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Arriva il Mondiale che nessuno vuole vedere: due mesi di astinenza dal campionato "salvavita"

(agf)
Stavolta è successo veramente: il pallone nel nostro Paese si è interrotto. E ora dovremo pensare a cosa fare: la famiglia, il bricolage, litigare con i vicini. E non sapremo di cosa parlare, soprattutto al lavoro, perché in definitiva la Serie A è la prima cosa e l'ultima di cui discutiamo
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E poi, ad un certo punto, succede quello che non sarebbe mai dovuto succedere: il campionato di calcio del nostro paese si interrompe. Anche quelli degli altri paesi, ma di loro non ci importa. In più è il concetto ad essere diverso, perché non si tratta di un torneo che finisce, il che lo accetteremmo pure, visto che, nell'eterno fluire, ogni epilogo delle cose è sempre già l'inizio di qualcos'altro, ma di una cosa che si interrompe e basta. E non è naturale, anche perché il campionato in pratica non finisce mai, dal momento che quando termina la stagione poi c'è il calciomercato che tiene tutto vivo, e poi le tournée estive delle squadre in giro per l'Europa o per il mondo. E subito dopo le amichevoli precampionato con le prime uscite pubbliche delle compagini. In pratica c'è stata sempre garantita una perenne continuità calcistica. Uno dei grandi pregi del nostro paese: il rispetto …

E poi, ad un certo punto, succede quello che non sarebbe mai dovuto succedere: il campionato di calcio del nostro paese si interrompe. Anche quelli degli altri paesi, ma di loro non ci importa. In più è il concetto ad essere diverso, perché non si tratta di un torneo che finisce, il che lo accetteremmo pure, visto che, nell'eterno fluire, ogni epilogo delle cose è sempre già l'inizio di qualcos'altro, ma di una cosa che si interrompe e basta. E non è naturale, anche perché il campionato in pratica non finisce mai, dal momento che quando termina la stagione poi c'è il calciomercato che tiene tutto vivo, e poi le tournée estive delle squadre in giro per l'Europa o per il mondo. E subito dopo le amichevoli precampionato con le prime uscite pubbliche delle compagini. In pratica c'è stata sempre garantita una perenne continuità calcistica. Uno dei grandi pregi del nostro paese: il rispetto per il pallone.

Ma stavolta non è così, e il pallone si è interrotto sul serio, la diagnosi non lascia margini. E già vedo, dalle finestre su strada, la gente che cammina dentro le proprie case, come novelli Amleto, chiedendosi: essere o non essere? Rivolgendo l'interrogazione shakesperiana non ad un teschio, ma ad una caffettiera, o ad un soprammobile. Purtroppo è così: una forza superiore (il denaro degli sceicchi) ha decretato l'interruzione del calcio nazionale fino a gennaio, per dei Mondiali che nessuno seguirà. E badate che l'interruzione non è un concetto tanto facile da accettare, perché prevede proprio che avvenga il contrario di quanto sarebbe normale succedesse. E la gente adesso, come farà? Forse torneremo a guardarci dentro casa, a litigare con i coinquilini, o coi vicini. Possiamo ripulire la cantina, o fare il bricolage. O anche l'amore con le mogli e le compagne. Che poi magari ti dicono che era meglio prima. Possiamo andare nelle ville comunali coi ragazzini. O col cane. Meglio col cane, perché i ragazzini di oggi non sono più quelli di una volta, e al parco non sanno giocare, non sanno divertirsi. E chi non ha il cane, se lo può prendere al canile. Sconsiglierei di leggere, viste le classifiche dei libri più venduti in Italia, e anche di fare sport; l'infortunio è sempre in agguato. Ma il vero dramma è di che cosa parleremo durante i turni di lavoro? Con i clienti, ma soprattutto fra di noi. Perché tolte le chiacchiere sul lavoro, resta solo il lavoro. E il campionato di calcio è un grande aiuto per noi, più che altro un grande conforto, è il grande medicinale che ci serve per sopravvivere. Perché dovete sapere che noi parliamo di pallone ogni giorno, è la prima come l'ultima cosa che ci scambiamo. Ci salutiamo all'arrivo con la partita di ieri e ci congediamo parlando di quella di domani.

Noi siamo un popolo di servitori, tutti camerieri e cameriere. Hanno detto che per via del nostro passato rinascimentale, nel quale tutti servivano i padroni. Le cose poi non sono migliorate con il tempo, quasi mai succede, tranne che con i distillati, e forse per questo oggi siamo il più grande ristorante del mondo, con annesso parco archeologico, una specie di tavola calda aperta notte e giorno per ricchi d'Europa, dove per loro è possibile ogni divertimento, compreso quello di comportarsi come non gli sarebbe mai consentito a casa loro. E quindi noi, che non possiamo fare molto, tranne forse emigrare, in mancanza di altre divinità credibili, ci consoliamo con il pallone, e con quello affrontiamo la nostra quotidianità. Non credo dovesse essere così all'inizio, forse si era pensato più al calcio come ad un passatempo sociale, ad uno svago per famiglie. Poi però è diventato una cosa vitale. Il perché è ancora oscuro, forse perché è davvero lo sport più bello del mondo, forse perché tutto il resto del mondo non è così bello. Anche una certa miseria di contorno potrebbe aver contribuito a far sì che il pallone diventasse la macchina che ci tiene in vita. Quindi moriremo? No, certo, vivremo, però per quasi due mesi senza amore e senza passione. Due mesi nei quali non ci resterà che servire qualcuno. Qualcuno che se gli dicessimo tutto questo ci risponderebbe che esistono ambizioni più nobili per un uomo. Ma noi non siamo nobili, siamo plebei. O almeno la parte plebea del paese. Quindi stiamo al posto che ci compete. Loro che vengono serviti invece dovrebbero essere aristocratici. Ma di aristocratici, in vita mia, ne ho serviti davvero pochi. Se avessi dovuto servire solo veri signori, come erano i patti all'inizio della storia, avrei lavorato solo due, o tre sere in oltre vent'anni.