La Juve festeggia in ritiro, come era accaduto l’ultima volta all’Inter nella stagione 2008-’09, quando fu la sconfitta del Milan a Udine in un anticipo a sancire ufficialmente il primo tricolore di Mourinho. Non bellissimo, ma nell’era degli spezzatini bisognerà farci l’abitudine. I tricampioni d’Italia comunque non si distraggono e, nonostante la scelta di Conte di dar spazio alle seconde linee, trovano con l’ex Padoin il guizzo per mettere sotto anche l’Atalanta, centrando la 18ª vittoria in altrettante gare interne e avvicinandosi sensibilmente a quei 100 punti che rappresentano ormai l’unico obiettivo residuo di questa stagione storica. Mai nel dopoguerra i bianconeri avevano conquistato 3 scudetti consecutivi, c’erano riusciti solo il Milan, nel triennio 1992-1994 e l’Inter, con i 5 titoli ufficiali (4 sul campo) conquistati dal 2006 al 2010. Per trovare 3 successi di seguito della Juve bisogna risalire ai 5 titoli messi in fila dal 1931 al 1935 e Conte diventa il secondo tecnico della Vecchia Signora a vincere 3 scudetti consecutivi in panchina dopo i 4 di Carlo Carcano in quel quinquennio. Aggiungendo i 5 da giocatore, però, Conte sale a quota 8 titoli nazionali conquistati e arrivano a quota 5 in scarpette a calzoncini anche Andrea Pirlo, al 4° successo di fila (uno col Milan e 3 con la Juve) dopo quello del 2004 in rossonero, e Gigi Buffon (tutti con la Juve, sarebbero stati 7 senza Calciopoli). Carlos Tevez conquista invece il 6° campionato della sua carriera, con 5 squadre diverse. Quello italiano segue i titoli vinti in Argentina (Boca Juniors), Brasile (Corinthians) e Inghilterra (due con il Manchester United e uno col City).
La festa bianconera parte un po’ a sorpresa: pochi immaginavano di veder crollare la Roma a Catania come è accaduto domenica pomeriggio. Anche il solito alibi delle motivazioni stavolta regge fino a un certo punto, perché se è vero che Garcia aveva alzato bandiera bianca in chiave scudetto nella conferenza stampa della vigilia, lo stesso avevano virtualmente fatto anche i rossazzurri in chiave salvezza, parlando di “campionato da onorare comunque fino in fondo”, come si conviene a chi si sente già retrocesso, anche se l’aritmetica non lo certifica ancora. Anzi, semmai erano proprio i giallorossi ad avere uno stimolo, seppur minimo, a far bene, legato alla possibilità di bissare la striscia di 10 successi consecutivi di inizio stagione: due in un solo campionato non le aveva mai realizzate nessuno in serie A. Eppure non c’è stata storia. Non c’era traccia della splendida Roma delle prime 35 giornate e Izco (doppietta), Bergessio e Barrientos hanno affondato le loro lame nel burro. Utile solo per le statistiche il gol numero 235 in serie A di Totti.
E pensare che nei primi 46 confronti tra le squadre che attualmente occupano le prime 5 e le ultime 5 posizioni della classifica mai le piccole avevano prevalso finora. Ma se dopo un tale filotto negativo questa anomalia si è verificata due volte nella stessa giornata, visto che anche il Sassuolo ha vinto a Firenze, significa che il nostro calcio non si è ancora del tutto affrancato da certi atavici mali oscuri. Un exploit, quello dei neroverdi al Franchi, che di fatto vanifica in buona parte l’inatteso balzo degli uomini di Pellegrino, utile a sorpassare il Livorno e portarsi a 3 punti dal Bologna a pochi giorni dallo scontro diretto al Dall’Ara, ma se il Chievo domenica dovesse passare sul campo di un Cagliari ormai privo di obiettivi per il Catania non ci sarebbe più niente da fare. La tripletta di Berardi e il gol di Sansone prendono a ceffoni una Viola già stanca e frastornata di suo per la delusione di sabato in Coppa Italia. Tardiva la reazione nel secondo tempo, con il rigore di Rodriguez e i sigilli di Rossi e Cuadrado, perché Pegolo nega a Pepito la doppietta al rientro dopo 4 mesi di stop e Di Francesco porta a casa un successo quasi decisivo. Adesso basterà che una tra Bologna e Chievo non vinca domenica per garantirsi la salvezza battendo il Genoa al Mapei Stadium. Colpa del Bologna, che non cava un ragno dal buco contro la squadra di Gasperini in versione vacanziera a Marassi (0-0), e del Livorno, che si conferma il colabrodo per eccellenza della serie A facendosi impallinare dall’Udinese al Friuli. Illusori sia il vantaggio che il provvisorio 2-2 di Paulinho, perché Guidolin dilaga con Di Natale (doppietta), Badu, Pereyra e Gabriel Silva e i padroni di casa si permettono anche di gettare all’ortiche un rigore con lo stesso Totò.
