Mbappé, per disciplina (e forse soldi): i retroscena del 'non' affare del secolo
dal nostro inviato Emanuele Gamba , dal nostro inviato Emanuele GambaPARIGI – C’è una frase di Mbappé sul contratto appena firmato che spiega bene perché quella storia abbia preso la piega che ha preso: “Voglio dirlo chiaramente: con il club abbiamo parlato per mesi dell’aspetto sportivo, per ore di diritti d’immagine e per pochi minuti di soldi”. È la verità: per definire le dimensioni della montagna di euro che farà del parigino il calciatore più ricco al mondo è bastata qualche discussione tra avvocati e commercialisti, mentre per la ricucitura del rapporto tra Mbappé e il Psg sono servite settimane di confronti, di impegni, di promesse, di studi e di garanzie.
Le telefonate di Macron e le garanzie di Al-Khela&ium…
PARIGI – C’è una frase di Mbappé sul contratto appena firmato che spiega bene perché quella storia abbia preso la piega che ha preso: “Voglio dirlo chiaramente: con il club abbiamo parlato per mesi dell’aspetto sportivo, per ore di diritti d’immagine e per pochi minuti di soldi”. È la verità: per definire le dimensioni della montagna di euro che farà del parigino il calciatore più ricco al mondo è bastata qualche discussione tra avvocati e commercialisti, mentre per la ricucitura del rapporto tra Mbappé e il Psg sono servite settimane di confronti, di impegni, di promesse, di studi e di garanzie.
Le telefonate di Macron e le garanzie di Al-Khelaïfi
Alla fine, Mbappé ha scelto di restare a Parigi perché “sono francese e questo è il Paese in cui voglio vivere”, o magari perché Macron gli ha fatto almeno tre telefonate spiegandogli quando sarebbe stato importante se fosse rimasto, ma lo ha fatto soprattutto perché Nasser Al-Khelaïfi, il presidente, gli ha promesso che il club cambierà rotta, che comincerà a badare più alla sostanza che alla forma, che comprerà giocatori per la funzionalità e non per il nome (è la ragione per cui sta trattando Tchouaméni e non Pogba), che l’anarchia interna verrà sottoposta a una soglia minima di disciplina. In pratica, gli emiri che Al-Khelaïfi rappresenta sono riusciti a trattenere Mbappé con la promessa che il Psg smetterà di essere rutilante e comincerà a puntare sulla serietà, sul rigore. Il prezzo di quella promessa è una rutilante (ehm) operazione da 400 milioni di euro.
Mbappé uomo immagine del Psg
Si è detto molto sul fantasmagorico contratto con cui il Psg ha trattenuto Mbappé a Parigi, anche se sulla cifre non è stata fatta completa chiarezza né c’è assoluta concordanza: a grandi linee dovrebbe trattarsi di un triennale da 50 milioni netti a stagione più un bonus di entrata di 130, ma l’entourage del giocatore fa sapere che i numeri, che restano comunque abnormi, vanno sensibilmente corretti al ribasso. Di sicuro tutti concordano, a Madrid come a Parigi, sul fatto che l’offerta del Psg non fosse sostanzialmente dissimile da quella del Real. In pratica, Al-Khelaïfi ha pareggiato la proposta di Florentino Perez, ma il rilancio l’ha fatto con i programmi. La differenza è che il Real avrebbe lasciato a Mbappé i diritti d’immagine (valutati una ventina di milioni a stagione), mentre il Psg li ha trattenuti per sé perché il marchio Mbappé vale senz’altro di più quello che del club parigino. È Kylian a trainare l’immagine del Psg nel mondo, mentre la grandezza del Real sovrasta anche quella del giocatore più grande: a Madrid i campioni li prendono perché portino vittorie, non fama.
Il segreto di Kylian: fare la storia a Parigi e poi partire
Su queste basi, Mbappé ha fatto una scelta non prettamente economica ma in parte umana (continuare a vivere nell’appartamento di due piani e 600 mq con vista straziante sulla Tour Eiffel) e specialmente tecnica, sportiva. A chi gli sta vicino ha spiegato che il suo obiettivo è fare la storia e lui reputa storico vincere la prima Champions del Psg (e la seconda per la Francia) ma non la quattordicesima o la quindicesima per il Real. Certo, con i blancos potrebbe diventare uno storico collezionista di portaombrelli (domani Benzema, Kroos, Modric, Casemiro, Isco, Marcelo, Carvajal e Nacho potrebbero conquistare il quinto), ma per quello ha tutto il tempo: infatti ha firmato soltanto per tre anni, così nel 2025 deciderà quale altra storia andare a scrivere, e dove. Non dimentichiamoci che questo attaccante che sembra una folata di vento ha appena 23 anni.
