Mancini ha scelto il talento, la strada nuova che ha fatto rifiorire l'Italia
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiNell'azione-simbolo della sfida contro la Polonia, cioè i trenta passaggi che hanno portato al gol di Berardi, c'è tutto il vocabolario della Nazionale
Fiorisce come un giglio tra i rovi questa Nazionale del "bel giuoco". Si afferma con la qualità del talento, e con il benedetto tocco di palla che nei tempi antichi si educava nei ragazzini di strada, oratorio e campetto. Si esprime ogni volta di più, questa squadra azzurra, addirittura allenata a distanza come una classe di seconda media, eppure già laureata, già magistrale. Radiocomandata come un aeromodello, o forse, visti i tempi, come un drone, da un cittì molto bravo che aveva ironizzato sul Covid salvo prenderselo. Pare tuttavia che il vero contagio sia a livello di spirito di gruppo: in questo, la Nazionale di Mancini è davvero speciale.
Appare singolare che una delle più frizzanti squadre azzurre degli ultimi tempi, dopo due mondiali perduti al primo turno e l'ultimo neppure visto, senza cioè esserci qualificati dopo 60 anni, coincida col più difficile tempo sportivo e umano del dopoguerra. Un disas…
Appare singolare che una delle più frizzanti squadre azzurre degli ultimi tempi, dopo due mondiali perduti al primo turno e l'ultimo neppure visto, senza cioè esserci qualificati dopo 60 anni, coincida col più difficile tempo sportivo e umano del dopoguerra. Un disas…
Fiorisce come un giglio tra i rovi questa Nazionale del "bel giuoco". Si afferma con la qualità del talento, e con il benedetto tocco di palla che nei tempi antichi si educava nei ragazzini di strada, oratorio e campetto. Si esprime ogni volta di più, questa squadra azzurra, addirittura allenata a distanza come una classe di seconda media, eppure già laureata, già magistrale. Radiocomandata come un aeromodello, o forse, visti i tempi, come un drone, da un cittì molto bravo che aveva ironizzato sul Covid salvo prenderselo. Pare tuttavia che il vero contagio sia a livello di spirito di gruppo: in questo, la Nazionale di Mancini è davvero speciale.
Appare singolare che una delle più frizzanti squadre azzurre degli ultimi tempi, dopo due mondiali perduti al primo turno e l'ultimo neppure visto, senza cioè esserci qualificati dopo 60 anni, coincida col più difficile tempo sportivo e umano del dopoguerra. Un disastro planetario che ha falcidiato anche il nostro calcio, portandolo sul bordo della bancarotta finanziaria e obbligandolo a 100 giorni di pausa in primavera, a una ripresa di compromesso in estate, alla liofilizzazione delle Coppe in agosto, infine alla ripresa di una stagione che procede comunque tra mille problematiche, misteriosi tamponi personalizzati, protocolli più o meno violati, gare cancellate o rinviate, punteggi stabiliti dal giudice sportivo salvo accoglimento di ricorsi assai avanti nel tempo, forse addirittura a maggio 2021.
Ebbene, nel vortice di questa tempesta, nel cuore nero di questo caos globale, il gruppo azzurro sta dando il meglio di sé. E c'è quasi da pensare che il rinvio dell'Europeo di un anno (forse, speriamo) possa davvero giovare alla Nazionale, che a questo punto lo giocherà da protagonista se non da favorita. Anche se non sempre la gasatura del gioco coincide con il risultato: era molto bella la nazionale del '90 ma non vinse, nonostante giocasse in casa; era bruttina ma robustissima quella del 2006, che si prese la Coppa in Germania.
Il fatto è che la più alta rappresentazione del calcio in Italia non sembra neanche italiana. Dopo decenni di giovani calciatori scelti un tanto al chilo e costruiti solo pensando ai muscoli e alla disciplina tattica, ossessionati dalla lavagna e da metodi da polli in batteria, ecco che Roberto Mancini ha deciso di scegliere il talento, cioè la bravura tecnica, la capacità di accarezzare il pallone. Senza cadere nell'estenuante e ormai trapassato "tiqui taca", la Nazionale fa del palleggio un dogma liquido, una certezza adattabile. E piace, perché sa giocare e perché vuole sempre farlo, cominciando dal primo tocco del portiere che non sarà mai un lancio lungo. Nell'azione-simbolo della sfida contro la Polonia, cioè i trenta passaggi che hanno portato al gol di Berardi, c'è tutto il vocabolario della Nazionale. Un racconto lungo, articolato e profondo. Non prolisso ma ben scritto. Dunque non ci resta che leggerlo, da qui all'Europeo e oltre.
P.s: fa benissimo la Figc a provare in ogni modo a trattenere Mancini: e lui sa che la sua casa è una casa azzurra.
Appare singolare che una delle più frizzanti squadre azzurre degli ultimi tempi, dopo due mondiali perduti al primo turno e l'ultimo neppure visto, senza cioè esserci qualificati dopo 60 anni, coincida col più difficile tempo sportivo e umano del dopoguerra. Un disastro planetario che ha falcidiato anche il nostro calcio, portandolo sul bordo della bancarotta finanziaria e obbligandolo a 100 giorni di pausa in primavera, a una ripresa di compromesso in estate, alla liofilizzazione delle Coppe in agosto, infine alla ripresa di una stagione che procede comunque tra mille problematiche, misteriosi tamponi personalizzati, protocolli più o meno violati, gare cancellate o rinviate, punteggi stabiliti dal giudice sportivo salvo accoglimento di ricorsi assai avanti nel tempo, forse addirittura a maggio 2021.
Ebbene, nel vortice di questa tempesta, nel cuore nero di questo caos globale, il gruppo azzurro sta dando il meglio di sé. E c'è quasi da pensare che il rinvio dell'Europeo di un anno (forse, speriamo) possa davvero giovare alla Nazionale, che a questo punto lo giocherà da protagonista se non da favorita. Anche se non sempre la gasatura del gioco coincide con il risultato: era molto bella la nazionale del '90 ma non vinse, nonostante giocasse in casa; era bruttina ma robustissima quella del 2006, che si prese la Coppa in Germania.
Il fatto è che la più alta rappresentazione del calcio in Italia non sembra neanche italiana. Dopo decenni di giovani calciatori scelti un tanto al chilo e costruiti solo pensando ai muscoli e alla disciplina tattica, ossessionati dalla lavagna e da metodi da polli in batteria, ecco che Roberto Mancini ha deciso di scegliere il talento, cioè la bravura tecnica, la capacità di accarezzare il pallone. Senza cadere nell'estenuante e ormai trapassato "tiqui taca", la Nazionale fa del palleggio un dogma liquido, una certezza adattabile. E piace, perché sa giocare e perché vuole sempre farlo, cominciando dal primo tocco del portiere che non sarà mai un lancio lungo. Nell'azione-simbolo della sfida contro la Polonia, cioè i trenta passaggi che hanno portato al gol di Berardi, c'è tutto il vocabolario della Nazionale. Un racconto lungo, articolato e profondo. Non prolisso ma ben scritto. Dunque non ci resta che leggerlo, da qui all'Europeo e oltre.
P.s: fa benissimo la Figc a provare in ogni modo a trattenere Mancini: e lui sa che la sua casa è una casa azzurra.