Tema: Pelé in tutte le sue declinazioni. Il candidato svolga una delle seguenti tracce e la illustri, soffermandosi in particolare sulle sulle prospettive di approfondimento. 1) Mia figlia a scuola è Pelé. 2) Mio cugino l’altra sera ha cucinato una spaghettata Pelé che al bis abbiamo fatto la ola. 3) Quando sono andato a Rio e sono salito in cima al Corcovado, ero così estasiato dal panorama - la luce tersa del mattino, il cielo sgombro di nuvole, Copacabana al risveglio - che mi sono commosso e ho pensato: che Pelé.
Pelé sinomino di eccellenza
E dunque, la notizia arriva dal Brasile. La Fondazione Pelé ha promosso una campagna per l’inserimento della parola Pelé nel dizionario portoghese. “E’ arrivato il momento”, hanno fatto sapere. La definizione proposta dalla Fondazione contempla queste voci. 1) Più grande di tutti gli altri. 2) Ineguagliabile. 3) Sinonimo di eccellenza. 4) Unico. In una parola: Pelé. La campagna è sostenuta dal Santos, il club in cui Pelé ha giocato per tutta la vita prima di conquistare l’America del soccer, e da Globo, il gruppo mediatico più potente del Brasile. Pelé se n’è andato quattro mesi fa, il 29 dicembre 2022. Aveva 82 anni ma custodiva la scintilla dell’eternità. Ora questo omaggio della Fondazione - se da un lato ammanta il nome di un valore aggiunto - dall’altro lo espone al rischio dell’uso quotidiano, quindi del logorio e della banalizzazione.
E pensare che il suo alias non gli piaceva
E dire che l’apelido Pelé - a Edson Arantes do Nascimento, figlio di João Ramos detto Dondinho e Maria Celeste, nato a Três Corações nello stato di MInas Gerais il 23 ottobre del 1940 - manco piaceva. Ma proprio per niente. Preferiva Edson - refuso di Edison (all’anagrafe si sbagliarono) - l’inventore della lampadina. Il Pelé che gli rimase addosso per tutta la vita glielo affibbiò un compagno di giochi a scuola, l’intento era di prenderlo in giro. Pelé perse la pazienza e infastidito gli mollò due schiaffi. Venne sospeso. Prima e unica espulsione della vita. O Rei stesso - che in famiglia veniva chiamato Dico - ha spiegato che da bambino era affascinato da un collega che giocava nella ex squadra del padre, il Vasco de São Lourenço. Si chiamava Bilé. Era un portiere con una naturale inclinazione al volo strappa-applausi, sfoderava parate da circo. Il piccolo Edson ne era incantato e ripeteva in continuazione il suo nome - Bilè! Bilè! Bilè! - e ogni tanto lo storpiava. Pelé, appunto. Di soprannome ne ha avuto anche un altro: quando giovanissimo arrivò al Santos, i compagni di squadra lo chiamavano Gasolina, come un celebre cantante brasiliano di quell’epoca.
Un nome che è diventato musica
Quando Pelé morì, Jorge Valdano così lo ricordò su “El Pais”: “Pelé nel vocabolario del calcio è come “gol” o “palla”. Ero agnostico ma sentivo che Dio voleva dirmi qualcosa ogni volta che Pelé toccava palla”. Parole sante, tanto che Valdano avrebbe potuto cominciare l’editoriale scrivendo che in principio era il verbo, e il verbo era Pelé. La verità è che il gioco di Pelé era impastato del segreto più intimo del calcio. Era musica. Parafrasando il Nabokov di “Lolita”: Pe-lé, la punta della lingua compie un breve viaggio di due passi sul palato per andare a bussare, al secondo, contro i denti. Pelé è un suono. E’ il bisillabo più carico di poesia che esista al mondo. Non vuole dire niente, eppure significa tutto.