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La Nazionale affonda: il grido di Conte nel deserto

Il calcio italiano sta vivendo il momento più basso della sua storia: esterofilia, cecità dei dirigenti dei club, crisi economica. Ma il ct non deve dimenticare come trattava la nazionale quando era allenatore della Juventus
di MAURIZIO CROSETTI

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ROMA - Il calcio italiano sta vivendo il momento più basso di tutta la sua storia, e il grido di dolore di Antonio Conte rimbomba in una stanza vuota: ma che fosse vuota, era lui il primo a saperlo.
A parte il primo dopoguerra, con il Grande Torino distrutto a Superga e un'intera nazione da ricostruire, mai il nostro sport più popolare ha vissuto una simile crisi di talenti e di organizzazione. Il declino strutturale e forse genetico, il poco coraggio dei club, l'esterofilia commerciale sfrenata hanno incenerito almeno tre generazioni di calciatori. Se uno stagionato campione come Totò Di Natale (37 anni!) detta ancora legge, se Totti (38!) continua ad essere irrinunciabile, se Buffon (36) e Pirlo (35) sono inamovibili e senza vera concorrenza, significa che l'intero movimento è immobile.

Al commissario tecnico azzurro, il quale si scopre improvvisamente solo, vale comunque la pena ricordare come trattava lui la nazionale quand'era alla Juventus, e viveva alcune convocazioni da parte di Prandelli (ad esempio, quella di Chiellini a marzo) quasi come uno scippo, se non un affronto. Ora, dall'altra parte della barricata, Conte mette le mani avanti: dice che i giocatori sono scarsi e hanno poca voglia di lavorare. Mossa rischiosa, ma anche astuta e duplice: se le cose andranno bene, il merito sarà suo. Se andranno male, non potremo dirgli che non ci aveva avvertito.

Al di là dei toni così simili a quelli che Conte usava quando tentava di forzare la mano alla Juventus, è innegabile che il calcio italiano sia diventato una specie di deserto. In attacco non produciamo quasi più nulla, colpa dell'invasione straniera ma non solo. E' come se non si riuscisse più a coltivare il talento. Ormai in Italia si gioca a calcio da bambini solo a pagamento, nelle scuole calcio da 400 euro di retta annua (come minimo), non esistono più cortili e oratori, campetti e parchi dove mettersi a colpire un pallone. E le stesse abitudini sportive dei giovani sono profondamente mutate: si praticano altri sport, oppure non si svolge attività fisica per niente (era impensabile, fino all'inizio degli anni Ottanta), i bambini sono obesi e sedentari, i genitori e i nonni gli riempiono l'agenda di impegni come se fossero amministratori delegati della Fiat, e il tempo per il gioco e per il corpo non c'è più, è tempo "ottimizzato", deve produrre compenso o giustificare il denaro speso dalle famiglie. Il piacere gratuito del calcio, così necessario alla crescita dei ragazzini (e, tra loro, al possibile sviluppo anche statistico dei campioni), è assolutamente scomparso. Le famiglie si sentono clienti delle scuole calcio, pretendono di monetizzare l'investimento: spesso, producono piccoli disadattati, figli di adulti frustrati e infelici.

A questo si aggiunga la cecità programmatica dei dirigenti, che riscoprono i vivai soltanto adesso, perché hanno finito i soldi necessari ad acquistare i calciatori. Li prendono ancora all'estero, perché si risparmia e perché si può lucrare con la complicità di mediatori senza scrupoli, autentici marchettatari, veri commercianti di carne umana. Se altre nazioni, come la Germania e la Spagna, hanno impostato un lavoro a lunga scadenza raccogliendo frutti copiosi dopo qualche anno di pazienza, noi siamo retrocessi quasi in fondo all'Europa, e oggi fatichiamo pure contro l'Albania dopo avere preso una lezione di calcio dalla Croazia, per tacere le umiliazioni ai mondiali di Sudafrica e Brasile. Di fronte a questo meritato e comprensibilissimo scempio, vale a ben poco l'urlo di Conte: fa rumore, non sostanza. Del resto, potrebbe forse il calcio essere diverso da un Paese in profondissima crisi etica ed economica? Con che coraggio chiedere a una ventina di ragazzi  che corrono dietro a una palla un segnale opposto a quello dato dalla cosiddetta società civile, dalla politica, dall'imprenditoria e da molti di noi, ogni giorno?
 
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