Le ambizioni di Guardiola, i rimpianti di Haaland: cosa ci ha detto un anno di Premier League
di Paolo CondòUn eccellente giornalista inglese, Michael Cox, ha scritto qualche tempo fa che se Pep Guardiola avesse vinto la quarta Premier consecutiva la mossa successiva più intelligente sarebbe stata lasciare il Manchester City. Domenica Pep ha centrato l’obiettivo - quarta Premier di fila, sesta in otto stagioni - e nel discorso della corona ha toccato l’argomento, dicendo che al momento si sente più vicino a salutare nel 2025, quando gli scadrà il contratto, che non a prolungarlo un’altra volta come vorrebbe il club (e l’intera tifoseria del City, va da sé). Nel ragionamento di Cox, che ipotizzava le dimissioni al termine di questa stagione - manca una partita, la finale di FA Cup col Manchester United di sabato - il traguardo inedito della quarta Premier di fila era l’ultimo record in grado di motivare Guardiola e i suoi campioni. L’uscita dalla Champions aveva infatti interrotto la corsa al secondo treble consecutivo, mai centrato da nessuno, e la prospettiva di aggiungere una quinta Premi…
Un eccellente giornalista inglese, Michael Cox, ha scritto qualche tempo fa che se Pep Guardiola avesse vinto la quarta Premier consecutiva la mossa successiva più intelligente sarebbe stata lasciare il Manchester City. Domenica Pep ha centrato l’obiettivo - quarta Premier di fila, sesta in otto stagioni - e nel discorso della corona ha toccato l’argomento, dicendo che al momento si sente più vicino a salutare nel 2025, quando gli scadrà il contratto, che non a prolungarlo un’altra volta come vorrebbe il club (e l’intera tifoseria del City, va da sé). Nel ragionamento di Cox, che ipotizzava le dimissioni al termine di questa stagione - manca una partita, la finale di FA Cup col Manchester United di sabato - il traguardo inedito della quarta Premier di fila era l’ultimo record in grado di motivare Guardiola e i suoi campioni. L’uscita dalla Champions aveva infatti interrotto la corsa al secondo treble consecutivo, mai centrato da nessuno, e la prospettiva di aggiungere una quinta Premier di fila il prossimo anno non avrà certo lo stesso appeal della quarta. Il saltatore in alto esulta al nuovo record (cinque squadre nella storia si erano fermate a tre titoli consecutivi): poi può provare a salire di un altro centimetro, ma la motivazione forte è ormai scemata.
Le ambizioni (e la stanchezza) di Guardiola
Già manifestata in diversi momenti del suo lungo papato al City, la stanchezza di vivere a Manchester riaffiora nei discorsi di questo allenatore straordinario, il giochista per eccellenza che da 16 anni prosegue un’inesorabile raccolta di risultati (e se in questa dicotomia leggete il nostro sarcasmo verso una contrapposizione ideologica che non ci appartiene, avete occhi buoni). A 53 anni Guardiola continua a evolversi tatticamente ridefinendo i ruoli e convincendo i campioni - con i giocatori normali sarebbe più facile, ma meno produttivo - ad adeguarsi ai nuovi compiti per crescere ulteriormente: l’ultimo capolavoro è la trasformazione di Gvardiol da difensore centrale a super terzino sinistro. L’addio alla Premier di Jurgen Klopp, il più bravo dei suoi rivali di questi anni, lo lascia stranito, e dispiaciuto: come succede soltanto a chi è davvero grande, Guardiola anela a una concorrenza durissima perché è da quella che trae lo stimolo a migliorarsi. Da due anni a contendergli il titolo è l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta, ma Rodri ha spiegato bene cosa gli manca ancora: “Sono venuti qui con un punto di vantaggio a dieci gare dalla fine, e hanno smaccatamente giocato per il pareggio. Guardiola non ce l’avrebbe mai permesso: se non giochi per vincere, vuol dire che hai paura del tuo avversario”.
