Havertz, una vita da predestinato: ora il ghiacchio è diventato bollente
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaPORTO - Kai Havertz è un pezzo di ghiaccio che finalmente ha cominciato a ribollire: sciolto il freddo, s'è sciolto lui. Ma d'altronde quante aspettative su se stesso deve avere un ragazzo della sua età se la prima cosa che gli è venuta in mente, dopo aver deciso la Champions con un gol da campione, è stata questa: "Aspettavo questo momento da quindici anni". Quindi era uno che già in prima elementare s'era messo in lista per diventare quello che sta diventando, senza altre possibilità: un ambizioso precoce. Il suo capitano, Cesar Azpilicueta, era lì a guardare il ghiaccio incendiarsi: "Ve lo dico io, questo ragazzo diventerà una superstar".
PORTO - Kai Havertz è un pezzo di ghiaccio che finalmente ha cominciato a ribollire: sciolto il freddo, s'è sciolto lui. Ma d'altronde quante aspettative su se stesso deve avere un ragazzo della sua età se la prima cosa che gli è venuta in mente, dopo aver deciso la Champions con un gol da campione, è stata questa: "Aspettavo questo momento da quindici anni". Quindi era uno che già in prima elementare s'era messo in lista per diventare quello che sta diventando, senza altre possibilità: un ambizioso precoce. Il suo capitano, Cesar Azpilicueta, era lì a guardare il ghiaccio incendiarsi: "Ve lo dico io, questo ragazzo diventerà una superstar".
Il predestinato
È un vaticinio che Kai ascolta da quand'era piccolo, ammesso che lo sia mai stato. A 4 anni è già in una squadra, spinto da suo nonno ex calciatore tra i dilettanti. A 10 passa all'Aquisgrana, la formazione della sua (bellissima) città. A 11 lo prendono nel vivaio del Bayer Leverkusen, dove hanno cominciato a paragonarlo a Özil e Ballack (ha i colpi di genio del primo e la perentorietà negli ultimi 18 metri del secondo). A 17 esordisce in Bundesliga, a 18 (da compiere) segna il primo gol, a 19 debutta in nazionale, eppure non hai mai dato l'idea di essere uno che brucia le tappe, né che si sia mai fatto sovrastare dal modo in cui tutti l'hanno chiamato da quand'era undicenne: il Predestinato. Tutto quello che fa sembra normale, equilibrato, come i gradini che sta salendo nella scala della sua carriera. Non corre, non s'affretta, è un talento graduale, ha nella crescita lo stesso carattere che ha in campo: fa le cose con naturalezza stupefacente, ma talvolta come se avesse delle remore, o la paura di andare oltre. Forse lo frega l'eleganza aristocratica con cui gioca, che a volte viene confusa con un atteggiamento un po' sdegnoso.
Il talento da 100 milioni
A 21 anni ha lasciato la Bundesliga dopo quattro campionati uno migliore dell'altro, con 118 partite e 36 reti, e anche lì non ha avuto fretta: già nell'estate del 2019 lo voleva mezzo mondo ma lui preferì restare a Leverkusen per completare un altro anno di maturazione. È stato poi geniale il Chelsea ad assicurarselo nell'estate del virus, quella in cui nessuno comprava nessuno tranne Abramovich, che l'anno prima aveva messo da parte i 157 milioni incassati con la cessione di Hazard (e di qualche rimasuglio) nel mercato in cui non aveva potuto fare acquisti per via della squalifica comminata dalla Fifa a causa di una serie di tesseramenti irregolari. Combinando quel surplus da reinvestire all'immobilismo generale, Abramovich intuì che era il momento di esagerare, sfruttando la stagnazione: così ha comprato molto e speso più di tutti (250 milioni) ma spuntando prezzi vantaggiosi. Havertz è venuto via per 80 milioni più 20 di bonus, ma nel 2019 il Bayer ne chiedeva 125, quanti ne aveva spesi l'Atletico Madrid per l'altro talento più puro che ci sia in circolazione, Joao Felix. Che ha fatto il salto prima di Havertz ma poi è rimasto un passo indietro.