L’unica delle 5 squadre coinvolte nella lotta salvezza a incrociare un avversario motivato era il Chievo e si è fatto male da solo, mandando in orbita il Torino con l’autogol di Sardo e l’espulsione per proteste di Pellissier. Imbarazzante, poi, la totale impotenza e mancanza di furore agonistico dei veneti negli ultimi 20’, coi granata a far girare la palla serenamente come se in campo ci fossero solo loro. E con questa fanno 5 vittorie nelle ultime 6 partite, con l’unica eccezione del pareggio acciuffato da Candreva all’ultimo istante nel match con la Lazio, per la squadra di Ventura, che il 17 marzo, dopo la sconfitta interna col Napoli, si trovava a -10 dal sesto posto, occupato dal Parma che doveva pure recuperare una partita, e adesso guarda dall’alto in basso tutte le altre pretendenti all’Europa League, per di più con l’Inter (quinta) a 2 soli punti di distanza. Domenica il probabile verdetto, nello scontro diretto con gli emiliani, vittoriosi sulla Samp con l’ex Cassano e Schelotto.
Uno dei derby più poveri di contenuti tecnici nella storia delle stracittadine milanesi consegna rinnovate chances europee al Milan, che passa con De Jong e risale a -3 dai nerazzurri, mentre Lazio e Verona, nel tentativo disperato di vincere per continuare a sperare, chiudono con un pareggio pirotecnico e divertente quanto inutile per entrambe le contendenti. Impressionanti le analogie con il precedente match interno dei biancocelesti, contro il Toro, sia nel risultato (3-3), che nello sviluppo del match, con la squadra di Reja due volte in vantaggio (Keita e, dopo il primo pari di Marquinho, Lulic), raggiunti e superati (Iturbe-Romulo) e in grado di acciuffare il pari nei minuti di recupero in 10 uomini. Stavolta però questo è accaduto grazie a un rigore che definire generoso sarebbe un eufemismo, trasformato in due tempi da Mauri. Facile affermazione del Napoli, infine, nell’unico match senza implicazioni di classifica: Martens (rigore), Pandev e Dzemaili non concedono repliche al Cagliari.
Il campionato corre veloce verso i mille gol, per il secondo anno di fila. Dopo i 34 di questo turno, siamo a quota 970, con due giornate ancora sul calendario. In sintesi, ne basteranno 30 in 20 partite per raggiungere la tripla cifra e 24 per superare il record della scorsa stagione (1.003), la più prolifica da quando la serie A è tornata a 20 squadre. A trainare il gruppo è la terza abbuffata stagionale di Domenico Berardi, uno che non segna in tante partite, ma quando segna… segna. E risegna. Al punto da aver già realizzato 3 o più gol in 3 partite della sua prima stagione ai massimi livelli. La prima fu Sampdoria-Sassuolo, all’11ª giornata: tripletta con l’ausilio di 2 rigori. Poi il boom alla 19ª contro il Milan, con 4 reti tutte su azione. Per arrivare alla tripletta di ieri a Firenze (con un penalty). E tutte queste partite si sono concluse con lo stesso risultato: 4-3 per il Sassuolo. In pratica i suoi 16 gol il giovane calabrese li ha concentrati in appena 8 gare. Tre le doppiette, con le firme di Izco, Paulinho e Di Natale: il brasiliano del Livorno ne aveva già messa a segno una alla terza giornata contro il Catania, mentre per il centrocampista del Catania si tratta della prima in serie A e, strano a dirsi, anche Totò era a digiuno di marcature multiple in stagione. Peccato solo che sia toccato a lui anche uno dei 3 errori dal dischetto di questa 36ª giornata. Di Mauri (in gol però sulla ribattuta) e Hamsik (che non ne vuol proprio sapere di spezzare il suo lungo digiuno realizzativo) gli altri due errori di un turno da record in fatto di imprecisione dagli undici metri: eguagliati i 3 errori della 28ª, quando sbagliarono Calaiò, Pinilla e Pizarro. Curioso poi l’autolesionismo di Sardo quando vede il Toro: autogol contro i granata, proprio come l’anno scorso all’Olimpico. Primi gol in stagione, infine, per Padoin, De Jong e Gabriel Silva.
