Destinazione paradiso, dopo Ronaldo l'Arabia aspetta Messi
di Furio ZaraAmerica, Cina, Arabia: destinazione paradiso (anche fiscale) per vecchi campioni, mete che negli ultimi cinquant'anni si sono date il cambio nel catalogo patinato su cui spiaggiare il proprio mito. Da che mondo è mondo e da quando il pallone rotola: secondo iban a destra, quello è il cammino. All'inizio la terra promessa era l'America. Prima di infilare il viale del tramonto le Gloria Swanson del calcio frenavano puntando i tacchetti delle Pantofola d'oro per terra, sterzavano con ritrovata e giovanile baldanza e salivano sul primo volo business class per New York o Miami. Ad attenderli, il Soccer a stelle e strisce, nel frusciar di dollari che consolava improbabili finali di carriera. Pelè, Beckenbauer, Chinaglia, Gerd Müller, Banks, Neeskens, Van der Elst. Era l'epoca dei Cosmos, il club della Grande Mela che faceva da calamita ai fuoriclasse.
America, Cina, Arabia: destinazione paradiso (anche fiscale) per vecchi campioni, mete che negli ultimi cinquant'anni si sono date il cambio nel catalogo patinato su cui spiaggiare il proprio mito. Da che mondo è mondo e da quando il pallone rotola: secondo iban a destra, quello è il cammino. All'inizio la terra promessa era l'America. Prima di infilare il viale del tramonto le Gloria Swanson del calcio frenavano puntando i tacchetti delle Pantofola d'oro per terra, sterzavano con ritrovata e giovanile baldanza e salivano sul primo volo business class per New York o Miami. Ad attenderli, il Soccer a stelle e strisce, nel frusciar di dollari che consolava improbabili finali di carriera. Pelè, Beckenbauer, Chinaglia, Gerd Müller, Banks, Neeskens, Van der Elst. Era l'epoca dei Cosmos, il club della Grande Mela che faceva da calamita ai fuoriclasse.
L'America e il pallone
Negli anni '70 il meglio del calcio mondiale scese dal poster e andò a svernare sui lounge-bar della Fifth Avenue. Erano miti con le ginocchia scricchiolanti ma con i lustrini ancora addosso. Ebbene sì: like a rolling stone. Fu un kolossal in piena regola, un fenomeno di costume. Show e business, nella migliore tradizione americana. I nuovi idoli entravano in campo annunciati dalle majorettes, omaggiavano i party alla presenza di Andy Warhol, ricevevano la visita di Mick Jagger negli spogliatoi, prima di partite che poi giocavano distrattamente, davanti a un pubblico che aspettava di veder volare nel cielo una pallina da baseball e veniva invece tradito dalla chiamata di un fuorigioco. Il giocattolo si ruppe presto, il soccer non sfondò. La Nasl - il campionato americano - chiuse i battenti per bancarotta e i campioni che nell'ultimo ventennio sono finiti laggiù - da Beckham a Ibrahimovic - erano ben consci di non dover evangelizzare nulla.
In Cina anche Lippi e Capello
Trent'anni dopo quelle prime migrazioni - dopo che in Europa i top-player avevano grattato il fondo del barile - la Shangri-La del pallone divenne la Cina. L'impero cinese prima cominciò ad appaltare i club e poi - pazza idea, di far l'amore con te - si convinse che l'arruolamento dei campioni fosse cosa buona e giusta in vista della crescita del movimento. Il calcio divenne pop e pure (ma sul serio) materia scolastica, il governo preventivò un esborso di quasi mille miliardi di dollari e annunciò che entro il 2030 ci sarebbe stato un campo da calcio ogni diecimila cinesi. Nelle previsioni più fiduciose, venne calcolato che per l'appunto nel 2030 cinquanta milioni di cinesi avrebbero giocato a calcio. Mancano sette anni, ma siamo ancora molto lontani. Nel 2004 è stata fondata la Super League e in Cina negli ultimi anni sono finiti in molti. Fuoriclasse doc e qualche imbucato, ma tant'è. Tutti strapagati. Da Oscar a Hulk, da Pellé ad Hamsik, da Martins a Paletta e giù scendendo di livello; fino a maestri di calcio come Lippi e Capello, ex campioni del mondo come Cannavaro e monumenti planetari come Scolari. Ma il calcio a Pechino e dintorni è rimasto uno sport minore e prima di firmare per un qualsiasi club della provincia di Shandong, il campione alle prese con il TFR ci riflette un po' di più.
Destinazione Arabia
Perché oggi è diventata l'Arabia la destinazione finale. I soldi lì escono direttamente dai tombini impregnati di petrolio e inondano i conti correnti delle star del calcio. I pionieri erano stati qualche anno fa Batistuta e Romario, poi Raul e Xavi: toccata e fuga, nel mezzo però l'incasso. Ora c'è Cristiano Ronaldo, prossimamente su questo schermo - almeno a sentire le fonti saudite che parlano di un contratto di 400 milioni a stagione - ecco a voi Leo Messi con mantellina incorporata. Rispetto al passato, ripensando ai tentativi falliti di America e Cina, stavolta i Paperon de Paperoni del pallone non hanno più nemmeno l'illusione di fungere da modelli di riferimento o da missionari che indicano un orizzonte, rappresentano soltanto loro stessi e mandano in scena il simulacro a cui ormai hanno affidato l'ultimo ingaggio della loro mirabolante carriera.