Un mausoleo per Pelé, il Brasile avrà una meta dove omaggiare il suo re
dal nostro inviato Matteo Pinci , dal nostro inviato Matteo PinciSANTOS. La sua voce risuona ininterrotta, anche se il corpo è lì, immobile, velato, al centro del campo e degli sguardi. "Eu sou Pelé", io sono Pelé, ripete senza sosta per ore e ore l'altoparlante dello stadio Vila Belmiro, riproducendo una canzone incisa una vita fa da O Rei e che sembra attualissima: "La mia eredità è per voi". C'è chi si ferma e appoggia il palmo su quel corpo magico, imbalsamato dopo il decesso e trattato secondo le regole della tanatoprassi, così che sembri quasi dormire. C'è chi fa di tutto per non guardarlo. Mentre sfilano carovane di colletti bianchi la famiglia si stringe in un cerchio, stringendosi le mani, e prega. La lunga veglia funebre di Edson Arantes do Nascimento è un carnevale triste, o forse una processione buffa, malinconica e in alcuni momenti surreale. Compare persino il suo sosia ufficiale che ride e si presta ai selfie, c'è…
SANTOS. La sua voce risuona ininterrotta, anche se il corpo è lì, immobile, velato, al centro del campo e degli sguardi. "Eu sou Pelé", io sono Pelé, ripete senza sosta per ore e ore l'altoparlante dello stadio Vila Belmiro, riproducendo una canzone incisa una vita fa da O Rei e che sembra attualissima: "La mia eredità è per voi". C'è chi si ferma e appoggia il palmo su quel corpo magico, imbalsamato dopo il decesso e trattato secondo le regole della tanatoprassi, così che sembri quasi dormire. C'è chi fa di tutto per non guardarlo. Mentre sfilano carovane di colletti bianchi la famiglia si stringe in un cerchio, stringendosi le mani, e prega. La lunga veglia funebre di Edson Arantes do Nascimento è un carnevale triste, o forse una processione buffa, malinconica e in alcuni momenti surreale. Compare persino il suo sosia ufficiale che ride e si presta ai selfie, c'è il vecchio compagno Lima che piange e lo ricorda e piange ancora. C'è pure chi prova ad approfittarne per strappare un provino per il nipote col Santos: "È un centrocampista forte, guarda i documenti, ha fatto la scuola calcio".
Nonostante una sfilata di ministri, governatori, sindaci, il politico più atteso ha disertato. Del presidente Lula nemmeno l'ombra: è atteso però per le 9 locali di stamattina, un'ora prima che finisca la veglia. Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha provato a buttar lì una proposta: "Vorrei che in tutti i Paesi del mondo esistesse almeno uno stadio intitolato a Pelé". Quasi per dovere morale del calcio al suo sovrano. A un certo punto la voce di un arrivo di Erdogan ha rischiato di causare un incidente diplomatico internazionale, visto che il "sultano" non era stato da Lula. In realtà qui c'era solo il suo ministro degli Esteri, che non ha rinunciato a intrattenersi a lungo con Infantino: magari per strappare un appoggio della Fifa nella corsa a ospitare Euro 2032.
Curioso che Pelé sia rientrato nello stadio senza che sia mai stato risolto il mistero del suo armadietto. Una storia che in questi giorni ha fatto il giro del mondo, affascinando tutti. Non risulta che in queste ore sia ancora stato aperto: pare che il club voglia concordare il "se" e eventualmente il "quando" con la famiglia, farne magari una cerimonia. Il motivo? Pelé chiuse quell'armadietto nel 1974 dopo aver giocato l'ultima partita ufficiale col Santos, inserendoci qualcosa dentro, degli oggetti, forse una lettera. Nessuno lo sa. Nemmeno chi aveva tutti i mezzi per saperlo. Accanto a lui c'era Da Silva, all'epoca diciassettenne: "Il mio armadietto era proprio accanto al suo. Vidi che mise dentro qualcosa, fece un gesto che non so dirvi, forse pronunciò anche qualche frase. Ma non ho visto bene. Ma io spero non lo aprano mai: mi piace questo mistero". Fu lui a dare il cambio a Pelé nella sua ultima gara qui: "Una volta - racconta - stavo giocando a prendere la traversa dal limite dell'area. Arriva lui e mi dice: mi perdoni se ti do un consiglio su come fare per colpirla?. Gli dico: dai, fallo tu, insegnaci. Lui mette dieci palloni e colpisce la traversa dieci volte, con entrambi i piedi. Capito?".
Ma si sa, gli addii sono il momento della memoria e pazienza se qualche ricordo si colora un po' troppo. Anche Paulo Roberto Falcao, che da qualche settimana è diventato direttore sportivo del Santos, ne ha una: "Nel 1990 sono stato l'ultimo allenatore di Pelé, nella sua ultima partita con la nazionale brasiliana, un'amichevole quando ha compiuto cinquant'anni. Il giorno prima della partita è venuto ad allenarsi e mi ha chiesto: "Professore", lui mi chiamava così, "posso battere una punizione se capita? Gli ho detto che con la palla poteva fare qualunque cosa volesse: era vero".
Un azulejo dentro l'impianto riproduce uno storico manifesto appeso in un teatro della città in un giorno in cui giocava il Santos di sessant'anni fa, ma sembra fatto per l'occasione: "Oggi non lavoriamo perché andiamo a vedere Pelé". Migliaia di persone hanno fatto lo stesso: più di un chilometro di fila, gente in attesa tre, quattro ore, in piedi, sotto i 29 gradi della calda stagione brasiliana, anche bambini e anziani: solo per passare per qualche secondo - e concedersi una foto, un pianto straziato, un inchino - davanti al corpo del mito. Lo seppelliranno oggi, sempre nel cimitero Memorial Necrópole Ecumenica, il più alto del mondo. Ma non al nono piano insieme alla sua famiglia: per lui la città di Santos ha previsto un mausoleo, come un sovrano. E soprattutto, perché, dopo il funerale di oggi in forma privatissima, i brasiliani abbiano un posto in cui andare a rendergli omaggio. Se poi diventa anche un'attrazione turistica, vorrà dire che questo carnevale triste, o questa processione buffa, era destinato a non finire mai.