Cesar Luis Menotti, morto il leggendario Flaco: fu ct dell’Argentina della vittoria del mondiale del 1978
di Maurizio Crosetti«La storia della saggezza dei vecchi è una truffa» diceva César Luis Menotti. «Invecchiando si perde la voglia e non si guadagna niente». Il gran magro ora ha smesso per sempre di perdere o guadagnare, se n’è andato a 85 anni e il calcio mondiale fa l’inchino a una leggenda, a un personaggio enorme e magnetico. Un giorno Menotti incontrò Borges nel caffè Saint Moritz di Buenos Aires, e si sa che Borges considerava il calcio una cosa da stupidi. Il poeta cieco si era fatto raccontare molte cose di questo allenatore, e lo accolse dicendo: «Lei deve essere molto famoso». Menotti, un po’ imbarazzato, rispose «beh, maestro, sa, è per via del calcio…». E Borges: «Io vengo in questo caffè da tanti anni, e nessuno mi ha mai chiesto un autografo».
El Flaco, il Magro, aveva una voce profonda e due occhi come coltelli. Era alto, era sempre elegante. Aveva questi lunghi capelli da attore e una passione smodata per la grande compagna della sua vita, la sigaretta. Quando, nel 2011, rischiò di morir…
«La storia della saggezza dei vecchi è una truffa» diceva César Luis Menotti. «Invecchiando si perde la voglia e non si guadagna niente». Il gran magro ora ha smesso per sempre di perdere o guadagnare, se n’è andato a 85 anni e il calcio mondiale fa l’inchino a una leggenda, a un personaggio enorme e magnetico. Un giorno Menotti incontrò Borges nel caffè Saint Moritz di Buenos Aires, e si sa che Borges considerava il calcio una cosa da stupidi. Il poeta cieco si era fatto raccontare molte cose di questo allenatore, e lo accolse dicendo: «Lei deve essere molto famoso». Menotti, un po’ imbarazzato, rispose «beh, maestro, sa, è per via del calcio…». E Borges: «Io vengo in questo caffè da tanti anni, e nessuno mi ha mai chiesto un autografo».
El Flaco, il Magro, aveva una voce profonda e due occhi come coltelli. Era alto, era sempre elegante. Aveva questi lunghi capelli da attore e una passione smodata per la grande compagna della sua vita, la sigaretta. Quando, nel 2011, rischiò di morire per una complicazione, il medico gli disse: «Se lei vuole continuare a vivere, deve smettere di fumare». «E lei questa me la chiamerebbe vita?», rispose.
Invece smise davvero, e quando entrava nei bar sperava che qualcuno gli fumasse in faccia. Una volta, un avventore gli chiese se fumando gli desse fastidio, se dovesse allontanarsi, e Menotti rispose «no, la prego, anzi venga più vicino».
Aveva origine italiane, i suoi nonni erano di Ancona, e da noi allenò per una manciata di settimane la Sampdoria nel 1997 prima di essere esonerato. «Pochi sogni e troppi coglioni», commentò. Era stato un buon calciatore, un pennellone di centravanti che nel suo girovagare era capitato un giorno al Santos, dove faceva la riserva di Pelé e Clodoaldo. «Pelé era Dio, Maradona ha fatto cose incredibili col pallone ma dio non era». Frase fortissima nella bocca di un argentino che parla di un altro argentino e un brasiliano.
Però Menotti amava Maradona, e quando Diego morì disse soltanto: «Mi sento travolto dal dolore e dalla merda. Lui se n’era andato così tante volte che pensavamo non se ne sarebbe andato mai più».
Da cittì dell’Argentina, Menotti non aveva convocato Maradona per il Mundial ’78: «Diego era già un fenomeno ma aveva solo 17 anni e non volevo bruciarlo». Anche perché in squadra c’era già Mario Kempes, il quale (non da solo) bastò per battere l’Olanda in finale e portare la prima Coppa del mondo della storia a Buenos Aires, dove Menotti, comunista figlio di comunisti, si lasciò fotografare accanto al generale Jorge Videla, torturatore e assassino. «Fu un grande errore quella fotografia», ammetterà anni dopo El Flaco.
Ma prima di scendere in campo per la finalissima, ai suoi giocatori aveva rivolto altre parole: «Vinciamo per il nostro popolo, non per quei figli di puttana». Aveva perso il padre da ragazzino, «il mio vecchio se ne andò che io avevo appena quindici anni, e da quel giorno ho sempre pensato che sarei morto giovane anch’io». Non è andata così, e possiamo dire che César Luis Menotti si sia fumato la vita fino all’ultimo tiro, nonostante la malinconia. «Più passa il tempo, più cerco di fuggire dalla decadenza di questo tempo, decadenza della cultura, dei discorsi, dei media». In tanti hanno provato a metterlo contro Carlos Bilardo, cittì mondiale nell’86, lui con Maradona eccome, lo zonista contro l’italianista, invano. «Però, l’unica cosa che non sopporto nel calcio è la vittoria ad ogni costo senza etica, senza estetica».
Il magro amava suonare il pianoforte, andare a caccia, leggere, odiava la retorica e gli scocciatori. Non rispondeva mai al telefono. Stargli accanto dava i brividi, ci si sentiva piccolissimi. Lui si passava una mano tra i capelli, socchiudeva gli occhi, metteva una lunga pausa prima delle parole e poi le riempiva anche di silenzio, e sguardi.