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A Bilbao non è solo calcio: Euskadi–Palestina, la partita che ha unito identità, memoria e lotta

Le squadre schierate a metà campo 

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San Mames esaurito per l’amichevole che diventa un abbraccio simbolico alla Palestina martoriata. Tra emozione, rivendicazioni e solidarietà, la nazionale dei rifugiati trova per una sera una casa
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BILBAO – "Palestina askatu". Il coro che ha accompagnato, instancabilmente, la gara tra Euskadi e Palestina a San Mamés aveva un messaggio forte e chiaro: "Palestina libera". Una partita di pallone particolare, arrivata alla conclusione di una giornata particolare: alla fine, infatti, nessuno parlava del risultato, bensì di quello che era successo prima e di ciò che sarebbe accaduto dopo.

(afp)

Il messaggio per la pace

Ieri sera, il calcio è stato quasi un pretesto, senza il quasi: un punto di incontro tra identità, memoria e solidarietà. Prima del fischio d’inizio, al centro del campo campeggiava un frammento del Guernica, simbolo universale del terrore della guerra, una scelta che ha creato un ponte immediato fra due popoli che portano nel proprio immaginario storico il peso della distruzione. Le due selezioni hanno posato insieme dietro a un messaggio per la pace, mentre sugli spalti si apriva un g…

BILBAO – "Palestina askatu". Il coro che ha accompagnato, instancabilmente, la gara tra Euskadi e Palestina a San Mamés aveva un messaggio forte e chiaro: "Palestina libera". Una partita di pallone particolare, arrivata alla conclusione di una giornata particolare: alla fine, infatti, nessuno parlava del risultato, bensì di quello che era successo prima e di ciò che sarebbe accaduto dopo.

(afp)

Il messaggio per la pace

Ieri sera, il calcio è stato quasi un pretesto, senza il quasi: un punto di incontro tra identità, memoria e solidarietà. Prima del fischio d’inizio, al centro del campo campeggiava un frammento del Guernica, simbolo universale del terrore della guerra, una scelta che ha creato un ponte immediato fra due popoli che portano nel proprio immaginario storico il peso della distruzione. Le due selezioni hanno posato insieme dietro a un messaggio per la pace, mentre sugli spalti si apriva un grande mosaico dominato dalle due bandiere, l’Ikurriña e quella palestinese, apparse proprio nel momento in cui risuonava l’inno della squadra ospite.

(afp)

Stadio pieno

I banchi della Catedral erano praticamente pieni: 52 mila persone. E negli ultimi minuti della funzione, sul risultato già inchiodato sul 3-0 (netta la superiorità della nazionale dei Paesi Baschi), non c’è stata accelerazione palestinese che non abbia scatenato un boato. Sì, il pubblico di casa, fiero e orgoglioso della propria Selekzioa, avrebbe voluto festeggiare un gol dei propri graditi ospiti. Non è successo, ma questo non ha impedito a tutta la spedizione palestinese di godersi l'interminabile giro d'onore con tutto San Mamés in piedi.

I ct Ehab Abu Jazar e Jagoba Arrasate (afp)

Le lacrime del ct della Palestina

Un applauso lungo, solidale, politico, emotivo: "Non ho parole per spiegare cosa ho provato entrando in campo - ha ammesso, alla fine dell'incontro, Ehab Abu Jazar, il commissario tecnico di una nazionale in esilio che, per una sera, si è, finalmente, sentita a casa - . La prima cosa che mi è venuta in mente, quando sono uscito dal tunnel degli spogliatoi è stata la sofferenza della mia famiglia e di tutti i palestinesi. Oggi ho visto 52 mila persone sostenere la Palestina. È un sentimento che non si può spiegare. Mi sono commosso, ho pianto".

