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Carlos Tevez, l'Apache del calcio si ritira: "Ora mi piacerebbe allenare"

Carlos Tevez, 38 anni 
L'attaccante argentino lascia: "Non ho più stimoli". Un'infanzia difficile, uno zio come padre, è stato uno dei più grandi giocatori dell'epoca moderna. Amatissimo da Maradona, ha vinto tutto, lasciando il segno in ogni squadra in cui ha giocato, incantando i tifosi di grandi club come Boca Juniors, Corinthians, i due Manchester e la Juventus
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Le cicatrici che ha in faccia non sono niente, rispetto a quelle che gli attraversano il cuore. Ferito dalla sorte, malmenato e allo stesso tempo premiato dal destino - il dolore della vita, la gloria dello sport - Carlos Tevez lascia il calcio dopo averlo segnato come acqua bollente sulla carne viva. Perché questo argentino orgoglioso e feroce, rapidissimo e scaltro, agilissimo e spietato, è stato davvero uno dei più grandi giocatori dell'epoca moderna, attaccante globale, fuoriclasse inquieto, combattente indomito. Ora ha deciso di dire basta, un anno dopo avere di fatto smesso perché dal 31 maggio 2021 non giocava più: ma c'era ancora la speranza di un sussulto, l'eventualità di un ripensamento. Così non è stato, ed è probabilmente un bene perché adesso nulla offuscherà il ricordo di un fenomeno, la luce di questo purissimo diamante del calcio.

Quando 16 mesi fa gli morì il padre Segund…

Le cicatrici che ha in faccia non sono niente, rispetto a quelle che gli attraversano il cuore. Ferito dalla sorte, malmenato e allo stesso tempo premiato dal destino - il dolore della vita, la gloria dello sport - Carlos Tevez lascia il calcio dopo averlo segnato come acqua bollente sulla carne viva. Perché questo argentino orgoglioso e feroce, rapidissimo e scaltro, agilissimo e spietato, è stato davvero uno dei più grandi giocatori dell'epoca moderna, attaccante globale, fuoriclasse inquieto, combattente indomito. Ora ha deciso di dire basta, un anno dopo avere di fatto smesso perché dal 31 maggio 2021 non giocava più: ma c'era ancora la speranza di un sussulto, l'eventualità di un ripensamento. Così non è stato, ed è probabilmente un bene perché adesso nulla offuscherà il ricordo di un fenomeno, la luce di questo purissimo diamante del calcio.

Quando 16 mesi fa gli morì il padre Segundo, che lui chiamava papà ma che in realtà era suo zio (aveva adottato l'orfano Carlitos nel 1999), Tevez disse che non poteva più giocare senza avere addosso gli occhi del suo primo tifoso, colui che lo aveva portato ad allenarsi e scoprire che c'erano un'altra vita e una miglior sorte rispetto a quella del barrio, il tremendo quartiere Ejército de los Andes di Buenos Aires, Torre numero 1, primo piano, detto anche "Fuerte Apache": la terra che Carlos portava dentro e addosso, scritta cioè sulla maglietta indossata sotto la casacca di gioco ed esibita dopo ogni gol. Non ha mai smesso di uscire di lì, anche se è proprio uscendo di lì che si è salvato.

"Non ho più stimoli, dal calcio ho avuto tutto: ora mi piacerebbe allenare". Carlitos consegna poche parole per definire un addio ormai ineluttabile, nella scia di una carriera unica: ha vinto tutto, ha vinto sempre e ovunque, dalla sua Argentina al Brasile, dall'Inghilterra all'Italia, una storia memorabile che gli ha permesso di incantare i tifosi di grandi club come Boca Juniors, Corinthians, i due Manchester e la Juventus, per restare solo ai maggiori. In ogni avventura, Carlos Tevez ha dimostrato di essere diverso e superiore, completo in ogni ruolo d'attacco, prima o seconda punta, ala o rifinitore, anche se è sempre stato il gol il suo istinto primordiale. Il talento di Carlitos è della specie selvatica e brada, il tipo di grazia che accarezzò Maradona, per capirci, anche se ovviamente in misura diversa. E infatti Diego amava molto l'Apache, tanto da affidargli le strade del gol al mondiale del 2010, in parte rivedendosi in quell'ombroso ragazzo di strada. Sei anni prima, Tevez aveva vinto l'oro olimpico ad Atene.

Carlitos fu malmenato dalla vita ancor prima di nascere: suo padre Carlos venne infatti ucciso da una revolverata due mesi prima che il bambino venisse al mondo, e la sua mamma naturale lo abbandonò quando il piccolo aveva appena tre mesi. Furono gli zii materni Adriana e Segundo a prendersi cura di lui, in particolare l'uomo, il cui stesso battesimo pareva un altro segno del destino: ma Segundo non fu secondo a nessuno, non certo nell'amore verso il bambino. Il resto è l'esistenza selvaggia nella povertà di Baires, ma anche il talento che ad appena cinque anni faceva già brillare Carlitos e strabuzzare gli occhi degli osservatori. Il resto è l'acqua del bollitore che lo sfigurò, due mesi in rianimazione quando Carlitos non aveva neppure compiuto un anno. Eppure ha saputo rinascere da ogni sua piccola morte.

Un romanzo, più che una carriera. Trionfi in campo e voragini fuori, amici arrestati e uccisi, lo zio/padre rapito nel 2014 e rilasciato dopo una manciata di ore, l'arresto per guida senza patente, il ritiro della medesima nel 2013 sfrecciando a velocità folle dentro il tunnel del Monte Bianco. Ma erano soltanto effetti collaterali di un'esistenza condotta all'estremo e allo stremo: nulla che tuttavia impedisse a Tevez di essere un meraviglioso atleta e un irraggiungibile campione, amato dai compagni per la sua generosità e rispettato da tutti.

Anche la presenza italiana di Carlos è stata profonda: due scudetti, Supercoppa, Coppa Italia e una finale di Champions con la Juve, adorato da Conte (forse Tevez è il suo attaccante ideale) e stimatissimo da Allegri. Si pensava che i bianconeri avessero preso un campione già in fase calante, un "cattivo ragazzo" che aveva dato il massimo altrove, invece Tevez diventò presto l'anima della Juve, la componente immateriale che fa di una squadra forte un gruppo indimenticabile, così come lo erano alcuni suoi compagni da Buffon a Pirlo, da Barzagli a Chiellini, da Pogba a Vidal. Una squadra mostruosamente agonistica eppure assai tecnica, della quale Carlitos era il cuore. Il suo, di cuore, era gentilissimo, e lo stesso i suoi modi quando lo incontravi e lui sorrideva al modo dei timidi e ti salutava, tenendo aperta la porta se lo incrociavi sull'uscio: l'esatto contrario dell'immagine che il mondo ha sempre avuto di lui, in particolare quel viso attraversato dai segni che continuano sul collo e che ci dicono cosa sia il dolore dei corpi, l'atroce sofferenza che a volte colpisce i bambini più poveri e abbandonati in ogni angolo del mondo.