Dopo svariati momenti bui, un paio di fallimenti, varie penalizzazioni, destini cinici e bari, rifondazioni rimandate a data da destinarsi, avventurieri feroci e insolventi, inevitabili cordate farlocche, improbabili americani come l'ex stella del baseball Mike Piazza, identità perdute e ritrovate, rivedute e corrette ad uso dei notai, dentro una centrifuga sgarrupata che negli ultimi vent'anni ha masticato e sputato fuori sei presidenti, ventisette allenatori, più di trecento giocatori; la Reggio Audace fu Reggiana ha ritrovato la Serie B, battendo 1-0 il Bari nella finale dei play off e festeggiando fino all'alba con il pullman della squadra in giro per una città che ha riscoperto la felicità leggera di vedere rotolare il pallone.
L'ultima volta in serie B risale al 1999, due anni prima la Reggiana era in Serie A. Erano in tempi in cui furoreggiava il campione portoghese Futre, il campione venuto dal dolore che il club si era regalato quando conquistò per la prima volta la A (1993). Sembra il Pleistocene, oggi la storia ha consegnato ai reggiani altri protagonisti. Come il cannoniere della squadra - il 20enne Augustus Kargbo, 10 gol e 7 assist - timidissimo ragazzo della Sierra Leone che va all'allenamento in bicicletta, come il capitano Alessandro Spanò, che dopo la baldoria è arrivato a casa all'alba, si è fatto una doccia, ha ripassato gli appunti e ha acceso il computer per discutere oggi - online - la tesi in economia e management. Come l'allenatore, un toscano di Fucecchio, Massimiliano Alvini, un cinquantenne che nei tratti può ricordare Kevin Spacey e che nel curriculum vanta l'impresa con il Tuttocuoio, portato dall'Eccellenza alla Lega Pro. Alvini è amico di Allegri, Sarri e Spalletti, gioca con il 3-4-1-2, di tutte le parole che usa con i suoi giocatori ne celebra una: viaggio. E' stato confermato (come il ds Tosi), ora lo aspetta il viaggio in B, categoria che non ha mai frequentato.
Ma l'artefice di questo nuovo inizio è un imprenditore reggiano, Luca Quintavalli. Il presidente ripete da tempo il suo mantra. "Abbiamo cercato di trasformare l'energia negativa in positiva". Due promozioni di fila, doppio salto, dai Dilettanti alla B nell'anno post centenario (il club è stato fondato nel 1919). Quintavalli, 43 anni, ex pugile, è a capo del gruppo Olmedo, azienda leader nell'ambito delle trasformazioni di veicoli per il trasporto di persone disabili. Attorno al club ha radunato una decina di soci, il più noto è Romano Amadei, ex patron del Modena in A. Nelle ore della festa ha fatto una promessa alla città: "Non si torna più indietro". Ma il primo dei suoi meriti è stato quello di riannodare il filo del sentimento popolare.
Settemila sono gli abbonati di una squadra che gioca al Mapei Stadium fu Giglio, lo stadio del Sassuolo, 300.000 euro d'affitto all'anno, con la sgradevole sensazione - vissuta come un oltraggio - di essere ospiti a casa propria. Il primo stadio privato d'Italia è stato costruito qui, quattro rotonde dopo l'uscita dell'autostrada, tra capannoni e aziende cui la pandemia ha tagliato il fiato e le risorse. Il Giglio - si chiamava così per via dell'accordo con lo sponsor - venne finanziato interamente da privati. Costò 25 miliardi di lire, il giorno dell'inaugurazione - 15 aprile 1995 - la Reggiana sfidò la Juventus scudettata di Lippi. Si viveva di sogni extralarge, il Giglio faceva il solletico al futuro: comparvero i primi palchi vip (prime prove di distanziamento sociale), c'erano persino le panchine riscaldate e dotate di linea telefonica. Ma l'utente del futuro non è sempre raggiungibile. Seguirono periodi bui, nel 2010 lo stadio venne pignorato e messo all'asta. Se lo prese Squinzi, patron del Sassuolo: 3,75 milioni e il cambio di denominazione, Mapei Stadium Città del Tricolore. Reggiana e Sassuolo se lo divideranno anche l'anno prossimo, nel perimetro geografico di una regione - l'Emilia - che tra A (Bologna, Parma, Sassuolo) e B (Reggiana, Spal) conterà cinque club, ultima arrivata questa città che al netto delle acrobazie linguistiche (nessuno osa chiamarla Reggio Audace) torna a sentire il cuore che batte dentro un pallone, è quello che scalda la vita mica le panchine.
