Dall’Europa al Clásico, le differenze di Dna fra Real Madrid e Barcellona
di Paolo CondòNon è giusto dire che Real Madrid-Manchester City sia stata la vera finale di Champions, perché è un concetto che sottrae il rispetto alle tre squadre promosse in semifinale con il Real, e che si batteranno per impedirgli di salire a quota 15 Champions. Si può però dire che dopo il terzo (magnifico) confronto in tre edizioni, Real-City sia ormai il Classico d’Europa: la partita che aspettiamo ogni anno, e che i sorteggi hanno fin qui impedito di avere in finale. Al Bernabeu il Real è atteso da un altro Clásico, che si declina con una “s” in meno, vede nell’altro campo le maglie blaugrana del Barcellona e in genere decreta la supremazia nella Liga. Carlo Ancelotti vi arriva con 8 punti di vantaggio a 7 gare dal termine, può permettersi qualsiasi risultato ma gli avvenimenti della settimana lo indurranno a cercare il colpo del ko. Perché quel che è successo descrive due situazioni che hanno radici molto profonde. E opposte.
La sconfitta blaugrana col Psg
Martedì, stadio del Montjuic. Co…
Non è giusto dire che Real Madrid-Manchester City sia stata la vera finale di Champions, perché è un concetto che sottrae il rispetto alle tre squadre promosse in semifinale con il Real, e che si batteranno per impedirgli di salire a quota 15 Champions. Si può però dire che dopo il terzo (magnifico) confronto in tre edizioni, Real-City sia ormai il Classico d’Europa: la partita che aspettiamo ogni anno, e che i sorteggi hanno fin qui impedito di avere in finale. Al Bernabeu il Real è atteso da un altro Clásico, che si declina con una “s” in meno, vede nell’altro campo le maglie blaugrana del Barcellona e in genere decreta la supremazia nella Liga. Carlo Ancelotti vi arriva con 8 punti di vantaggio a 7 gare dal termine, può permettersi qualsiasi risultato ma gli avvenimenti della settimana lo indurranno a cercare il colpo del ko. Perché quel che è successo descrive due situazioni che hanno radici molto profonde. E opposte.
La sconfitta blaugrana col Psg
Martedì, stadio del Montjuic. Corre il minuto 29 di Barcellona-Psg quando Araujo commette il fallo da espulsione su Barcola. Il Barça è avanti 1-0, e quindi ha due gol di margine nel punteggio complessivo a un’ora dal traguardo. Sulla carta la situazione si fa delicata, ma non ancora estrema perché a questi livelli due gol sono tanti e per quanto in inferiorità numerica non è detto che il Barcellona non possa colpire ancora. Eppure, bastano pochi minuti per capire che la squadra catalana non ha una chance, avvalorando la tesi critica verso Araujo espressa a posteriori da Gundogan: “In quella situazione, se non sei sicuro di prendere la palla devi lasciarlo passare”. Magari Barcola non segna. Magari segna, ma per una squadra con il Dna del Barça è meglio vedersi dimezzare il vantaggio restando in undici che mantenerlo doppio, ma ridotti in dieci. Il Barcellona non è programmato per giocare una partita difensiva, nemmeno in questa versione post-moderna di Xavi: può applicare una strategia ben studiata per ridurre l’impatto di un avversario speciale — come fece all’andata su Mbappé — ma non organizzarsi in un mutuo soccorso di lacrime e sangue capace di tenere i rivali lontani dalla porta. Martedì il Psg ha segnato l’1-1 con un traversone basso che ha attraversato tutta l’area fino a giungere a Dembelé. Ha indovinato il 2-1 con un tiro da fuori del liberissimo Vitinha: tutti i catalani erano inutilmente schiacciati indietro. Ha trovato il 3-1 su un rigore scioccamente regalato da Cancelo, terzino “emozionante” sia in fase offensiva che difensiva. Ha timbrato il 4-1 con un pallone calciato in porta tre volte, e l’ultimo assist a Mbappé l’ha offerto il trafelato Kounde. Particolare da sottolineare: sempre più affannato in difesa, il Barcellona ha avuto rispetto del suo Dna una volta incassato il 3-1 che lo eliminava, e in 10 contro 11 ha costruito almeno tre occasioni. Avrebbe dovuto pensarci prima, ma quello che glielo doveva dire, Xavi, s’era fatto espellere poco dopo il 2-1 per uno scoppio d’ira dopo una palla contesa a centrocampo. E dunque è assolutamente vero che un episodio — l’espulsione di Araujo — abbia deciso l’eliminatoria fra Barça e Psg. Ma oltre agli spietati meriti dei parigini, molto ha contato la storica riluttanza dei catalani a difendersi. A soffrire in trincea anziché cavalcare nel sole del calcio offensivo e dei gol, l’unico gioco che considerano moralmente perseguibile.
La battaglia dell’Etihad
Mercoledì, Etihad Stadium. Anche la partita del Real a Manchester è stata una questione di Dna, e il risultato ci aiuta a leggerlo nella sua dimensione epica. Ma quando una determinata situazione si ripete molte volte, il fatto che assomigli a un miracolo non dovrebbe più ingannare: il Real è sopravvissuto a Manchester perché i suoi campioni sono straordinariamente umili, e se capiscono che la perseveranza difensiva in assoluta comunione costituisce l’unica maniera per portare a casa la pelle, eseguono senza preoccuparsi di chi dà di più e chi di meno o dell’estetica spettinata dello sforzo. L’inimitabile capacità gestionale di Ancelotti, un mix di intelligenza tattica e profondità umana in dosi sconosciute a chiunque altro come la vecchia formula della Coca-Cola, si è avvinta al Dna survivalista del Madrid con una naturalezza mai vista prima, e testimoniata dal gradimento popolare: la partita di Manchester è stato un blitz in piena regola, un gol in contropiede all’alba di gara e poi una lunga difesa di trincea che ha consentito al City un solo gol, innescando quindi la soluzione ai rigori. In altri tempi una prestazione del genere sarebbe stata contestata. Stavolta è stata applaudita, in ossequio a una semplice constatazione che Ancelotti ha espresso a fine partita: il Manchester City è la squadra migliore del mondo. Senza discussioni. E quindi se vuoi batterla devi portarla fuori dalla sua comfort zone, togliendole l’aria. Due anni fa il City dominò il Real per 180’, salvo crollare al Bernabeu nel recupero in un modo non spiegabile razionalmente. L’anno scorso il City si vendicò con un 4-0. Stavolta Ancelotti sapeva di dover fare qualcosa di diverso, e l’ha fatto benissimo. La squadra di Guardiola ha effettuato 88 tocchi nell’area avversaria, record di Champions da quando viene presa questa statistica (15 anni), e ha concluso 33 volte, record dal 2020. Dunque ha giocato ai suoi massimi: se ha segnato un gol soltanto, è perché i madridisti hanno occupato ogni traiettoria, evitato qualsiasi dribbling, anticipato ogni rimpallo, disturbato qualsiasi cross, sporcato ogni tiro. Una resistenza sovrumana che ha un segreto buono per la vita di tutti i giorni: considerare il talento un punto di partenza e non di arrivo. E il fatto che questo modo di pensare abbia attecchito nel Dna del club aristocratico, e non di quello popolano come dovrebbe essere il Barcellona, è la spiegazione di quelle 14 tra coppe dei Campioni e Champions League nella bacheca del Real.