una soluzione
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaPORTO - "Volevamo essere il sassolino nelle loro scarpe", ha detto alla fine Thomas Tuchel con quel ghigno tutto suo, mezzo ingenuo e mezzo sardonico. Ma il senso è quello: torturare con il fastidio di un imprevisto minimo la sofisticatezza di una scientifica teoria elaborata per la sola pretesa di essere originale. Filosofia 0 Espediente 1, ha riassunto il Times: due parole e un paio di cifre per raccontare come lo sfavorito può vincere una Champions. Come un sassolino può mandare all'aria un cammino segnato. Come certe volte basta così poco.
La versatilità di un timido estroverso
Tuchel ha l'adattabilità, dalla sua. Nel suo calcio immaginario somigl…
PORTO - "Volevamo essere il sassolino nelle loro scarpe", ha detto alla fine Thomas Tuchel con quel ghigno tutto suo, mezzo ingenuo e mezzo sardonico. Ma il senso è quello: torturare con il fastidio di un imprevisto minimo la sofisticatezza di una scientifica teoria elaborata per la sola pretesa di essere originale. Filosofia 0 Espediente 1, ha riassunto il Times: due parole e un paio di cifre per raccontare come lo sfavorito può vincere una Champions. Come un sassolino può mandare all'aria un cammino segnato. Come certe volte basta così poco.
La versatilità di un timido estroverso
Tuchel ha l'adattabilità, dalla sua. Nel suo calcio immaginario somiglierebbe molto a Guardiola e, se potesse, filosoferebbe molto anche lui, ma poi ha imparato che la versatilità è una dote non meno importante della creatività, della genialità. È il terzo allenatore tedesco di fila a vincere la Champions, eppure non ci sono tratti comuni tra il metallaro Klopp, il normalizzatore Flick e l'enigmatico Tuchel, uno che sta avendo successo perché riesce ancora a sfuggire a ogni definizione. Preso di persona è più ironico e alla mano di quello che sembra, ha una semplicità nei rapporti che stride con quell'atteggiamento di chiusura che a volte traspare. È un timido, ma un uno di quei timidi che, se passi la soglia della timidezza, ti spalanca un mondo di estroversione.
Il laboratorio di Magonza
Incontrammo Tuchel per la prima volta nel 2010 a Mainz (noi la chiamiamo Magonza): con quel piccolo club di provincia aveva appena vinto le prime sette partite di Bundesliga, eguagliando un record che apparteneva a Bayern e Kaiserlautern. Poi rallentò (alle fine fu quinto), ma è in quella squadra di sconosciuti (tolto il giovanissimo Schürrle, che farà carriera altrove) che Tuchel è stato davvero lui, senza compromessi. La squadra si allenava in un campo appena fuori dal centro, aperta agli occhi dei passanti: i pensionati stavano sul marciapiede a seguire i lavori con le braccia dietro la schiena, come davanti a un cantiere. Erano allenamenti condotti a velocità impensabile per quei tempi in cui l'intensità non era ancora un dogma: erano basati sul movimento collettivo attorno a due perni fissi, i due centrocampisti centrali, a giudizio del tecnico gli elementi che "fanno" la squadra. A loro, più che gioco e geometrie chiede raccordo, occhio, senso della posizione, lucidità, visione. Sono dei collanti, prima di tutto, e in questo senso Jorginho e Kanté rappresentano la coppia ideale. A Parigi avanzava spesso Marquinhos, perché aveva magari centrocampisti di bel tocco e buone intuizioni, ma nessuno col cervello così fino.
L'equilibrio tra libertà e disciplina
A Magonza, Tuchel insegnava l'equilibrio tra libertà e disciplina, valore a cui è rimasto ancorato e che sostiene vada applicato nella vita come nella tattica in campo. Un altro caposaldo era il dialogo: parlava molto con i giocatori, prendendoli uno a uno, allargando il colloquio alle cose della vita per capire meglio quelle di calcio. Ha continuato a farlo anche dopo, quando ha cominciato a confrontarsi con i divi milionari, e infatti a Parigi ha avuto un buon rapporto con Mbappé e soprattutto co Neymar, che non è un tipo facile e l'equilibrio tra libertà e disciplina lo ha spesso spezzato. Se la sua panchina parigina è saltata è perché è con Leonardo, che non è riuscito a legare: Tuchel aveva idee, la società ne aveva delle altre e quando l'allenatore ha cominciato a rinfacciarlo in pubblico, il suo destino si è segnato. Ma farsi cacciare dal Psg porta bene, visto che l'altro campione d'Europa 2020/2021 è Emery, il predecessore di Tuchel.
