Girona – Cresciuto in una famiglia di artisti, madre pittrice e padre scultore, Robin Van Persie ha cercato di trasformare la sensibilità ereditata per la bellezza in una carriera da calciatore di successo. Riuscendoci e diventando uno degli attaccanti più importanti della sua generazione. Oggi, l'ex leggenda olandese ci sta riprovando in un’altra veste (fino a giugno allenava il Feyenoord). Dalla panchina osserva il calcio da una prospettiva diversa: più paziente e riflessiva. Collettiva e mai individuale. Il filo conduttore, però, non è cambiato: la ricerca della bellezza, la disciplina, la capacità di migliorarsi e, soprattutto, l'importanza di ciò che si impara quando la sorte ti volta le spalle e comincia la salita.
Van Persie, vede molta bellezza in giro per gli stadi?
«Sì, ci sono molte squadre che mi piacciono, ognuno ha il proprio stile. Nel corso degli anni ho imparato ad apprezzare stili diversi. Da allenatore, posso apprezzare una squadra che gioca in contropiede tanto qua…
Girona – Cresciuto in una famiglia di artisti, madre pittrice e padre scultore, Robin Van Persie ha cercato di trasformare la sensibilità ereditata per la bellezza in una carriera da calciatore di successo. Riuscendoci e diventando uno degli attaccanti più importanti della sua generazione. Oggi, l'ex leggenda olandese ci sta riprovando in un’altra veste (fino a giugno allenava il Feyenoord). Dalla panchina osserva il calcio da una prospettiva diversa: più paziente e riflessiva. Collettiva e mai individuale. Il filo conduttore, però, non è cambiato: la ricerca della bellezza, la disciplina, la capacità di migliorarsi e, soprattutto, l'importanza di ciò che si impara quando la sorte ti volta le spalle e comincia la salita.
Van Persie, vede molta bellezza in giro per gli stadi?
«Sì, ci sono molte squadre che mi piacciono, ognuno ha il proprio stile. Nel corso degli anni ho imparato ad apprezzare stili diversi. Da allenatore, posso apprezzare una squadra che gioca in contropiede tanto quanto una che costruisce dal basso. Personalmente, invece, non amo i premi individuali anche se ho vinto quello al Player of the Year in Inghilterra ed è stato un grande onore, perché erano stati i giocatori contro cui avevo giocato a votarmi».
Chi era il suo idolo quando ha cominciato?
«Diego Armando Maradona».
E qual è la qualità che rende davvero speciale un calciatore o un allenatore, al di là del talento?
«La sua etica del lavoro, la sua mentalità orientata alla crescita, la disponibilità a dare tutto per il proprio obiettivo, passo dopo passo, perché non puoi avere tutto. È impossibile avere un certo stile di vita e contemporaneamente raggiungere la migliore versione di te stesso, perché devi competere contro delle macchine e non puoi farlo se conduci un certo tipo di vita fuori. Devi rinunciare a molte cose. Fondamentalmente, devi vivere una vita noiosa se vuoi arrivare e restare ai massimi livelli».
Il calcio è cambiato molto in questi ultimi anni.
«È come la vita. Se guardi la vita di oggi, tutto va così veloce. La vita di 15 anni fa, invece, si muoveva più lentamente. Il calcio di 15 anni fa era più tecnico, era più basato sull'intuito e non tanto sul correre il più forte possibile. Oggi la componente della corsa ha un ruolo enorme nel calcio. È molto legato alla fisica, alla forza, alla velocità, alla potenza e agli sprint. A volte ho la sensazione che il calcio stia andando un po’ nella stessa direzione della vita».
Qual è il momento della sua carriera che le regala ancora oggi le emozioni più forti?
«Non mi soffermo molto sui trionfi. Ripenso ai momenti difficili, agli infortuni e ai successivi periodi di recupero. Quei momenti mi sono rimasti dentro più di quando magari ho sollevato un trofeo per cinque secondi e poi l'ho passato a quello dopo nella fila. Devi soffrire molto per raggiungere i momenti belli e questo percorso è un qualcosa che apprezzo molto».
Meglio risorgere che vincere, insomma.
«Sì, per me è così: i momenti difficili occupano uno spazio più grande nel mio cuore, perché quelli belli li vivi e volti pagina. I momenti difficili, invece, fanno male, fanno soffrire. Devi essere davvero resiliente per uscirne».
Guardando oggi alla sua carriera, c'è un insegnamento che avrebbe voluto capire prima?
«L'importanza della pazienza. Da giovane ero molto impaziente. Volevo tutto molto velocemente. E questo, all'inizio, mi ha creato molte difficoltà. Perché volevo andare veloce e pensavo di essere già migliore di quanto fossi realmente. Nella mia testa ero il miglior giocatore dell’Olanda ma, nella realtà, non lo ero. In questo senso, la nascita del nostro primo figlio, Shaqueel, e poi di Dina mi hanno reso più tranquillo e questo mi ha aiutato molto».
Da ambasciatore globale della Engwe (azienda cinese specializzata in biciclette elettriche e mobilità sostenibile), lei ha partecipato al Sea Otter Europe, il Festival internazionale del ciclismo di Girona. Crede in una mobilità sostenibile?
«Beh, se guardiamo a quello che sta succedendo nel mondo a tutti i livelli, penso che sia davvero molto importante contribuire anche sotto questo aspetto e pensare al bene del pianeta».
Che influenza ha avuto sulla sua coscienza critica il suo ambiente familiare?
«Essere ai massimi livelli, in qualsiasi professione, è davvero difficile. L'obiettivo dovrebbe essere sempre quello di raggiungere la migliore versione di sé stesso. E al massimo ci si arriva attraverso la bellezza. E quando ci riesci puoi chiamarla arte».