Sandro Mazzola: “Pelé era un alieno, accarezzava il pallone e intanto sorrideva”
di Maurizio Crosetti , di Maurizio Crosetti«C’è stato Pelé, e poi tutti gli altri. Lo guardavo giocare, lì, sullo stesso campo e non credevo ai miei occhi. Era a due metri, ma era sulla Luna. Oggi se ne va una parte di me». Sandro Mazzola incrociò Pelé per la prima volta in una finale mondiale, che allora si chiamava Coppa Rimet. Non proprio un’occasione qualunque. Messico ’70, stadio Azteca: Pelé, e tutto il mondo intorno.
Qual è il suo primo ricordo di quel giorno?
«Entrammo in campo per il riscaldamento e guardavamo soltanto lui, come si muoveva, cosa faceva. Gli osservai le scarpe, cercando di carpire chissà quale segreto, se avesse i tacchetti di gomma o di cuoio, come potesse accarezzare il pallone in quel modo. Inseguivo la risposta a un segreto che risposte non ha: si chiama arte».
Voi due vi parlaste?
«A un certo punto, nel riscaldamento si avvicinò e mi disse: “So chi era tuo padre e tu sei degno di …
«C’è stato Pelé, e poi tutti gli altri. Lo guardavo giocare, lì, sullo stesso campo e non credevo ai miei occhi. Era a due metri, ma era sulla Luna. Oggi se ne va una parte di me». Sandro Mazzola incrociò Pelé per la prima volta in una finale mondiale, che allora si chiamava Coppa Rimet. Non proprio un’occasione qualunque. Messico ’70, stadio Azteca: Pelé, e tutto il mondo intorno.
Qual è il suo primo ricordo di quel giorno?
«Entrammo in campo per il riscaldamento e guardavamo soltanto lui, come si muoveva, cosa faceva. Gli osservai le scarpe, cercando di carpire chissà quale segreto, se avesse i tacchetti di gomma o di cuoio, come potesse accarezzare il pallone in quel modo. Inseguivo la risposta a un segreto che risposte non ha: si chiama arte».
Voi due vi parlaste?
«A un certo punto, nel riscaldamento si avvicinò e mi disse: “So chi era tuo padre e tu sei degno di lui”. Mi mancò il respiro, quella frase mi paralizzò. Dopo, non ricordo nemmeno come la giocai quella finalissima».
Italia contro Brasile. Un sogno, o forse no.
«Avevamo tutti contro, la Nazionale era spaccata come solo noi italiani possiamo fare. Sembrava che essere arrivati fin lì desse fastidio ai dirigenti: avevano già prenotato l’aereo per tornare a casa dopo il primo turno. Ma quella finale, sì, fu un sogno».
Riusciste a resistere abbastanza a lungo ai fenomeni brasiliani.
«Quando ci schierammo a centrocampo prima dell’inizio, eravamo ancora tutti lì a guardare Pelé. Era come giocare contro Dio, eppure mica eravamo ragazzini. Un’emozione del genere non l’ho mai più provata in vita mia».
Pelé segnò quell’incredibile gol di testa.
«L’elevazione era la sua dote più impressionante, perché lui saltava e poi restava fermo nell’aria, una cosa pazzesca. Il suo gol fu favorito dal cambio di marcature appena deciso da Valcareggi, che spostò Burgnich su Pelé e Bertini su Rivelino, però lo fece nel momento sbagliato e O Rei ne approfittò».
Il più grande di tutti i tempi?
«Difficile dirlo, ma secondo me sì. Pelé era un alieno. Mi lasciava stupefatto quando dribblava lungo la linea del corner, senza mai perdere il pallone. L’aveva incollato al piede e lo accarezzava come non ho più visto fare da nessuno, nemmeno da Maradona e Messi. E poi, sorrideva sempre: vorrei che i ragazzi di oggi vedessero quei filmati. Pelé era l’allegria del gioco, la pura bellezza».
Vi sfioraste, in quella finale?
«Ricordo poco ma direi di no, le nostre posizioni in campo erano abbastanza lontane. Però lui dava sempre una mano alla squadra, non restava fermo davanti a fare il fenomeno, anche se lo era».
Cosa la impressionava di più?
«Ovviamente la tecnica incredibile, ma anche il fatto che Pelé non guardasse mai il pallone o l’erba. Lui, la palla la sentiva. Gli occhi erano sempre rivolti al gioco, in alto».
Era marcabile?
«Penso di no. Perché passava il pallone al compagno e poi scompariva, si smaterializzava per riceverlo di nuovo. Era agilissimo, una saetta e ti fregava sempre. Pareva fatto di gomma ed era furbissimo. Valcareggi aveva deciso un raddoppio di marcatura continuo: non servì a niente».
La paura di Pelé vi bloccò?
«Un poco sì. Durante la partita lo cercavamo continuamente, per capire cosa facesse. Avevamo la testa piena di ordini da eseguire a memoria, quasi metro dopo metro, ma l’emozione fu troppo grande. Anche il Brasile lo era: troppo, per tutti».
Quella finale poteva andare diversamente?
«Non lo so. Ma so che all’arrivo in Italia, la gente ci tirò i pomodori e questa resta un’ingiustizia incancellabile. Meglio pensare alle cose belle, all’emozione della sera prima, quando nessuno di noi riusciva a dormire: le porte delle camere si aprivano, tutti si parlava sottovoce finché arrivò l’allenatore a sgridarci come ragazzini in collegio».
Nel Brasile giocavano cinque numeri 10, nell’Italia non c’era posto per Mazzola e Rivera insieme. Perché?
«Eppure eravamo diversissimi. Qualunque altra nazionale avrebbe detto: giocano quei due più altri nove, invece noi ci complicammo solo la vita. Una specialità italiana. Peccato».