La tattica, i dvd, il registro degli errori
Già a Magonza, Tuchel era versatile: non aveva un sistema di gioco fisso e poteva cambiare impostazione di partita in partita. All'inizio della settimana presentava la sue intenzioni alla squadra e chiedeva ai giocatori che esprimessero opinioni e suggerimenti, poi lui faceva una sintesi. Ai ciascuno dei suoi uomini lasciava un cd con un breve riassunto, una decina di minuti, dell'ultima prestazione a livello individuale: non c'erano commenti, era il giocatore che doveva capire i suoi errori e provare a risolverli. E nello spogliatoio teneva un registro con le statistiche di ciascuno a disposizione di tutti. Così, se scoprivi che avevi magari sbagliato tre passaggi su dieci, sapevi di doverti impegnare per alzare la media.
Il rapporto con Neymar
Sono espedienti che con il tempo ha dovuto accantonare, o perfezionarli per adattarli a realtà più complesse, a gruppi di lavoro più frastagliati, a uomini spesso impossibili da domare, da catalogare, da normalizzare. A Parigi ha finito per diminuire l'intensità degli allenamenti, perché il Psg non era una squadra fanatica della fatica, al contrario. Ma al Chelsea ha ripreso il filo, anche perché in Inghilterra è tutto più semplice: basta buttare il pallone tra ventidue giocatori e quelli si scanneranno come se ogni partitella fosse la finale della Coppa del Mondo.
Allegria, passione e coraggio
Ad ogni modo, a Magonza come a Parigi come a Londra, Tuchel ha preservato un altro principio: allenarsi in allegria per poi giocare con passione. Difatti alla vigilia della finale ai suoi ha chiesto semplicemente coraggio, mentre Guardiola parlava di piani e di strategie e di visioni. Due mediani con il cervello, tre attaccanti da sguinzagliare e un mare di coraggio: è il calcio di Tuchel, forse è il calcio e basta.
Il primo incontro con Abramovich
Poi, anche lui è appeso a un filo come ogni allenatore del Chelsea perché, agli occhi degli inglesi, Abramovich è uno Zamparini che ce l'ha fatta: ai loro occhi è un'assurdità che un club abbia cambiato 17 allenatori in 18 anni. La Premier è abituata alla stabilità tecnica, ma i Blues fanno eccezione, e d'altronde hanno raggiunto tre finali di Champions (di cui due vinte) e conquistato due Europa League con allenatori subentrati in corso opera. E l'ultima, Sarri l'ha alzata quando ormai era un esonerato virtuale. Tuchel, che è a Londra da poco di più di quattro mesi, ha conosciuto Abramovich soltanto mercoledì sera a Porto, a fine partita, sul prato dove stavano festeggiando. "E' stato un bel momento per il nostro primo incontro", ha detto l'allenatore senza nascondere un filo di acida ironia, ma al Chelsea funziona così: ti affidano un compito e poi ti lasciano fare, ma se non lo completi te lo tolgono e chiamano un altro, senza pensarci due volte.
Contratto breve per una panchina instabile
Tuchel ha firmato un contratto di appena un anno e mezzo: "All'inizio mi sono preoccupato, mi chiedevo perché mi avessero offerto così poco tempo. Ma poi ho realizzato che anche se avessi avuto un quadriennale avrebbero potuto licenziarmi dopo sei mesi, e la preoccupazione mi è passata". In questi anni, Abramovich ha speso 110 milioni di euro per risarcire gli allenatori che ha esonerato (Conte fa la parte del leone: è quello che ne ha presi di più), ma Tuchel non si fisserà su queste cose. Un espediente sa sempre come trovarlo.