La Premier di De Zerbi: "Qui poco stress e tanto divertimento. Ma non mi godo niente, cerco la perfezione"
dal nostro inviato Antonello Guerrera , dal nostro inviato Antonello GuerreraBRIGHTON (INGHILTERRA). "Eccomi! Scusi il lieve ritardo, mi ero appisolato un minuto".
Ma come, Roberto De Zerbi? Si addormenta il giorno dopo il trionfo contro il Liverpool di Jürgen Klopp per 3-0? Non avrà festeggiato troppo?
"Macché. È che ieri notte (sabato notte, ndr), sono rimasto sveglio fino all'alba per riguardare la partita. Non per esaltarmi, ma perché ho dovuto studiare il match, rianalizzarlo per il futuro. E così ho dormito poco. Voi pensate che la notte più difficile sia prima della partita. Invece, è sempre quella dopo".
Dura è la notte di Roberto De Zerbi. Ma tenera e già straordinaria è la sua favola a Brighton, una "roccia" degna di Graham Greene contro il molle Liverpool di Klopp, umiliato dai "gabbiani" che hanno beccato i Reds senza respiro. "Non ricordo una nostra prestazione peggiore", ha commentato il totem tedesco …
BRIGHTON (INGHILTERRA). "Eccomi! Scusi il lieve ritardo, mi ero appisolato un minuto".
Ma come, Roberto De Zerbi? Si addormenta il giorno dopo il trionfo contro il Liverpool di Jürgen Klopp per 3-0? Non avrà festeggiato troppo?
"Macché. È che ieri notte (sabato notte, ndr), sono rimasto sveglio fino all'alba per riguardare la partita. Non per esaltarmi, ma perché ho dovuto studiare il match, rianalizzarlo per il futuro. E così ho dormito poco. Voi pensate che la notte più difficile sia prima della partita. Invece, è sempre quella dopo".
Dura è la notte di Roberto De Zerbi. Ma tenera e già straordinaria è la sua favola a Brighton, una "roccia" degna di Graham Greene contro il molle Liverpool di Klopp, umiliato dai "gabbiani" che hanno beccato i Reds senza respiro. "Non ricordo una nostra prestazione peggiore", ha commentato il totem tedesco post partita. Eppure, solo lo scorso settembre, il 43enne tecnico bresciano è sbarcato qui, nel sud dell’Inghilterra, dove vive nel fervido centro di Brighton, tra tifosi, candide bovindo, il molo e le scogliere sulla Manica. La pesante eredità di Graham Potter, che oggi arranca al Chelsea, è già evaporata. Dopo l’exploit di Sassuolo e la drammatica esperienza in Ucraina, con il Brighton De Zerbi è volato al settimo posto in Premier League, sopra il Liverpool e i Blues, a 8 punti sotto il cielo della zona Champions.
De Zerbi, aver brutalizzato il Liverpool di Klopp, è la sua consacrazione internazionale?
"No. Nel calcio, se pensi alle consacrazioni sbagli tutto. Contro i Reds abbiamo vinto meritatamente, giocando benissimo, una vittoria che rimarrà per sempre dentro di noi e i tifosi. Ma ora bisogna metterla nel cassetto: ci deve restare solo la voglia di migliorare. Altrimenti siamo già morti. Il percorso è solo iniziato".
Però è una medaglia alla carriera.
“Mi fa piacere perché i giocatori mi seguono. Ma io non guardo mai indietro. Forse sbaglio: non mi godo mai niente”.
Almeno il fardello del suo predecessore è svanito.
“Potter lo devo solo ringraziare. Mi ha lasciato una squadra ben allenata, coraggiosa. La società è seria, punta sui giovani, in evoluzione. È una fortuna”.
Quale giocatore l’ha stupita di più? Lei ha giovani di enorme potenziale, soprattutto in attacco: il giapponese Mitoma, il 18enne Ferguson, March e la sua strepitosa doppietta contro il Liverpool.
“Tutti. Non mi aspettavo giocatori così forti. Ma l’ho capito subito, nei primi 10 minuti dell’esordio ad Anfield (3-3, tripletta di Trossard, ndr). Il loro approccio fu da calciatori veri, con l’autostima dei grandi”.
Come già in passato, valorizzerà questi giovani ancor più?
