Possanzini: "A Kiev senza vie di fuga, partire in auto è come suicidarsi"
di Matteo Pinci , di Matteo PinciROMA — “Avevamo un volo prenotato per giovedì: la notte, mentre preparavamo i bagagli, abbiamo iniziato a sentire le esplosioni”. Un gruppo di italiani è “prigioniero” nell’hotel Opera di Kiev. Sono gli allenatori dello Shakhtar Donetsk, la squadra del Donbass che nel Donbass non gioca più da tempo. Tra loro anche Davide Possanzini, il vice in panchina del tecnico De Zerbi, un passato da attaccante anche in Serie A con la Reggina, poi Sampdoria, Catania, tanto Brescia. Oggi è costretto in un albergo della capitale ucraina senza sapere quando e se potrà tornare a casa.
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Possanzini, perché non siete andati via prima?
“L’ambasciata ce lo ripeteva, ma la Federazione ucraina non aveva ancora sospeso il campionato, una cosa da pazzi. Lo ha fatto …
ROMA — “Avevamo un volo prenotato per giovedì: la notte, mentre preparavamo i bagagli, abbiamo iniziato a sentire le esplosioni”. Un gruppo di italiani è “prigioniero” nell’hotel Opera di Kiev. Sono gli allenatori dello Shakhtar Donetsk, la squadra del Donbass che nel Donbass non gioca più da tempo. Tra loro anche Davide Possanzini, il vice in panchina del tecnico De Zerbi, un passato da attaccante anche in Serie A con la Reggina, poi Sampdoria, Catania, tanto Brescia. Oggi è costretto in un albergo della capitale ucraina senza sapere quando e se potrà tornare a casa.
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SENTIERI DI GUERRA
Possanzini, perché non siete andati via prima?
“L’ambasciata ce lo ripeteva, ma la Federazione ucraina non aveva ancora sospeso il campionato, una cosa da pazzi. Lo ha fatto soltanto giovedì mattina. Ma ormai era tardi”.
Come mai siete in hotel?
“Eravamo tornati in Ucraina domenica dopo il ritiro in Turchia, dove avevamo fatto la preparazione per l’inizio del campionato. Avevamo un volo per l’Italia prenotato per giovedì mattina, ma la notte scorsa mentre preparavamo i bagagli abbiamo sentito le sirene. E abbiamo capito. Ora lo spazio aereo è chiuso, non possiamo muoverci e ci siamo rifugiati in questo albergo, di proprietà dello Shakhtar, la nostra squadra”.
Vi sentite al sicuro?
“Abbiamo cibo, siamo al riparo, siamo a due minuti di auto dall’ambasciata, che ci ha detto che questa è la migliore soluzione possibile, in attesa di poter capire quando spostarci. Ma si sentono le esplosioni, è normale che in queste condizioni non sei mai davvero al sicuro”.
Avete pensato di partire in auto, come hanno fatto in tantissimi?
“No, saremmo andati a suicidarci. Il confine con la Polonia è a 700 chilometri, il Paese è preso d’assalto da auto che cercano di fuggire, ci sono file di 50 chilometri, la benzina sta finendo: un pieno non ci sarebbe bastato per passare la frontiera. Avremmo corso il rischio di restare bloccati nel freddo”.
Avete informazioni su quando potrete spostarvi?
“No, nessuna informazione, sappiamo solo che l’ambasciata si sta muovendo. Qui in hotel siamo una piccola comunità, ci siamo noi dello staff che siamo in otto, c’è l’ex allenatore della Roma Paulo Fonseca e ci sono i nostri calciatori brasiliani, una decina. Siamo tutti in comunicazione continua con le rispettive ambasciate. Gli ucraini invece sono nelle loro case con le famiglie”.
A proposito di famiglie, lei ha familiari in Italia? Li ha sentiti?
“Sì, ho due figli, di 18 e 11 anni, li ho sentiti, abbiamo scherzato sulla situazione. Per fortuna non sono venuti a vivere qui”.