ROMA - Ha 68 anni eppure sembra un ragazzino, vuoi per la carica e l'entusiasmo che ha dentro di sé, vuoi per il matrimonio appena celebrato con la sua Luciana: "Mister Libidine" è pronto per la Sfida, quella con la S maiuscola. Giampiero Ventura non vede l'ora di tuffarsi in quell'azzurro che corona la sua carriera di allenatore appena quindici giorni dopo aver chiuso formalmente il cammino al Toro. E non è stato un cammino qualsiasi: i numeri parlano di una parentesi lunga 1737 giorni e 217 partite che hanno portato 85 vittorie (39%), 64 pareggi (30%) e 68 sconfitte (31%), con 299 gol fatti e 256 subiti. Ciò che i numeri invece non dicono sono i meriti di Ventura - enormi, indiscutibili - nel rilanciare una piazza depressa, restituendole orgoglio e consapevolezza.
La gavetta - La parabola granata era stata il punto più alto di una carriera fatta di quarant'anni di gavetta, su e giù per i campi di periferia: dalle giovanili alla Samp, era il 1976, al tour della Liguria (Albenga, Rapallo, Entella e Spezia), dalla Pistoiese al Giarre per poi toccare Venezia, Lecce, Cagliari, Samp, Udinese, Napoli, Messina, Verona, Pisa e Bari. Un apolide del calcio, verrebbe da pensare, un anno qui e un anno là, quasi mai due stagioni nella stessa piazza, nonostante sette promozioni in carriera. Poi la svolta che, rivista oggi, sa di trampolino di lancio: è l'estate 2011 e il Toro per Ventura è più di un esame di maturità, anche se ha già 63 primavere alle spalle. E' un Torino che non riesce a riemergere dal limbo della serie B, quello in cui si imbatte Giampierone; Urbano Cairo ha provato a conquistare il ritorno fra i grandi con una rivoluzione dietro l'altra, eppure niente, fino al colpo di mano geniale: sceglie il lupo di mare, l'esperienza al comando, e gli dà carta bianca. "Dal giorno della firma - disse il tecnico ligure in quei giorni - me lo dicono tutti, i grandi e i bambini: ma dove sei andato a finire? E io ai bambini rispondo di preparare i soldini perché fra un anno qui si vedrà la serie A". Sembra una boutade in giorni di furibonda contestazione, e invece è una promessa: il pallone inizia a frullare e il popolo granata percepisce che qualcosa stavolta è cambiato davvero.
La crescita - Il primo anno finisce con la festa inzuppata, 100 mila tifosi in piazza San Carlo a festeggiare la promozione sotto il diluvio universale, poi inizia l'avventura della serie A. Certo, non mancano gli attriti, come quello che porta all'addio dell'icona Bianchi, ma i risultati arrivano, e il Toro lievita. Tanto che in questi cinque anni di gestione Ventura il Toro ha ritrovato la forza per tornare a casa sua: serie A stabilizzata, una presenza onorevole in Europa, numerosi giovani lanciati ad alto livello. E crescono anche le plusvalenze: 64 milioni in tre anni, frutto di una crescita esponenziale di giocatori come Darmian e Immobile, Cerci e Ogbonna, che lo fanno diventare il Re Mida per il presidente Cairo. Che lo ripaga con un ingaggio a raddoppiare, dal mezzo milione del 2011 al milione tondo dell'ultimo rinnovo, il biennale sulla fiducia firmato lo scorso inverno con scadenza 30 giugno 2018.
Le frasi celebri - "Ormai alleno per libidine", disse Ventura quando giunse a Torino con l'impronta della "palla che frulla". Il Toro, poi, è diventato terreno fertile per il "percorso di crescita" tanto da indurlo a riassumere così le sue cinque stagioni: "Quando arrivai al Toro il primo problema era ricostruire rispetto e dignità, i risultati sportivi non erano l'unico obiettivo. All'inizio dovevamo buttare le basi; oggi le basi ci sono e si tratta solo di proseguire". Ma visto che anche i percorsi più soddisfacenti vivono gli alti e bassi tipici di una parabola, ecco che la quinta stagione di Ventura in granata diventa una navigazione complicata in un mare agitato. Infortuni, nervosismi, errori ad ogni livello, il "percorso di crescita" che secondo alcuni è soltanto più uno slogan; fino a quello striscione che, a fine febbraio contro il Carpi, segnò in anticipo la fine del matrimonio: "15.5.2016: l'avventura è finita... grazie mister" firmato Ultras Granata.
L'addio al Toro - Ecco perché, a ben vedere, la rivoluzione azzurra parte da un addio quasi naturale, se lo si misura con i tempi velocissimi della "centrifuga" calcio. "Cinque stagioni oggi rappresentano un cammino molto lungo, tant'è che solo Ancelotti al Milan si è fermato per più tempo" aveva detto Cairo tre settimane fa al Salone del Libro. Furono proprio quelle parole, all'indomani della chiusura del campionato, a sancire la fine del rapporto con Ventura e a voltare pagina. Anche se lo stesso Ventura, alla vigilia della trasferta di Udine di fine aprile, aveva preconizzato l'addio: "Dopo anni di risultati importanti, o cambi i giocatori o cambi lo staff tecnico; altrimenti rischi di entrare nella routine ed è difficile dare nuovi stimoli". Parole che, lette oggi, diventano la preparazione al triplo salto carpiato che lo ha catapultato dal granata all'azzurro.