La festa bianconera parte un po’ a sorpresa: pochi immaginavano di veder crollare la Roma a Catania come è accaduto domenica pomeriggio. Anche il solito alibi delle motivazioni stavolta regge fino a un certo punto, perché se è vero che Garcia aveva alzato bandiera bianca in chiave scudetto nella conferenza stampa della vigilia, lo stesso avevano virtualmente fatto anche i rossazzurri in chiave salvezza, parlando di “campionato da onorare comunque fino in fondo”, come si conviene a chi si sente già retrocesso, anche se l’aritmetica non lo certifica ancora. Anzi, semmai erano proprio i giallorossi ad avere uno stimolo, seppur minimo, a far bene, legato alla possibilità di bissare la striscia di 10 successi consecutivi di inizio stagione: due in un solo campionato non le aveva mai realizzate nessuno in serie A. Eppure non c’è stata storia. Non c’era traccia della splendida Roma delle prime 35 giornate e Izco (doppietta), Bergessio e Barrientos hanno affondato le loro lame nel burro. Utile solo per le statistiche il gol numero 235 in serie A di Totti.
E pensare che nei primi 46 confronti tra le squadre che attualmente occupano le prime 5 e le ultime 5 posizioni della classifica mai le piccole avevano prevalso finora. Ma se dopo un tale filotto negativo questa anomalia si è verificata due volte nella stessa giornata, visto che anche il Sassuolo ha vinto a Firenze, significa che il nostro calcio non si è ancora del tutto affrancato da certi atavici mali oscuri. Un exploit, quello dei neroverdi al Franchi, che di fatto vanifica in buona parte l’inatteso balzo degli uomini di Pellegrino, utile a sorpassare il Livorno e portarsi a 3 punti dal Bologna a pochi giorni dallo scontro diretto al Dall’Ara, ma se il Chievo domenica dovesse passare sul campo di un Cagliari ormai privo di obiettivi per il Catania non ci sarebbe più niente da fare. La tripletta di Berardi e il gol di Sansone prendono a ceffoni una Viola già stanca e frastornata di suo per la delusione di sabato in Coppa Italia. Tardiva la reazione nel secondo tempo, con il rigore di Rodriguez e i sigilli di Rossi e Cuadrado, perché Pegolo nega a Pepito la doppietta al rientro dopo 4 mesi di stop e Di Francesco porta a casa un successo quasi decisivo. Adesso basterà che una tra Bologna e Chievo non vinca domenica per garantirsi la salvezza battendo il Genoa al Mapei Stadium. Colpa del Bologna, che non cava un ragno dal buco contro la squadra di Gasperini in versione vacanziera a Marassi (0-0), e del Livorno, che si conferma il colabrodo per eccellenza della serie A facendosi impallinare dall’Udinese al Friuli. Illusori sia il vantaggio che il provvisorio 2-2 di Paulinho, perché Guidolin dilaga con Di Natale (doppietta), Badu, Pereyra e Gabriel Silva e i padroni di casa si permettono anche di gettare all’ortiche un rigore con lo stesso Totò.
