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La restaurazione di Xavi, così il Barcellona è tornato se stesso

(reuters)
Lo 0-4 al Real Madrid somiglia molto allo 0-5 inflitto ai Blancos da Cruyff da giocatore e al 2-6 di Guardiola da tecnico. Trampolini di lancio per quella filosofia blaugrana che la politica della 'cartera' (portafogli) e non della cantera dell'ex presidente Bartomeu aveva completamente snaturato
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BARCELLONA - La restaurazione di un determinato ancien régime non ha mai goduto delle simpatie della maggior parte degli storici e degli studenti. Molto più eccitante, comprensibilmente, una bella rivoluzione che abbia come obiettivo quello di stravolgere lo status quo e far cadere, più o meno letteralmente, le teste dei nostalgici. Nella Barcellona calcistica, per volontà popolare, sta accadendo l'esatto contrario. I danni provocati dall'illuminismo tutt'altro che illuminato di Josep Maria Bartomeu hanno spinto i soci culé ad affidarsi al proprio passato per salvare il club, richiamando alle armi il vecchio generale Laporta che, è bene ricordare, nel 2015 aveva preso una sonora scoppola elettorale proprio contro quello che è già passato alla storia come il peggior presidente della storia blaugrana. Una volta tornato sulla poltrona più importante del Camp Nou (e, per certi versi, dell'intera Catalogna), l&#…

BARCELLONA - La restaurazione di un determinato ancien régime non ha mai goduto delle simpatie della maggior parte degli storici e degli studenti. Molto più eccitante, comprensibilmente, una bella rivoluzione che abbia come obiettivo quello di stravolgere lo status quo e far cadere, più o meno letteralmente, le teste dei nostalgici. Nella Barcellona calcistica, per volontà popolare, sta accadendo l'esatto contrario. I danni provocati dall'illuminismo tutt'altro che illuminato di Josep Maria Bartomeu hanno spinto i soci culé ad affidarsi al proprio passato per salvare il club, richiamando alle armi il vecchio generale Laporta che, è bene ricordare, nel 2015 aveva preso una sonora scoppola elettorale proprio contro quello che è già passato alla storia come il peggior presidente della storia blaugrana. Una volta tornato sulla poltrona più importante del Camp Nou (e, per certi versi, dell'intera Catalogna), l'istrionico avvocato catalano si è levato dai piedi - o quantomeno questa è la sensazione che ha lasciato nel diretto interessato - Ronald Koeman affidando a Xavi Hernández una squadra ben oltre il bordo di una crisi di nervi.

Xavi in giacca e cravatta

Il ritorno in giacca e cravatta del centrocampista più importante della storia del Barça e della nazionale spagnola (il più talentuoso, probabilmente, è stato Andrés Iniesta) non è servito a impedire l'eliminazione del Barcellona alla fine della fase a gironi della Champions League. Blaugrana che sono, così, mancati all'appuntamento con gli ottavi di finale della massima competizione europea 21 anni dopo l'ultima, oramai penultima, volta. Evidentemente, però, bisognava toccare davvero il fondo per ripartire così come esigeva il copione di Xavi. Era necessario che tutti si prendessero le proprie responsabilità: dirigenti, staff tecnico, equipe medica e naturalmente gli stessi calciatori che, pochi mesi prima, erano stati testimoni del drammatico addio di Lionel Messi. E così, mentre con Bartomeu anche alcuni panchinari fissi sentivano di essere intoccabili, Laporta ha fatto capire che non avrebbe fatto prigionieri. Per riuscirci, però, il presidentissimo avrebbe dovuto vincere e convincere in campo e questo non è successo fino all'arrivo del principale esponente della corrente calcistica passata alla storia come tiqui taca made in La Masia: perché nel Barça di Guardiola anche Messi e Iniesta giravano intorno a lui e lo facevano al ritmo che il direttore d'orchestra catalana decideva di imprimere alla sinfonia blaugrana. Non a caso, sin dal giorno del suo ritiro era chiaro a tutti che, prima o poi, Xavi sarebbe tornato per dirigere la squadra della sua vita dall'area tecnica.

"Non era ancora il momento..."

Spesso e volentieri, però, essere considerato l'erede naturale di un vero e proprio guru della storia del pallone non aiuta a creare, sia dentro che fuori del prescelto, le condizioni perfette affinché il miracolo possa ripetersi. Lo sa bene Pep Guardiola, che mezzo Camp Nou avrebbe voluto esonerare dopo i primi due incontri di campionato (l'altra metà era scettica...), e ne era cosciente Xavi che, prima di accettare l'ultima disperata offerta di Laporta aveva rifiutato in almeno tre occasioni di rispondere alla chiamata del suo vecchio club: "Non era ancora il momento". Ci sono voluti tre anni di umiliazioni nel Clásico per fargli capire che se non fosse stato lui a risollevarne le sorti, il Barça avrebbe corso il rischio di essere sottratto ai propri soci: altro che 'més que un club', insomma. La crescita economica, anche se impulsata dai migliori dirigenti possibili, non può tuttavia prescindere dai buoni risultati in campo perché è null'altro che la vittoria, ancor meglio se bella, il miglior volano per qualsiasi società e, allo stesso tempo, la miglior calamita per il talento.