La gavetta - La parabola granata era stata il punto più alto di una carriera fatta di quarant'anni di gavetta, su e giù per i campi di periferia: dalle giovanili alla Samp, era il 1976, al tour della Liguria (Albenga, Rapallo, Entella e Spezia), dalla Pistoiese al Giarre per poi toccare Venezia, Lecce, Cagliari, Samp, Udinese, Napoli, Messina, Verona, Pisa e Bari. Un apolide del calcio, verrebbe da pensare, un anno qui e un anno là, quasi mai due stagioni nella stessa piazza, nonostante sette promozioni in carriera. Poi la svolta che, rivista oggi, sa di trampolino di lancio: è l'estate 2011 e il Toro per Ventura è più di un esame di maturità, anche se ha già 63 primavere alle spalle. E' un Torino che non riesce a riemergere dal limbo della serie B, quello in cui si imbatte Giampierone; Urbano Cairo ha provato a conquistare il ritorno fra i grandi con una rivoluzione dietro l'altra, eppure niente, fino al colpo di mano geniale: sceglie il lupo di mare, l'esperienza al comando, e gli dà carta bianca. "Dal giorno della firma - disse il tecnico ligure in quei giorni - me lo dicono tutti, i grandi e i bambini: ma dove sei andato a finire? E io ai bambini rispondo di preparare i soldini perché fra un anno qui si vedrà la serie A". Sembra una boutade in giorni di furibonda contestazione, e invece è una promessa: il pallone inizia a frullare e il popolo granata percepisce che qualcosa stavolta è cambiato davvero.
La crescita - Il primo anno finisce con la festa inzuppata, 100 mila tifosi in piazza San Carlo a festeggiare la promozione sotto il diluvio universale, poi inizia l'avventura della serie A. Certo, non mancano gli attriti, come quello che porta all'addio dell'icona Bianchi, ma i risultati arrivano, e il Toro lievita. Tanto che in questi cinque anni di gestione Ventura il Toro ha ritrovato la forza per tornare a casa sua: serie A stabilizzata, una presenza onorevole in Europa, numerosi giovani lanciati ad alto livello. E crescono anche le plusvalenze: 64 milioni in tre anni, frutto di una crescita esponenziale di giocatori come Darmian e Immobile, Cerci e Ogbonna, che lo fanno diventare il Re Mida per il presidente Cairo. Che lo ripaga con un ingaggio a raddoppiare, dal mezzo milione del 2011 al milione tondo dell'ultimo rinnovo, il biennale sulla fiducia firmato lo scorso inverno con scadenza 30 giugno 2018.
Le frasi celebri - "Ormai alleno per libidine", disse Ventura quando giunse a Torino con l'impronta della "palla che frulla". Il Toro, poi, è diventato terreno fertile per il "percorso di crescita" tanto da indurlo a riassumere così le sue cinque stagioni: "Quando arrivai al Toro il primo problema era ricostruire rispetto e dignità, i risultati sportivi non erano l'unico obiettivo. All'inizio dovevamo buttare le basi; oggi le basi ci sono e si tratta solo di proseguire". Ma visto che anche i percorsi più soddisfacenti vivono gli alti e bassi tipici di una parabola, ecco che la quinta stagione di Ventura in granata diventa una navigazione complicata in un mare agitato. Infortuni, nervosismi, errori ad ogni livello, il "percorso di crescita" che secondo alcuni è soltanto più uno slogan; fino a quello striscione che, a fine febbraio contro il Carpi, segnò in anticipo la fine del matrimonio: "15.5.2016: l'avventura è finita... grazie mister" firmato Ultras Granata.
L'addio al Toro - Ecco perché, a ben vedere, la rivoluzione azzurra parte da un addio quasi naturale, se lo si misura con i tempi velocissimi della "centrifuga" calcio. "Cinque stagioni oggi rappresentano un cammino molto lungo, tant'è che solo Ancelotti al Milan si è fermato per più tempo" aveva detto Cairo tre settimane fa al Salone del Libro. Furono proprio quelle parole, all'indomani della chiusura del campionato, a sancire la fine del rapporto con Ventura e a voltare pagina. Anche se lo stesso Ventura, alla vigilia della trasferta di Udine di fine aprile, aveva preconizzato l'addio: "Dopo anni di risultati importanti, o cambi i giocatori o cambi lo staff tecnico; altrimenti rischi di entrare nella routine ed è difficile dare nuovi stimoli". Parole che, lette oggi, diventano la preparazione al triplo salto carpiato che lo ha catapultato dal granata all'azzurro.