L’unica delle 5 squadre coinvolte nella lotta salvezza a incrociare un avversario motivato era il Chievo e si è fatto male da solo, mandando in orbita il Torino con l’autogol di Sardo e l’espulsione per proteste di Pellissier. Imbarazzante, poi, la totale impotenza e mancanza di furore agonistico dei veneti negli ultimi 20’, coi granata a far girare la palla serenamente come se in campo ci fossero solo loro. E con questa fanno 5 vittorie nelle ultime 6 partite, con l’unica eccezione del pareggio acciuffato da Candreva all’ultimo istante nel match con la Lazio, per la squadra di Ventura, che il 17 marzo, dopo la sconfitta interna col Napoli, si trovava a -10 dal sesto posto, occupato dal Parma che doveva pure recuperare una partita, e adesso guarda dall’alto in basso tutte le altre pretendenti all’Europa League, per di più con l’Inter (quinta) a 2 soli punti di distanza. Domenica il probabile verdetto, nello scontro diretto con gli emiliani, vittoriosi sulla Samp con l’ex Cassano e Schelotto.
Uno dei derby più poveri di contenuti tecnici nella storia delle stracittadine milanesi consegna rinnovate chances europee al Milan, che passa con De Jong e risale a -3 dai nerazzurri, mentre Lazio e Verona, nel tentativo disperato di vincere per continuare a sperare, chiudono con un pareggio pirotecnico e divertente quanto inutile per entrambe le contendenti. Impressionanti le analogie con il precedente match interno dei biancocelesti, contro il Toro, sia nel risultato (3-3), che nello sviluppo del match, con la squadra di Reja due volte in vantaggio (Keita e, dopo il primo pari di Marquinho, Lulic), raggiunti e superati (Iturbe-Romulo) e in grado di acciuffare il pari nei minuti di recupero in 10 uomini. Stavolta però questo è accaduto grazie a un rigore che definire generoso sarebbe un eufemismo, trasformato in due tempi da Mauri. Facile affermazione del Napoli, infine, nell’unico match senza implicazioni di classifica: Martens (rigore), Pandev e Dzemaili non concedono repliche al Cagliari.
Il campionato corre veloce verso i mille gol, per il secondo anno di fila. Dopo i 34 di questo turno, siamo a quota 970, con due giornate ancora sul calendario. In sintesi, ne basteranno 30 in 20 partite per raggiungere la tripla cifra e 24 per superare il record della scorsa stagione (1.003), la più prolifica da quando la serie A è tornata a 20 squadre. A trainare il gruppo è la terza abbuffata stagionale di Domenico Berardi, uno che non segna in tante partite, ma quando segna… segna. E risegna. Al punto da aver già realizzato 3 o più gol in 3 partite della sua prima stagione ai massimi livelli. La prima fu Sampdoria-Sassuolo, all’11ª giornata: tripletta con l’ausilio di 2 rigori. Poi il boom alla 19ª contro il Milan, con 4 reti tutte su azione. Per arrivare alla tripletta di ieri a Firenze (con un penalty). E tutte queste partite si sono concluse con lo stesso risultato: 4-3 per il Sassuolo. In pratica i suoi 16 gol il giovane calabrese li ha concentrati in appena 8 gare. Tre le doppiette, con le firme di Izco, Paulinho e Di Natale: il brasiliano del Livorno ne aveva già messa a segno una alla terza giornata contro il Catania, mentre per il centrocampista del Catania si tratta della prima in serie A e, strano a dirsi, anche Totò era a digiuno di marcature multiple in stagione. Peccato solo che sia toccato a lui anche uno dei 3 errori dal dischetto di questa 36ª giornata. Di Mauri (in gol però sulla ribattuta) e Hamsik (che non ne vuol proprio sapere di spezzare il suo lungo digiuno realizzativo) gli altri due errori di un turno da record in fatto di imprecisione dagli undici metri: eguagliati i 3 errori della 28ª, quando sbagliarono Calaiò, Pinilla e Pizarro. Curioso poi l’autolesionismo di Sardo quando vede il Toro: autogol contro i granata, proprio come l’anno scorso all’Olimpico. Primi gol in stagione, infine, per Padoin, De Jong e Gabriel Silva.