Marcelo Gallardo, chi è l’allenatore visionario che piace al Napoli, alla Roma e a mezza Europa
di Antonio CefalùMarcelo Gallardo. Foto: X, @Riverplate
Quella di Cristiano Ronaldo è diventata di culto, ma il mondo è pieno di statue di calciatori bizzarre. Marcelo Gallardo, quando ha visto la sua, è rimasto di ghiaccio. "Mi hai fatto le guance grosse!", ha provato a sviare con la scultrice, ma il problema non era quello. Il fatto era che quella figura di otto metri e sette tonnellate aveva degli attributi maschili spropositati. Enormi. L'artista, quando le hanno chiesto il perché di una scelta così inusuale, ha risposto che le sembrava il modo più efficace per rappresentare la sua grandezza come allenatore del River Plate, squadra argentina del quartiere di Núñez, Buenos Aires.
Da un anno a questa parte, sembra che non si possa giocare a calcio senza Gallardo. Quando si libera una panchina importante, c'è sempre lui nell'elenco dei papabili. Hanno accostato il suo nome a Paris Saint-Germain, Chelsea, Barcellona, Atlético e Real Madrid. Fra le ultime ci sono Roma e Napoli. "Dicono tutti che sia un genio, ma chi l’ha mai visto…
Quella di Cristiano Ronaldo è diventata di culto, ma il mondo è pieno di statue di calciatori bizzarre. Marcelo Gallardo, quando ha visto la sua, è rimasto di ghiaccio. "Mi hai fatto le guance grosse!", ha provato a sviare con la scultrice, ma il problema non era quello. Il fatto era che quella figura di otto metri e sette tonnellate aveva degli attributi maschili spropositati. Enormi. L'artista, quando le hanno chiesto il perché di una scelta così inusuale, ha risposto che le sembrava il modo più efficace per rappresentare la sua grandezza come allenatore del River Plate, squadra argentina del quartiere di Núñez, Buenos Aires.
Da un anno a questa parte, sembra che non si possa giocare a calcio senza Gallardo. Quando si libera una panchina importante, c'è sempre lui nell'elenco dei papabili. Hanno accostato il suo nome a Paris Saint-Germain, Chelsea, Barcellona, Atlético e Real Madrid. Fra le ultime ci sono Roma e Napoli. "Dicono tutti che sia un genio, ma chi l’ha mai visto? Se si mette a passeggiare nel centro di Siviglia questo non lo riconosce nessuno", commenta nell'ispido accento andaluso un giornalista in una radio spagnola, visto che il muñeco, il bambolotto, sembrava anche uno degli obiettivi del Siviglia dopo l'esonero di José Luis Mendilibar.
L’idolo del River
L’opinionista non ha tutti i torti. Marcelo Gallardo ha fatto la storia del calcio, ma solo in Sudamerica. Ha lasciato il River come l'allenatore più vincente di sempre del club. Quattordici trofei, due Libertadores (la Champions del Sudamerica), una di queste vinta nella "Finale Eterna", quella del 9 dicembre 2018 contro i nemici cittadini del Boca Juniors. Giocata al Bernabéu di Madrid perché era una partita troppo sentita perché si potesse disputare a Buenos Aires senza scontri o feriti.
Gallardo è arrivato nel 2014, chiamato da Enzo Francescoli e Rodolfo D’Onofrio quando del River Plate rimaneva la storica banda rossa su fondo bianco e un progetto sportivo da ricostruire dalle ceneri, dopo la dolorosa retrocessione di tre anni prima. Quando se n'è andato a fine 2022 piangeva un popolo intero, che stava perdendo il suo Napoleón, il suo condottiero. Un allenatore che aveva dato al club un'identità tale da essere diventato lui stesso il club. Juanfer Quintero era inconsolabile, poi si è ricomposto e davanti al Monumental l'ha ringraziato per aver portato il River a "Ganar, golear y gustar". Vincere, segnare a ripetizione, divertire. Una svolta storica, racchiusa in una frase con cui ha ispirato i suoi tifosi nel percorso verso la finale col Boca: "La gente adesso creda, perché ha qualcosa in cui credere".
