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Qatar 2022: i bambini non ci guardano, ma c'è una generazione da salvare

Con le scuole aperte, impossibile vedere metà delle partite. Così una generazione digitale perde tutti i riti del Mondiale
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Nel Mondiale dei molti diritti negati, una bella fregatura l'hanno presa i bambini. Pensateci bene: questa Coppa fuori stagione per buona parte sarà vietata ai minori. Perché l'autunno è il tempo della scuola, delle giornate corte, stasera a letto presto, promesso mamma, e prima ci sono i compiti a casa, e la piscina, la lezione di violino o il catechismo, quella routine da cui d'estate, nel tempo naturale dei Mondiali, almeno i piccini si liberano un po'. Non è una suggestione, ma una previsione: le tv che hanno i diritti in Europa hanno già messo in conto di perdere pubblico fra i giovani per le gare del mattino e del pranzo. Non è il modo migliore per inseguire ragazzini immersi nel flusso digitale e nelle visioni continue di sport, cartoni, frammenti YouTube, in streaming più che in presa diretta. Per l'Italia, tutto questo si aggiunge al buco nero di una generazione che, se va bene, per dodici anni non vedr&agra…

Nel Mondiale dei molti diritti negati, una bella fregatura l'hanno presa i bambini. Pensateci bene: questa Coppa fuori stagione per buona parte sarà vietata ai minori. Perché l'autunno è il tempo della scuola, delle giornate corte, stasera a letto presto, promesso mamma, e prima ci sono i compiti a casa, e la piscina, la lezione di violino o il catechismo, quella routine da cui d'estate, nel tempo naturale dei Mondiali, almeno i piccini si liberano un po'. Non è una suggestione, ma una previsione: le tv che hanno i diritti in Europa hanno già messo in conto di perdere pubblico fra i giovani per le gare del mattino e del pranzo. Non è il modo migliore per inseguire ragazzini immersi nel flusso digitale e nelle visioni continue di sport, cartoni, frammenti YouTube, in streaming più che in presa diretta. Per l'Italia, tutto questo si aggiunge al buco nero di una generazione che, se va bene, per dodici anni non vedrà gli azzurri al via.

È una perdita secca. Forse costerà qualche vocazione di giovanissimi, potenziali tifosi: perché è da piccoli che si accende la scintilla delle passioni che durano una vita. Io facciamo che giocavo il Mondiale. Io facciamo che da grande divento calciatore. Stavolta, forse no. Sarebbe molto bello se questi bambini sapessero, o immaginassero, quale grande sogno emotivo sia la Coppa del mondo: già bellissima lei, nel senso materiale del trofeo, cominciando dalle sue tonde forme d'oro. Bisognerebbe raccontare loro che il Mondiale è un enorme movimento di desiderio, un meccanismo dell'attesa: si gioca solo ogni quattro anni, che stranezza dentro un calendario di abitudini sportive quotidiane, dove i campionati non si fermano mai, a parte per il torneo d'autunno tra le sabbie e il solleone. I bambini del 2022, abituati a seguire più i campioni che le squadre, abilissimi nel cercare online le prodezze dei loro eroi, non hanno più cortili o campetti dove scendere a partita finita, nelle sere d'estate ancora rischiarate dai barlumi del giorno, dentro quei lunghissimi tramonti che sembrano fatti apposta per riuscire a scorgere dove sia la palla, e come Carletto abbia fatto gol su passaggio di Giulio. Si perdono l'irripetibile emulazione istantanea: facciamo che ero Messi che finalmente alzava la Coppa. 

I nonni, i papà e gli zii dovrebbero raccontare ai più piccoli quant'è bello guardare le partite tutti insieme, nei giorni di vacanza, magari in certi bar con terrazza sul lungomare o nelle case con le finestre aperte e poi riviverle nel racconto, all'infinito. E quelle maglie favolose che non dicono la storia della tua città, ma del mondo intero. Il giallo clamoroso del Brasile, le righe bianche e celesti dell'Argentina, l'azzurro cielo dell'Uruguay, il rosso fuoco della Spagna. Noi si colorava con i pennarelli il tabellone dei Mondiali, si disegnavano gli stemmi delle nazionali, eravamo piccoli come i piccoli di oggi e non avevamo un granché, a parte una tivù dove l'immagine ballava come le gemelle Kessler, però allo stesso tempo avevamo tutto: avevamo la Coppa del mondo di Pelé, di Beckenbauer, di Gianni Rivera e poi di Zoff, di Scirea, di Spillo Altobelli. L'attesa del rito era il rito stesso, e noi tutti eravamo celebranti bambini per officiare il Grande Mondiale, la nostra grande bellezza. 

Adesso è tutto così strano, e i bambini che amano il pallone neanche lo sanno. Lo amano per attrazione fisica, per istinto ludico, perché quell'oggetto sferico è tutto quanto serve per essere felici: date un pallone a un bimbo anche piccolissimo e vedrete cosa succede, come si protenderà per afferrarlo, come proverà a calciarlo. Invece, qualcuno ha deciso che le fragole devono fiorire a novembre: ma che gusto possono avere? Anche il calcio è un prodotto che ha le sue stagioni, come la frutta e la verdura, anche se ci hanno abituato a trovarla sugli scaffali tutto l'anno, indifferentemente, però vuoi mettere il sapore. E allora, noi grandi proviamo a darci questo compito nel bizzarro mese che verrà: raccontare ai bambini la storia invisibile. La amiamo da quando eravamo come loro e non smetteremo mai.