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Malu Mpasinkatu: “Canti, balli e niente risse. La coppa è la festa dell’Africa”

Tifosi del Burkina Faso

 
In Costa d’Avorio scatta l’edizione numero 34. La presenta Malu Mpasinkatu, primo direttore sportivo africano a ricoprire il ruolo in un club italiano: “In Africa la cultura è spettacolo, è la ricerca della felicità anche attraverso una giocata che può sembrare inutile. La stella? Lamine Camara del Senegal”
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“Il calcio africano sta bene, è in costante crescita. L’attenzione mediatica è altissima, anche in Europa, con tanti top player che nei loro club sono stelle assolute. Adesso però il loro compito è dare gioia a popoli che spesso soffrono”. Malu Mpasinkatu, nato a Kinshasa, piemontese d’adozione, primo direttore sportivo africano a ricoprire il ruolo in un club italiano (nel Catanzaro, poi nel Rieti). Quando apre lo scrigno di magia e contraddizioni della Coppa d’Africa, che in Costa d’Avorio inizierà stasera la sua edizione numero 34, ritrova sensazioni mai sopite.

Malu, tanti super professionisti sono in Costa d’Avorio, con buona pace dei club che dovranno perderli per parecchio tempo.
“Fa parte del gioco. E’ bello avere dei grandi giocatori che vengono dall’Europa, però c’è il rovescio della medaglia. In Africa la cultura è spettacolo, è la ricerca della felicità anche attraverso una giocata che può sembrare inutile. Le ultime edizioni si sono un po’ troppo europeizzate nel gioco, e …

“Il calcio africano sta bene, è in costante crescita. L’attenzione mediatica è altissima, anche in Europa, con tanti top player che nei loro club sono stelle assolute. Adesso però il loro compito è dare gioia a popoli che spesso soffrono”. Malu Mpasinkatu, nato a Kinshasa, piemontese d’adozione, primo direttore sportivo africano a ricoprire il ruolo in un club italiano (nel Catanzaro, poi nel Rieti). Quando apre lo scrigno di magia e contraddizioni della Coppa d’Africa, che in Costa d’Avorio inizierà stasera la sua edizione numero 34, ritrova sensazioni mai sopite.

Malu, tanti super professionisti sono in Costa d’Avorio, con buona pace dei club che dovranno perderli per parecchio tempo.
“Fa parte del gioco. E’ bello avere dei grandi giocatori che vengono dall’Europa, però c’è il rovescio della medaglia. In Africa la cultura è spettacolo, è la ricerca della felicità anche attraverso una giocata che può sembrare inutile. Le ultime edizioni si sono un po’ troppo europeizzate nel gioco, e questo alla gente africana non piace”.

In Africa se ne sono viste tante. Un arbitro che fischia la fine all’85’, il Var che interviene per assegnare un semplice corner tanto per citarne alcune.
“Le imperfezioni sono anche i nostri punti di forza, perché le accettiamo tutte come parte del nostro modo di essere. Però difficilmente senti parlare di risse, neanche tra paesi politicamente rivali. Sugli spalti ci sono canti, balli, trombe, tamburi. E’ la festa dell’Africa”.

E’ dal 1982, da quando il Camerun mise paura all’Italia di Bearzot, che si sente parlare di una africana campione del mondo. Sono passati 42 anni e ancora niente.
“In quel mese deve andare tutto bene, dall’inizio alla fine. Una volta si litigava per i premi e questo non giovava alla causa, ma ora c’è più professionalità. Diciamo che ancora manca la ferrea concentrazione su ogni gara. Magari una squadra fa l’impresa e si rilassa”.

Il colonialismo non ha aiutato il movimento.
“Quando la Francia ha vinto il mondiale in Russia nel 2018, tanti giocatori in rosa erano originari, come me, della Repubblica Democratica del Congo. Se non avessero preso la nazionalità francese ci saremo divertiti parecchio anche noi”.

Un passettino alla volta. Intanto una semifinale è arrivata con il Marocco in Qatar.
“Già, e il fatto che il Marocco non vinca la Coppa d’Africa dal 1976 fa capire quanto sia difficile questo torneo”.

Tra calcio del Mahgreb e subsahariano chi sta meglio?
“Il primo è tecnico ma anche molto tattico. Prendo ad esempio la Tunisia. Non sta vivendo un gran momento ma guai a ritrovarsela contro. E se poi capita che va in vantaggio sono dolori. Quello subsahariano invece unisce la bellezza delle giocate ad un grande impatto fisico”.

Tanti i giovani da scoprire. Però qualche ragazzo africano nel passato ha dovuto fare i conti con procuratori senza scrupoli.
“Con l’avanzare della tecnologia per fortuna è più difficile che si verifichino situazioni spiacevoli. Ora è tutto più tracciabile”.

Il mercato italiano può attingere in Africa?
“Si, ma deve venire sul posto come fanno da Belgio, Olanda, tantissimo dai paesi scandinavi. In Italia meno, tendono a prendere un giocatore già testato in un campionato non africano. L’eccezione è il Cagliari, che Luvumbo è andato a prenderselo in Angola”.

Insomma, questa Coppa d’Africa chi la vince?
“La Costa d’Avorio ha il centrocampo più forte ma ha anche tanta pressione. E come ignorare Senegal, lo stesso Marocco, la Nigeria, l’Egitto che ha vinto 7 volte o il Camerun? La verità è che il livello è salito così tanto che è impossibile indicare una netta favorita. E poi guai a sottovalutare Guinea, Gambia, la Mauritania, le cosidette cenerentole”.

Anche perché nella storia le favole non sono mancate.
“La più bella delle ultime edizioni è quella del piccolo Zambia, che in finale riuscì a battere il colosso Costa d’Avorio che al centro dell’attacco aveva un certo Drogba”.

Non si è sbilanciato sulla favorita, ci dica almeno chi sarà la stella?
“Lamine Camara del Senegal. Centrocampista classe 2004, gioca in Francia nel Metz. Classe e personalità pazzesca, mi aspetto si affermi in maniera totale”.

Tutte le partite della coppa d’Africa saranno trasmesse in chiaro da SportItalia

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