Il paradosso norvegese
Erling Haaland ha vinto la classifica cannonieri della Premier per il secondo anno consecutivo, a quota 27 gol, ma quest’anno non è competitivo per il Pallone d’Oro: in Champions si è fermato ai quarti senza incidere contro il Real, e la sua Norvegia non si è qualificata per l’Europeo. La Norvegia non si qualifica mai a niente: l’ultimo grande torneo al quale ha partecipato è l’Europeo 2000, quando Haaland non era ancora nato (il primo rumoroso vagito arrivò 19 giorni dopo la finale). Ecco, il pensiero alla povera Norvegia ci è venuto domenica quando da una parte Haaland festeggiava il titolo, dall’altra piangeva Martin Ødegaard, il raffinato regista offensivo dell’Arsenal, e su un altro canale Alexander Sørloth, possente centravanti del Villarreal, segnava quattro gol al Real Madrid. Niente di casuale, peraltro: a una gara dalla fine Sørloth è il capocannoniere della Liga con 23 reti. Se all’ultima giornata non si farà scavalcare da Artem Dovbyk, l’ucraino del Girona che insegue con due gol in meno, la Norvegia avrà vinto il titolo dei marcatori in Premier e in Liga.
Haaland e Sorloth non bastano
Come fa una nazionale dotata di simili eccellenze a non qualificarsi per l’Europeo? Quanto devono essere scarsi i loro compagni? Piano. Il primo problema del c.t. Ståle Solbakken, già visto in Champions sulla panchina del Copenaghen, è che Haaland e Sørloth sono grossomodo lo stesso giocatore, il primo ovviamente un po’ più forte del secondo. Ma schierare assieme due terminali con taglia da bisonti e colazione iperproteica non è mai semplice. Inoltre, altri due elementi di livello sono il giovane Bobb, ala destra del City con 500 minuti (e due gol) in stagione, e il più maturo Elyonoussi del Copenaghen, l’ennesimo attaccante che Solbakken schiera a centrocampo per disperazione. In difesa spicca Ryerson, terzino destro titolare del Borussia Dortmund, insomma siamo anche qui nell’élite. Al centro c’è il napoletano Østigård, che non sarà Kim ma nemmeno Natan, e al suo fianco giostra Ajer del Brentford. Il mediano è Aursnes, titolare al Benfica. Nyland è il portiere del Siviglia. Non è l’organico di una cenerentola: la Norvegia è stata preceduta nel girone dalla Spagna, e vabbè, ma pure dalla Scozia, e qui qualcosa da dire ci sarebbe.
Arda Guler e le scelte di Ancelotti
In quella magnifica ragnatela di storie che è il calcio internazionale, siamo inciampati nella quaterna di Sørloth perché volevamo vedere la doppietta di Arda Guler, il 19enne attaccante turco che il Real Madrid ha acquisito la scorsa estate dal Fenerbahce, e che dopo una serie di acciacchi fisici sta guadagnando minuti in prima squadra perché segna a ripetizione e lo fa con irrisoria facilità (6 gol su 6 tiri, siamo al cento per cento). Chi ancora non lo conosce si segni il nome e se lo giochi nelle cene tra amici: il figurone a scadenza medio-breve è garantito. Però.
Il prossimo anno l’attacco del Real Madrid sarà composto da Kylian Mbappé, Vinicius, Rodrygo e Arda Guler più il 18enne Endrick, altro talento grezzo in arrivo dal Palmeiras. Più Jude Bellingham, che non è una punta ma si diverte un sacco a segnare, e per tacere dei pronti all’uso Brahim Diaz e Joselu. Tanta gente. Troppa. D’accordo che Carlo Ancelotti è candidato al premio Nobel per la gestione dello spogliatoio, ma un grosso movimento in uscita (Rodrygo?) ci pare inevitabile. Non dovesse bastare, un prestito biennale di Endrick per abituarlo ai calcioni europei potrebbe anche avere un club italiano come luogo di atterraggio.