“Sicuramente. Non siamo neanche al 60-70% del nostro margine di crescita, collettivo e individuale. E dire che lavoriamo solo da tre mesi, con la Coppa del Mondo di mezzo. Cercheremo di raggiungere il massimo”.
E qual è il massimo?
“La perfezione. Che non esiste, ma dobbiamo cercarla. Parlare di obiettivo di classifica è sbagliato: bisogna correre per vincerle tutte”.
No limits.
“Non è una questione di punti in classifica. Lavori per dare un senso a ciò che fai: per noi, avvicinarci alla perfezione”.
Cosa l’ha stupita della Premier League?
“Mi piace da morire: poco stress, tanto divertimento, coraggio, entusiasmo. È la mia filosofia. Voglio vincere, ma racchiudere tutto nel risultato non ha senso. Non è il valore che dò al calcio”.
Il Brighton è stata una scelta facile?
"La squadra la conoscevo da fuori, mi piaceva. Non avevo fretta di ricominciare. Avevo bisogno di un luogo dove poter lavorare bene. Brighton lo è".
La città le piace?
"Tempo libero non ne ho molto, iniziamo la mattina presto con lo staff e finiamo gli allenamenti dopo le 17. Poi ci sono le lezioni di inglese... al massimo mi faccio qualche passeggiata in centro. La domenica la sfrutto per guardare le altre partite, mentre il martedì vado spesso a trovare una delle mie due figlie che studia all'università a Londra. Certo, all'inizio qui è stata molto tosta: l'Inghilterra è molto distante da noi, come cultura, abitudini, modo di vivere la vita e il calcio. Poi la lingua, una squadra presa in corsa... Oggi qui sto benissimo però".
A proposito, un vecchio mito: ha avuto problemi con l'alimentazione dei suoi giocatori qui in Inghilterra?
"No, abbiamo una brava nutrizionista. Ma a me di quello che i miei giocatori fanno fuori dal campo non interessa. Non faccio lo sceriffo, non controllo cosa mangiano, dove vanno la sera. Anche perché oggi i calciatori sono tutti grandi professionisti".
A parte forse il centrocampista belga Trossard, una delle colonne del Brighton, autore della tripletta a Liverpool al suo esordio, ma che ora ha litigato con lei e vuole essere ceduto. Il suo agente dice che lei, De Zerbi, "lo ha umiliato".
"Con Trossard non è successo niente di speciale. Ma se uno non spinge al massimo negli allenamenti e in partita... magari ha un problema personale, che però mi deve dire, se no non lo posso aiutare. Ma se uno non mi dice niente... Il calcio è una cosa seria, va rispettata: il calcio dà tutto, ma bisogna dargli tutto. Ossia impegnarsi al 100%. Se qualcuno non lo fa, glielo faccio presente. L'agente di Trossard può dire quello che vuole: forse fa così per portare via il giocatore a meno soldi in un'altra squadra. Di certo, Trossard non mi ha raccontato la verità. Tutti nello spogliatoio sanno qual è la realtà, e che cosa è successo. Io non devo chiedere scusa. Detto questo, non è un discorso chiuso per me: se Trossard torna e fa le cose per bene, io sono disposto a farlo giocare. Ma non dipende da me, dipende da lui".
Ma parliamo di Alexis Mac Allister, tuttocampista stella dell'Argentina mondiale. Quanto vale davvero?
"Alexis è un giocatore forte e un bravissimo ragazzo, con carattere argentino al 100%. La sua qualità più grande è che fa la cosa giusta al momento giusto. Sempre. Non sbaglia mai scelta. A 24 anni, ha una maturità impressionante".
Proprio lei allo Shakhtar Donetsk lanciò l'ala ucraina Mykhailo Mudryk, appena passato, a soli 22 anni, al Chelsea per 100 milioni di euro.
"Mykhailo ha il potenziale per una carriera da top. Secondo me può vincere anche il Pallone D'Oro. È un ragazzo di livello assoluto ma anche molto sensibile: ha bisogno di affetto. Vedremo se rispetterà previsioni e potenzialità".
Che cosa si porta lei dell'esperienza in Ucraina, che lei ha dovuto lasciare in fretta e furia l'anno scorso e ora è martoriata dalla guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin?