(reuters)

La prima volta della Palestina in Europa

Quella di ieri, del resto, è stata una partita storica anche per lui. Abu Jazar è infatti, il primo commissario tecnico palestinese a guidare la propria nazionale in una partita disputata in Europa: "È il giorno più importante della mia vita. Una storia che racconterò per sempre. Quando parlo della mia Palestina, parlo della nazionale dei rifugiati. Abbiamo giocatori che vivono nei cinque continenti, perché i palestinesi sono ovunque".

(reuters)

Una giornata di rivendicazione

Tranne che in Palestina, dove "durante il genocidio sono stati uccisi 1.300 sportivi d'élite, 894 dei quali olimpionici". A loro, la piattaforma Palestinarekin Elkartasuna ha reso omaggio all'inizio della lunga giornata di rivendicazione, cominciata intorno a mezzogiorno: "Allo stesso tempo sono stati distrutti 300 strutture sportive dai bombardamenti israeliani". In un silenzio carico di emozioni, lo stesso che ha contraddistinto il minuto (questa volta intero) di cordoglio prima dell'inizio della partita, gli organizzatori della manifestazione hanno letto i nomi di alcuni dei campioni come quello di Sulemain al-Obeid, il "Pelé" palestinese che ha trovato la morte mentre era in coda per ricevere gli aiuti umanitari. Per i tifosi della nazionale basca, il giorno della partita è sempre speciale perché diventa un momento di espressione identitaria che, questa volta, è quasi passato in secondo piano perché dall’altra parte del campo ci sarebbe stata una Palestina martoriata "dal genocidio che sta subendo il suo popolo".

(afp)

Il corteo nel centro della città

Il fittissimo programma delle manifestazioni pre partita si è concluso, poco prima dell'inizio del match, a San Mamés, dove si è sciolto l'imponente corteo che ha attraversato il centro della città intonando "Boikot Israel, Palestina askatu". E, a un certo punto, si è pure unito anche il presidente della Federazione palestinese, Jibril Rajoub, che ha aiutato a reggere lo striscione principale. Una marcia, due rivendicazioni: il riconoscimento della selezione basca e la solidarietà con un popolo sotto assedio. Non a caso, tra i presenti c'era anche il presidente dell'esecutivo basco, il Lehendakari, Imanol Pradales: "Siamo una nazione e vogliamo aspirare all'ufficialità in tutti gli ambiti sportivi. Per questo rivendichiamo ciò che siamo: il popolo basco, la nostra identità e la nostra lingua". E sulla Palestina ha aggiunto: "In un momento così duro per il popolo di Gaza, volevamo esprimere la nostra solidarietà. Euskadi è sempre stata dalla parte di chi soffre, come altri popoli lo sono stati con noi in passato". Un concetto che ha ripreso anche il ct Jagoba Arrasate: "Quello che abbiamo vissuto oggi dimostra fin dove può arrivare il calcio. Loro lo ricorderanno tutta la vita. Noi pure, perché è stato qualcosa di speciale".

(afp)

Martedì a Barcellona

E già, fin dove può arrivare il calcio. In mancanza di uno Stato e di un governo, Ehab Abu Jazar si è ritrovato - per buona pace di chi dice "che è solo uno sport" - a essere uno dei principali portavoce della causa palestinese. Un onere. Un onore: "È una responsabilità enorme. Certo che ne sento il peso, ma per genetica noi palestinesi siamo preparati ad affrontare situazioni del genere perché dal 1948 siamo abituati a soffrire. La nostra causa è ancora viva, nonostante i tentativi di cancellarci. Ma la Palestina tornerà. Quel giorno è sempre più vicino. Giocheremo di nuovo a casa nostra: nella nostra capitale, Gerusalemme, a Gaza e in tutte le città occupate. E inviteremo tutte le nazionali del mondo". Per il momento, la prossima fermata è Barcellona. Martedì sera, infatti, toccherà alla capitale catalana far sentire a casa la nazionale in esilio. Anzi, per dirla con Abu Jazar, la nazionale dei rifugiati.

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