Sabella e Bielsa, i mentori
Uno dei suoi due mentori, l'ex ct argentino Alejandro Sabella, ha detto che "se volete saperne di calcio, dovete spaccare in due la testa di Gallardo: ci troverete un'enciclopedia calcistica illustrata". Il suo secondo ispiratore è Marcelo Bielsa, che l'ha allenato quando vestiva la maglia dell'Argentina. "È uno che ti apre la mente, accende una scintilla in te". Lavorare con lui "è stato maestoso, spettacolare. Come dico sempre, lui mi ha scelto".
Guardiola, il calcio “fluttuante”, l’intensità
Pep Guardiola ha detto che il suo River fosse "incredibile". Dentro ci ha forgiato Julián Álvarez, uno dei suoi pupilli, mentre l’altro campione del mondo Enzo Fernández è uno dei suoi rivali al Chelsea. La sua parola d'ordine è "protagonismo", il suo calcio è fluido o, come dice lui, "fluttuante". Non c'è modulo con cui non abbia giocato, in Argentina a un certo punto si chiedevano se avesse riscoperto l'ancestrale "piramide invertita" per mandare sempre più giocatori in attacco. Era impossibile trovare proposte raffinate come la sua in quel continente.
La richiesta che non cambia è l'intensità, la pressione alta per recuperare il pallone e risalire il campo in verticale, sfruttandone l'ampiezza in una serie di triangoli. Per quello ama i giocatori tecnici, come lo erano il Pity Martinez, Jorge Carrascal, Quintero. O come lo era lui, numero 10 minuto e scaltro fra River Plate, Monaco e Paris Saint-Germain, che se ne doveva inventare di ogni per sopperire alla stazza (una volta in un Superclásico con il Boca graffiò la faccia del Pato Abbondazieri durante una zuffa).
Sostiene di non essere amico dei suoi giocatori, ma è uno di quegli allenatori per i quali i suoi uomini farebbero di tutto. Maniacale nel lavoro, è diventata celebre l’esperta di neuropsichiatria che aveva ingaggiato in avenida Figueroa Alcorta, sede del club, e che parlava della sua missione come una fattucchiera: “sono qui per potenziare il cervello di ogni giocatore, portare al massimo possibile i loro limiti mentali”.
Europa, sì, ma quando?
L’Europa ne è rimasta affascinata. Lo corteggia da anni, è pronta a comprargli un biglietto di sola andata da quando lui ha sentito che il progetto River, sua zona di comfort che ha tanto faticato ad abbandonare, fosse finito. Marcelo a The Athletic ha detto che più che una squadra cerca “una sensazione”. “Devi trovare la connessione giusta, il posto dove puoi trasmettere le tue idee. Ho bisogno di un senso di identificazione. Se non lo trovo, non ho problemi a continuare a fare quello che sto facendo”, cioè passare il tempo con la sua famiglia, lontano dal calcio.
Sarà intrigante scoprire il muñeco europeo, quando deciderà di tagliare il cordone ombelicale. Potrebbe consacrarsi fuoriclasse anche in un calcio così distante come il nostro, diventare una vera leggenda del gioco; oppure una specie santone, come il suo mentore Marcelo Bielsa, che nella mancanza di tempo e condizioni per coltivare le proprie idee si è costruito la fama di splendido perdente. Gallardo al River ha avuto otto anni per riformare un club, prima, e diventare egli stesso il club, poi. Ma nel nostro calcio frenetico dove, qualcuno direbbe, i tifosi non sanno neanche lui che volto abbia, la pazienza non gli verrà regalata. Di una cosa però c’è da stare sicuri: gli attributi non gli mancano.