"Mi porto tutto. Ho conosciuto un popolo molto dignitoso, rispettoso. Insomma, brava gente. Mi porto dentro i giocatori brasiliani e ucraini che allenavo. Era una squadra incredibile. Sono certo che avremmo fatto paura in Europa con quei giocatori, tutti giovani, tutti bravissimi. Si stava creando una situazione unica. Sì, è un grande rimpianto: difatti avevamo iniziato la stagione vincendo la Supercoppa. Ieri (sabato, ndr), dopo la vittoria contro il Liverpool, mi hanno scritto tanti giocatori ucraini: oltre al trauma calcistico, c'è ovviamente quello umano".
I suoi giocatori ucraini sono ancora lì?
"Sì, tutti. Si allenano a Leopoli. Il centro sportivo dello Shakthar è stato bombardato. Il mio ufficio è stato bombardato. È tragico. Ma mi aspettavo la resistenza del popolo ucraino. Statene certi: non indietreggeranno nemmeno di un centimetro. Preferiscono morire piuttosto che essere soggiogati".
E cosa le ha già insegnato invece l'esperienza della Premier League?
"Un allenatore deve sempre evolversi. In Ucraina, contro noi dello Shakthar, tutti si arroccavano negli ultimi 30 metri per ripartire in contropiede: abbiamo dovuto imparare a giocare di conseguenza. In Premier, invece, il calcio è molto fisico e verticale, e ti devi adeguare. Ma la cosa più importante è adattarti ai tuoi giocatori, pur non cambiando la tua filosofia di gioco, e mai lo farò perché mi ha fatto arrivare dalla serie D alla Premier League. Non cambio, anzi raddoppio".
La sua filosofia offensiva sta pagando: oltre al settimo posto, avete segnato 17 gol nelle ultime 5 partite. Anche in Italia, il Napoli, con un calcio propositivo e molto simile al suo, sta dominando il campionato.
"Il Napoli sta dando spettacolo, oltre ai risultati strepitosi. Tutti gli amanti del calcio dovrebbero essere felici se la squadra di Spalletti vincesse lo scudetto. Lo sarei anche io. Come il Milan, l'anno scorso: non che l'Inter non meritasse la vittoria finale, ma i rossoneri da qualche anno facevano grandi passi in avanti. Era il giusto epilogo".
Ma la Serie A le manca?
"Mi piace molto la Premier League. Sto benissimo. Però mi manca la Serie A".
Sì?
"Eh sì".
Quindi un giorno tornerà in Italia?
"Non lo so. Di certo, non ora. Qui a Brighton sto benissimo, mi diverto moltissimo, vado al campo felice. Ma a un italiano amante del calcio mancherà sempre la Serie A. Tuttavia, non è detto che torni. In futuro, mi piacerebbe anche allenare in Bundesliga, nella Liga, perché solo all'estero hai esperienze che ti completano, da tutti i punti di vista. Difatti, ho sempre ammirato Claudio Ranieri, che ha allenato ovunque. In futuro, piacerebbe anche a me, ma non adesso".
Ma il suo allenatore maestro chi è?
"Sono un autodidatta. Ho avuto sempre le idee mie, e abbastanza chiare. Ma per quattro anni da giocatore ho imparato molto da Pasquale Marino. Poi certo, l'altra ispirazione è stata il Barcellona di Guardiola: la squadra più bella di sempre. E Guardiola è l'allenatore più forte di sempre".
Perché?
"Perché è il più bravo di tutti. In tutto. Ha segnato un'evoluzione del calcio. Ma io mica lo copio, anche se siamo in buoni rapporti. Ci parliamo spesso, anche perché ha giocato nella mia Brescia".
E il giocatore che avrebbe voluto allenare?
"Solo uno: Messi".
A proposito, anche lei è stato un fantasista, mentre spesso i migliori allenatori erano centrocampisti o difensori. Quanto questa sua "eccezionalità" ha influito sulla sua carriera?
"Molto. Da giocatore volevo divertirmi in campo. Allora, per me il calcio era anche un'espressione di me stesso, e lo stesso da allenatore. Ma ora con professionalità, serietà, rigore anche morale. Per questo metto tanti trequartisti assieme. Cerco di immedesimarmi in loro, di mettermi nei panni loro. Di giocare con loro".