Picchio De Sisti: "Pelé era la modernità, il calcio di oggi cinquant'anni fa"
di Cosimo Cito , di Cosimo CitoROMA — Il 21 giugno 1970, nel sole di Città del Messico, al 18’ della finale mondiale, Pelé apparve nelle case degli italiani saltando sulle spalle di Burgnich. A qualche passo da quel gruppo marmoreo in movimento, col 16 sulla maglia, Giancarlo “Picchio” De Sisti osservava sconsolato il piano partita azzurro che andava a farsi benedire. Uno dei momenti di sport più alti del Novecento si era manifestato e lui, e l’Italia, erano dalla parte sbagliata della storia.
Chi è stato Pelé, per la vostra generazione?
“Un mito che si concedeva ai nostri occhi, una meraviglia che per novanta minuti ti finiva addosso con la forza di un treno. Sapeva fare tutto in campo. Scompariva e riappariva, partiva da dietro, andava dove intuiva spazi e possibilità, e per questo era immarcabile”.
ROMA — Il 21 giugno 1970, nel sole di Città del Messico, al 18’ della finale mondiale, Pelé apparve nelle case degli italiani saltando sulle spalle di Burgnich. A qualche passo da quel gruppo marmoreo in movimento, col 16 sulla maglia, Giancarlo “Picchio” De Sisti osservava sconsolato il piano partita azzurro che andava a farsi benedire. Uno dei momenti di sport più alti del Novecento si era manifestato e lui, e l’Italia, erano dalla parte sbagliata della storia.
Chi è stato Pelé, per la vostra generazione?
“Un mito che si concedeva ai nostri occhi, una meraviglia che per novanta minuti ti finiva addosso con la forza di un treno. Sapeva fare tutto in campo. Scompariva e riappariva, partiva da dietro, andava dove intuiva spazi e possibilità, e per questo era immarcabile”.
E non era l’unico: quel Brasile aveva 5 numeri 10.
“Valcareggi aveva pensato a marcature a uomo, anche se piuttosto elastiche, queste: Rosato su Tostao, Bertini su Pelé, Burgnich su Rivelino, Facchetti su Jairzinho, io su Gerson. Bertini, il nostro 10, sul loro 10. Giocatori diversissimi, ovviamente. Bertini era un centrocampista d’interdizione, Pelé era tutto. Dopo 10 minuti le cose cambiarono dopo un’ammonizione a Burgnich. A quel punto Bertini andò su Rivelino, Domenghini dovette scalare verso il centro. E nel frattempo Pelé segnò quel gol”.
Burgnich disse: "Sono stato un pollo".
“Poteva farci poco: lui arretrava, Pelé avanzava e anche se era parecchio più basso di Tarcisio, sfruttò l’elevazione. Non scendeva mai. Vidi la scena alle spalle di Pelé, mi sembrò restare in aria una vita”.
C’era tutta la distanza che il 4-1 finale sancì tra voi e loro?
“Loro erano la bellezza, la naturalezza, la maestria. Noi l’espressione del nostro calcio, recupero palla ai 30 metri, lancio, contropiede. Ci sbriciolammo nel secondo tempo, dopo che Domenghini andò vicino al 2-1. Eravamo stanchissimi dopo la maratona contro la Germania, e due partite così a distanza di 4 giorni, ai 1.800 metri di Città del Messico si fecero sentire tutte”.
Pelé finì in trionfo, con la Coppa Rimet sollevata al cielo dell’Azteca.
“Uno così non l’ho più né affrontato, né visto giocare. Uno così moderno: aveva entrambi i piedi, il colpo di testa, il dribbling, la visione di gioco, la furbizia, la velocità. Veniva da un altro pianeta”.
Domanda ovvia: più grande lui o Maradona?
“Pelé, per la completezza, la quantità di colpi a disposizione. Maradona era più selvaggio, Pelé più ammaestrato, più calato in un contesto di squadra. Era il calcio di oggi, cinquant’anni fa”.
Dal millesimo gol al rapporto con Maradona e con il cinema: tutto il mondo di Pelé
“Due volte in amichevole con la Roma e con la Fiorentina. Gare accademiche, in cui però i nostri stadi si riempivano proprio per vedere questo 10 brasiliano di cui si favoleggiava. Apparizioni quasi mistiche, al centro del campo”.
Vi siete incontrati anche fuori dal campo?
“Sì, è successo una volta durante i Mondiali di Francia 1998. Falcao mi portò da lui e Pelé, forse, fece finta di conoscermi. Io, riconosciuto da Pelé? È vero, eravamo stati avversari in una finale mondiale, ma chi l’avrebbe immaginato? Mi fece piacere, mi sentii onorato. È uno dei ricordi più belli che ho di tutta la mia vita”.