La sconfitta di Leonardo
A pagare le conseguenze di quello che i francesi hanno argutamente ribattezzato “il non trasferimento del secolo” è stato Leonardo, silurato il giorno dopo la firma. Ma è sbagliato semplificare sostenendo che sia stato Mbappé a farlo fuori. Lui non ha chiesto la testa del dirigente di riferimento del club, però sono state le sue numerose annotazioni sulla gestione tecnica e comportamentale del club presentate ad Al-Khelaïfi a condannare Leonardo, per altro del tutto escluso dalla trattativa per il rinnovo: a gestirla nella fase più calda è stato il suo predecessore, Antero Henrique, l’uomo che portò Mbappé da Monte-Carlo a Parigi e che oggi è di stanza a Doha dove fa il direttore della Stars League, il campionato del Qatar. È stato proprio un viaggio a Doha di Fayza Lamari, la mamma-agente di Kylian, a spostare l’ago della bilancia dal Bernabeu al Parco dei Principi.
In arrivo Campos, l’uomo delle plusvalenze
Leonardo ha pagato l’ingaggio di svincolati non strettamente necessari (Donnarumma, Sergio Ramos, Wijnaldum), mentre ad esempio la squadra aveva un clamoroso deficit di qualità e personalità in mezzo al campo. Soprattutto, ha pagato l’incapacità di vendere: per anni non è riuscito a liberarsi di esuberi come Draxler e Kurzawa, rimanendo prigioniero della sua stessa politica: non potendo sedurre giocatori con il fascino della storia ha dovuto farlo con l’odore dei soldi, che attira ma non coinvolge, non motiva e spesso rende arroganti. Il posto di Leonardo verrà preso da Luis Campos, portoghese come Henrique, uno che ha fatto la fortuna di Monaco e Lille scovando talenti a buon mercato (incluso Mbappé) e rivendendoli poi a peso d’oro, segno che nel Psg stanno cambiando tante cose: non è che l’abbia deciso Mbappé (“Io sono un calciatore e continuerò a fare solo il calciatore”), ma Mbappé ha costretto gli emiri a riflettere, a ragionare, rivedere.
E Pochettino può restare, ma c’è l’insidia Conte
Si è schierato, l’attaccante, anche dalla parte di Pochettino, il cui lavoro è stato condizionato dall’esile sostegno avuto dalla società (come è successo anche a Emery e Tuchel, cui la dirigenza non copriva mai la spalle quando si trattava di mettere in riga le stelle che scapricciavano) e della scarsa autorevolezza che gli è stata riconosciuta da frange della squadra. Perciò ora Pochettino – contratto fino al 2023 da un milione al mese - potrebbe spuntare un’inattesa riconferma. Zidane è da sempre niente di più di una falsa suggestione (Zizou vuole allenare la Francia dal 2023) mentre uno dei candidati più credibili, lo spezzino Thiago Motta, già apprezzato allenatore della Primavera parigina, è troppo legato a Leonardo, benché goda anche della stima di Al-Khelaïfi. Parigi cambierà eventualmente Pochettino solo per un nome di primissimo piano: quello di Conte, per altro perfetto per domare l’anarchia, non era circolato per caso, qualche settimana fa.
Niente bonus per il Pallone d’oro
Mbappé ha gestito le correnti di questo vortice con una maturità incredibile, ha sopportato senza battere ciglio un anno e più di pressioni fortissime da parte di due dei club più potenti al mondo, senza mai nascondersi, senza bluffare, esponendosi pubblicamente con trasparenza e mantenendo inalterato (anzi, migliorandolo) il suo straordinario rendimento: se fosse solo una questione di soldi, Mbappé non sarebbe quello che è, né quello che sarà. (A proposito, nel contratto non c’è un bonus per la conquista del Pallone d’oro: non è quel tipo di storia che gli interessa).