Xavi in panchina, il sogno del Barça appeso a un filo
di Paolo Condò , di Paolo CondòDopo i primi giorni di allenamento con il Barcellona, Sergio Aguero si disse sorpreso dal fatto che i compagni arrivassero al centro sportivo di Sant Joan Despì soltanto pochi minuti prima dell'orario di inizio sessione. Al Manchester City, il club nel quale ha passato le ultime dieci stagioni, le regole istituite da Pep Guardiola sono molto diverse: si arriva alla cittadella in ampio anticipo, si fa colazione con i menu personalizzati dalla dietologa, ci si riscalda per bene e poi si comincia. Aguero non ha ancora giocato una partita ufficiale per il Barça perché si è infortunato al polpaccio all'inizio di agosto, nei giorni in cui il mondo gli crollava addosso perché il motivo per il quale si era trasferito in Catalogna - la presenza di Messi - stava venendo a mancare. In quelle ore le attenzioni per il Kun erano ridotte al lumicino, come se l'addio del vecchio amico avesse denudato quel tanto di nepotismo compreso nel suo ingaggio. Poc…
Dopo i primi giorni di allenamento con il Barcellona, Sergio Aguero si disse sorpreso dal fatto che i compagni arrivassero al centro sportivo di Sant Joan Despì soltanto pochi minuti prima dell'orario di inizio sessione. Al Manchester City, il club nel quale ha passato le ultime dieci stagioni, le regole istituite da Pep Guardiola sono molto diverse: si arriva alla cittadella in ampio anticipo, si fa colazione con i menu personalizzati dalla dietologa, ci si riscalda per bene e poi si comincia. Aguero non ha ancora giocato una partita ufficiale per il Barça perché si è infortunato al polpaccio all'inizio di agosto, nei giorni in cui il mondo gli crollava addosso perché il motivo per il quale si era trasferito in Catalogna - la presenza di Messi - stava venendo a mancare. In quelle ore le attenzioni per il Kun erano ridotte al lumicino, come se l'addio del vecchio amico avesse denudato quel tanto di nepotismo compreso nel suo ingaggio. Poco meno di due mesi dopo, l'attesa per il suo rientro e per quello degli altri lungodegenti Ansu Fati (domani, forse) e Ousmane Dembelé è la penultima protezione che tiene al riparo Ronald Koeman. L'ultima è la legge nota a tutti i presidenti dei club in crisi: finché nel mirino c'è l'allenatore, nessuno guarda più in alto. Ma quando salta la panchina, il bersaglio si sposta al piano di sopra.
Rieletto a marzo in un clima da "si salvi chi può" per la catastrofe finanziaria incombente sul club, Joan Laporta non è più soltanto il presidente del Grande Slam di Guardiola (i sei titoli dell'anno 2009) ma, ormai, anche quello che ha perso Messi. L'avvocato indipendentista respinto dalla politica - nel 2010 venne eletto nel Parlamento catalano ma l'esperienza non ebbe seguito - ha ritrovato le amate luci della ribalta in un momento tremendo, nel quale il suo sorriso da sole in tasca stenta a far breccia in un popolo depresso. Il debito è salito a un miliardo e 350 milioni di euro, ulteriormente appesantito dai 481 milioni di perdita del bilancio 20-21, quello del Covid. Laporta ha vinto la corsa elettorale in forza del suo passato e delle conoscenze in ambito finanziario che avrebbero potuto aiutare il club a riemergere dall'abisso, e da questo punto di vista non sta facendo male: è stato negoziato un prestito da 595 milioni di Goldman Sachs per affrontare le scadenze immediate, e restituibile in tre anni a un tasso d'interesse dell'1.9 per cento. L'aspetto positivo, oltre alla boccata d'ossigeno, è la facilità con la quale la banca d'affari l'ha piazzato sul mercato assicurativo americano: sono arrivate richieste superiori al miliardo, a dimostrazione che il Barcellona - malgrado il buco record - continua a essere considerato affidabile.
Tamponare la situazione economica, però, è soltanto la prima emergenza. La seconda riguarda la competitività della squadra, che non è un fattore laterale visto che ogni tipo d'incasso dipende dai risultati: stadio, diritti tv, merchandising. Esaurite le ultime magliette di Messi, le cui vendite hanno registrato una disperata impennata nei giorni dell'addio, si è deciso di non ritirare il numero 10, come sarebbe stato nelle cose, per metterlo sulle spalle di Ansu Fati: un modo per "vendere" un nuovo personaggio e per legare sentimentalmente al club blaugrana un ragazzo che presto potrebbe guardarsi attorno, come del resto il gioiello Pedri. Perché la sfida che difficilmente Koeman porterà a termine è quella di continuare a ottenere risultati malgrado la casa sia andata a fuoco. Non si possono definire altrimenti due sessioni di mercato nelle quali se ne sono andati il miglior giocatore del mondo (Messi via a zero, era a fine contratto), Luis Suarez ("regalato" all'Atletico per 7 milioni) e Antoine Griezmann (pagato allo stesso Atletico 120 milioni due anni fa, e tornato lì per 10 milioni di prestito più 40 di riscatto).
La casa è andata a fuoco perché nel gelo del grande debito si è messo nel camino di tutto, a partire dai mobili più pregiati, pur di non morire di freddo. Koeman era stato scelto da Josep Maria Bartomeu, l'autore principale del disastro con la sua politica di acquisti assurdi (Coutinho a 160 milioni!), contratti dissennati (Messi si è portato via mezza Sagrada Familia) e corsa cieca verso il baratro (Griezmann pagato ipotecando i futuri introiti). L'olandese è stato un eroe della storia blaugrana, grazie alla punizione del 1992 contro la Samp che valse la prima coppa Campioni; come allenatore non è un genio, ma non il peggiore del dopo-Guardiola visto che negli ultimi dieci anni soltanto Luis Enrique ha vinto una Champions, eppure Messi c'è sempre stato. Il problema era il potere delle star nello spogliatoio, come rilevato in pochi giorni da Aguero.
Laporta vorrebbe liberarsi di Koeman, ma con quel debito anche uno stipendio in più sarebbe un peso. Gira e rigira il nome che metterebbe tutti d'accordo è quello di Xavi, oggi in Qatar, perché la suggestione di un nuovo Pep capace di ripartire dalla famosa cantera sarebbe forte. Ma Koeman, molto realista nel ripetere che un piazzamento nelle prime quattro sarebbe un buon risultato, ha già detto che i nuovi talenti hanno bisogno di un paio d'anni per avviare un nuovo ciclo. I pareggi con Granada e Cadiz l'hanno spinto verso il burrone, ma non abbastanza da perdere il posto prima della settimana che, dopo il Levante domani, prevede mercoledì il Benfica a Lisbona nel duello decisivo di Champions e sabato a Madrid l'Atletico di Suarez e Griezmann. È una storia di fantasmi, e fa paura.