La dura legge della Premier
Il primo anno di Havertz al Chelsea è stato duro e, almeno fino a sabato pomeriggio, deludente. Ha segnato appena quattro gol in Premier e quello in finale è stato l'unico in Champions. Con il 4-3-3 di Lampard, più adatto a Ziyech, a Pulisic o a Hudson-Odoi, ha arrancato senza mai trovare la posizione. Poi si è beccato il Covid e dopo la guarigione ha avuto il fiato corto ancora per un bel pezzo, infine un infortunio l'ha tolto di mezzo per qualche altra settimana: è stato durante tutte queste convalescenze che Tuchel se l'è curato, non gli ha messo fretta, gli ha dato fiducia e poi alla fine, ma proprio alla fine, gli ha consegnato il posto fisso come falso centravanti oppure fantasista d'appoggio in coppia con Mount, come è stato a Porto e nella semifinale con il Real, che lui ha marchiato con un assist. Il gol del Dragao ha risolto il dibattito sull'ammissibilità di quei 100 milioni: d'ora in avanti, saranno definiti un investimento, non un costo.
Alleskönner, quello che sa far tutto
Cosa sia Havertz, in ogni caso, è ancora da definire con esattezza. In Germania lo hanno definito Alleskönner, uno che sa fare tutto, perché l'allenatore che lo ha promosso per la prima volta titolare, l'olandese Peter Bosz (lo stesso che all'Ajax lanciò i minorenni De Ligt e De Jong; adesso è finito al Lione), gli ha fatto fare la prima o la seconda punta, il trequartista puro e il fantasista esterno. Secondo Sarri, che lo incrociò in Champions due anni fa, "ha il fisico, la tecnica e una personalità così sorprendente che può diventare un centrocampista completo". In effetti, già adesso il meglio lo dà quando arretra a ricevere palla dal mediano e si attrezza per distribuire il gioco oppure per scappare in dribbling. Però sa essere letale quando si inserisce alle spalle del difensore, esattamente come ha fatto sabato sera andando all'appuntamento con il lancio illuminante di Mount: in quei frangenti unisce velocità, controllo di palla, freddezza. È molto forte anche quando si butta in terzo tempo sui cross laterali, sfruttando i suoi 190 centimetri con il colpo di testa, mentre non è granché spalle alla porta, forse perché patisce il contatto fisico con il difensore o forse perché guardare il campo all'indietro lo disorienta.
La coppia col gemello diverso Mount
La fisicità della Premier lo ha sopraffatto, all'inizio. I ritmi forsennati del calcio inglese ci hanno messo un po' per accordarsi con quella slanciata eleganza che sembra persino troppo raffinata, con quel modo talora troppo freddo, davvero glaciale, di partecipare agli eventi, puntando quasi esclusivamente sulla pulizia limpida del suo talento e perdendo invece di vista l'armamentario di trucchi, furbizie e piccole cattiverie coltivato da attaccanti e difensori per sopravvivere nella loro quotidiana guerra. Havertz fa coppia con Mount, che da questo punto di vista è l'opposto: è sfacciato, con il dribbling cerca non solo di saltarti ma anche di provocarti, è sanguigno ed è in definitiva un tipico prodotto del calcio inglese, forgiato negli anni nell'accademia di Cobham, dove è entrato quando ne aveva otto, e poi dalla stagione in Championship al Derby County con Lampard. Sono poi ritornati al Chelsea assieme, ma si sa l'allenatore che fine ha fatto.
La distanza di Abramovich, il tesoro del vivaio
Strano club, il Chelsea. Ha un proprietario quasi sempre lontano che delega la gestione a una donna misteriosa, Marina Granovskaia, che appare solo nelle foto con i nuovi arrivati che firmano il contratto. Per il resto, squadra e allenatori sono in tutto e per tutto responsabili di loro stessi, accuditi da un unico dirigente, l'ex portiere col caschetto Petr Cech. Però il club funziona come un orologio. Anche le donne sono arrivate in finale di Champions (persa con il Barcellona, però) mentre il vivaio è considerato attualmente il migliore d'Inghilterra, con due Youth League, la Coppa dei Campioni, vinte (e altrettante finali) negli ultimi sei anni. I ragazzi fatti in casa sono innumerevoli e servono a finanziare una bella fetta degli acquisti milionari di Abramovich, ma anche a irrobustire la prima squadra: tra campo e panchina, sabato sera c'erano sei Blues allevati a Cobham, i titolari Mount (22 anni) e James (21) e le riserve Christensen (25), poi entrato al posto di Thiago Silva, Abraham (23), Hudson-Odoi (20) e Gilmour (19), un centrocampista che pare il più promettente di tutti. Il loro valore di mercato complessivo è stimato in circa 230 milioni di euro: è la ragione per cui Abramovich, se vuole, si può permettere si spenderne altrettanti in una campagna acquisti sola.