Correre e pressare, anche con 4 gol di vantaggio

E così, dopo aver perso gli ultimi cinque scontri diretti con il Real Madrid, Xavi ha piantato le basi sulle quali fondare il proprio progetto. E lo ha fatto al Santiago Bernabéu, proprio come i suoi padri ideologici: il suo poker rifilato ai blancos nel proprio tempio ha ricordati ai tifosi culé la manita inflitta all'eterno rivale con Cruijff in campo (0-5, 1974) e il set rifilato con Guardiola in panchina (2-6), perché la superiorità è stata schiacciante non solo nel risultato, ma anche e soprattutto nel gioco. Xavi è tornato a Barcellona con diverse ossessioni tecnico-tattiche, due su tutte: individuare l'uomo libero e ridurre al minimo le palle perse. Recuperando il gioco di posizione e il livello di intensità necessaria a riprendersi il pallone nel minor tempo possibile, Xavi ha schiantato il Real di Carlo Ancelotti che, se non fosse stato per le parate di Thibaut Courtois, sarebbe andato a dormire con un risultato ancora più pesante sulla coscienza: "Perché chiedevo ai ragazzi di correre anche quand'eravamo in vantaggio di quattro gol? Perché se è vero che oggi stavamo vincendo 4-0, è altrettanto vero che quando saremo in vantaggio di una sola rete, per non perdere, dovremo continuare a correre e pressare, ad aiutare i terzini... Perdere una palla ci deve far imbufalire, a me dà molto fastidio quando succede. E se non siamo esigenti i risultati non arriveranno".

La 'cartera' di Bartomeu

Se il Barcellona non vinceva un Clásico da tre anni, i tifosi culé non si sentivano così orgogliosi della propria squadra da molto più tempo: quasi sicuramente, dal 2015, l'anno del Triplete con Luis Enrique in panchina e lo spettacolare tridente Messi-Suárez-Neymar in campo. Trionfo totale, ma anche l'inizio della fine perché, sulla scia dell'euforia generata dai titoli, i soci votarono, con percentuali bulgare, il progetto di Josep Maria Bartomeu che, pochi mesi prima, aveva preso il posto del dimissionario Sandro Rosell. Da quel momento in poi, il Barcellona decise più o meno coscientemente di allontanarsi dal proprio stile, credendo che con un tridente del genere - e quindi puntando sulla cartera (il portafogli) e non sulla cantera - non fosse necessario sforzarsi più di tanto per formare i giovani sotto i precetti di Cruijff: "Quello che mi ha sorpreso di più è che alcuni calciatori non conoscono i concetti fondamentali del calcio di posizione", il grido di dolore lanciato da Xavi poco dopo il suo ritorno.

Haaland ci pensa, Dembèlé ci ripensa

Oggi, però, quei concetti sono stati rispolverati e stanno contribuendo alla restaurazione di un club umiliato dalla retrocessione in Europa League, ma che guarda avanti e che, attraverso le vittorie e il bel gioco, vuole recuperare il proprio fascino sui top player di tutto il mondo: "Che risultato per il Barça! Xavi! Auba! Rispetto", twittava il portavoce della famiglia Haaland inebriato dal festival blaugrana andato in scena al Santiago Bernabéu. E non è un segreto che anche Mino Raiola stia cercando di far capire al fuoriclasse norvegese che quello di Xavi è uno dei progetti più interessanti a livello mondiale. Forse il più interessante in assoluto. E non è nemmeno un caso che anche un cavallo pazzo come Ousmane Dembélé sia sempre più intenzionato a rinunciare ai milioni che gli ha promesso il Psg: "Se seguito bene può diventare il più forte al mondo nella sua posizione", ha sottolineato Xavi, ma non dopo il trionfo sul Real, bensì il giorno della sua presentazione. Nel frattempo, il suo Barça si è ripreso un po' del rispetto che aveva perso in Europa. E così, lo stesso Thomas Muller che assicurava, subito dopo averli eliminati dalla Champions, che i catalani non fossero più "capaci di competere alla massima intensità nel calcio di primo livello", ieri si diceva entusiasta "per la magnifica esibizione blaugrana" sul campo del Real. Gerard Piqué ne è convinto: "We are back".