L'ultima volta in serie B risale al 1999, due anni prima la Reggiana era in Serie A. Erano in tempi in cui furoreggiava il campione portoghese Futre, il campione venuto dal dolore che il club si era regalato quando conquistò per la prima volta la A (1993). Sembra il Pleistocene, oggi la storia ha consegnato ai reggiani altri protagonisti. Come il cannoniere della squadra - il 20enne Augustus Kargbo, 10 gol e 7 assist - timidissimo ragazzo della Sierra Leone che va all'allenamento in bicicletta, come il capitano Alessandro Spanò, che dopo la baldoria è arrivato a casa all'alba, si è fatto una doccia, ha ripassato gli appunti e ha acceso il computer per discutere oggi - online - la tesi in economia e management. Come l'allenatore, un toscano di Fucecchio, Massimiliano Alvini, un cinquantenne che nei tratti può ricordare Kevin Spacey e che nel curriculum vanta l'impresa con il Tuttocuoio, portato dall'Eccellenza alla Lega Pro. Alvini è amico di Allegri, Sarri e Spalletti, gioca con il 3-4-1-2, di tutte le parole che usa con i suoi giocatori ne celebra una: viaggio. E' stato confermato (come il ds Tosi), ora lo aspetta il viaggio in B, categoria che non ha mai frequentato.
Ma l'artefice di questo nuovo inizio è un imprenditore reggiano, Luca Quintavalli. Il presidente ripete da tempo il suo mantra. "Abbiamo cercato di trasformare l'energia negativa in positiva". Due promozioni di fila, doppio salto, dai Dilettanti alla B nell'anno post centenario (il club è stato fondato nel 1919). Quintavalli, 43 anni, ex pugile, è a capo del gruppo Olmedo, azienda leader nell'ambito delle trasformazioni di veicoli per il trasporto di persone disabili. Attorno al club ha radunato una decina di soci, il più noto è Romano Amadei, ex patron del Modena in A. Nelle ore della festa ha fatto una promessa alla città: "Non si torna più indietro". Ma il primo dei suoi meriti è stato quello di riannodare il filo del sentimento popolare.
Settemila sono gli abbonati di una squadra che gioca al Mapei Stadium fu Giglio, lo stadio del Sassuolo, 300.000 euro d'affitto all'anno, con la sgradevole sensazione - vissuta come un oltraggio - di essere ospiti a casa propria. Il primo stadio privato d'Italia è stato costruito qui, quattro rotonde dopo l'uscita dell'autostrada, tra capannoni e aziende cui la pandemia ha tagliato il fiato e le risorse. Il Giglio - si chiamava così per via dell'accordo con lo sponsor - venne finanziato interamente da privati. Costò 25 miliardi di lire, il giorno dell'inaugurazione - 15 aprile 1995 - la Reggiana sfidò la Juventus scudettata di Lippi. Si viveva di sogni extralarge, il Giglio faceva il solletico al futuro: comparvero i primi palchi vip (prime prove di distanziamento sociale), c'erano persino le panchine riscaldate e dotate di linea telefonica. Ma l'utente del futuro non è sempre raggiungibile. Seguirono periodi bui, nel 2010 lo stadio venne pignorato e messo all'asta. Se lo prese Squinzi, patron del Sassuolo: 3,75 milioni e il cambio di denominazione, Mapei Stadium Città del Tricolore. Reggiana e Sassuolo se lo divideranno anche l'anno prossimo, nel perimetro geografico di una regione - l'Emilia - che tra A (Bologna, Parma, Sassuolo) e B (Reggiana, Spal) conterà cinque club, ultima arrivata questa città che al netto delle acrobazie linguistiche (nessuno osa chiamarla Reggio Audace) torna a sentire il cuore che batte dentro un pallone, è quello che scalda la vita mica le panchine.