SOFIA. Chiusa al diciannovesimo e al ventesimo piano del Grand Hotel Millennium, nel grattacielo del suo bunker bulgaro su Boulevard Vitosha attraversato dal sonnolento traffico domenicale, la Nazionale di calcio ha atteso la partita di questa sera (20:45) né più né meno come nelle sue centinaia di ritiri all'estero, tra l'allenamento di rifinitura allo stadio del Cska, uno scherzo coi compagni e la riunione tecnica della vigilia. Il calciatore è uno che gira il mondo guardandolo dal finestrino del pullman o dall'oblò dell'aereo, raccontavano gli azzurri alla Confederations Cup del 2009 in Sudafrica, terra stupenda intravista appena. I palazzoni ex sovietici della semiperiferia di Sofia non sono esattamente la Table Mountain di Città del Capo, però adesso il senso di clausura è più forte: lo raccontano benissimo le mascherine di Mancini e Vialli nelle foto per i pochi tifosi davanti all'albergo, i due pullman del protocollo medico per andare allo stadio, la necessità di tornare in hotel vestiti a fare la doccia subito dopo l'allenamento, per evitare il minimo rischio di contagio. È il calcio delle Nazionali ai tempi della pandemia: costrette a ritagliarsi spazi strettissimi in un calendario troppo intasato e mal sopportate dai grandi club, eppure indispensabili all'intero movimento, con l'Europeo rinviato a giugno 2021 e il Mondiale invernale di Qatar 2022 concentrati in meno di un anno e mezzo.
Il puzzle della pandemia
Mancano ormai solo dieci giorni al 7 aprile, data in cui le dodici città sedi del primo Europeo itinerante della storia dovranno comunicare all'Uefa se a giugno saranno in grado di aprire i loro stadi al pubblico, sia pure parzialmente: è il requisito indispensabile, altrimenti dovranno dire addio al torneo. Ma sembra difficile comporre così in fretta il puzzle dei dodici, tra campagne di vaccinazione che procedono spedite e altre che vanno a rilento, tra Paesi in lockdown e altri semichiusi, tra viaggi consentiti alla gente comune con mille restrizioni e altri proibiti: il turismo calcistico, al momento, pare utopia. Le Federazioni dei dodici Paesi coinvolti non sono mai state tanto appese alle decisioni dei loro governi. La Figc, che ha ottenuto il battesimo del torneo a Roma l'11 giugno, guarda all'appuntamento con ansia pari all'apprensione. Confida nel sostegno del governo.
Deregulation bulgara
Che lo spettacolo debba continuare è l'assioma noto, con corollario: il calcio, sotto la pandemia, assolve anche funzione sociale di conforto e l'Europeo avrà il valore simbolico del segnale di ripartenza. Che però tutto il mondo non sia Paese - anzi che tutta Europa non sia Paese e che resti perciò complicato l'eventuale ingresso del pubblico senza il passaporto vaccinale - gli azzurri l'hanno perfettamente capito nel breve tragitto dal Millennium allo stadio del Cska, vecchio impianto dai cancelli arrugginiti, dentro un parco alquanto popolato. La percentuale di mascherine indossate dai passanti era vicina allo zero e ben pochi avevano l'alibi del jogging. Né le cose cambiavano di molto nel centro della capitale, lungo la zona pedonale di Vitosha Boulevard, teatro nel 2008 della grottesca rivisitazione della marcia su Roma da parte dei neofascisti italiani calati a Sofia col pretesto della partita e al riparo dell'assenza in loco del reato di apologia di fascismo. La mascherina è un optional, i tassisti non la indossano proprio.
Le eccezioni: sci e ginnastica ritmica
Certo, Sofia non ospiterà l'Europeo, ma rimane l'evidenza di situazioni tutt'altro che omogenee in Europa nell'affrontare l'emergenza. La Bulgaria non è in testa alla classifica delle vaccinazioni, per usare un eufemismo, e il tasso di contagio è di nuovo tra i più alti del continente, al punto da avere indotto il premier Borisov a un nuovo lockdown, con la chiusura di bar e ristoranti. Chiusure e riaperture a singhiozzo non sembrano avere funzionato, anche se il punto di riferimento della politica estera è la Germania della cancelliera Merkel. Durante l'inverno è rimasta a lungo aperta la famosa stazione sciistica di Bansko, che ospita la Coppa del mondo: attirava i turisti stranieri, prima che il governo britannico di Johnson chiudesse le frontiere. Lo sport funziona a porte chiuse: in queste ore si sta svolgendo la Coppa del mondo di ginnastica ritmica e le atlete della Nazionale russa occupano un'altra ala del Grand Hotel Millennium, lo stesso degli azzurri. A Boyana, dove sono ospitati la Federazione e il centro tecnico della Nazionale bulgara, sulle montagne attorno a Sofia ancora in parte coperte di neve, il governo è una presenza incombente: si è fatto sentire in particolare nel 2019, quando lo 0-6 in casa con l'Inghilterra - partita sospesa per tre volte a causa degli insulti razzisti degli ultrà neonazisti ai calciatori inglesi Rashford, Mings e Sterling - portò alle dimissioni forzate dell'allora ct Balakov, gloria del calcio bulgaro come il presidente federale Mihajlov, l'ex portiere del quarto posto di Usa '94 con annesso Pallone d'oro a Stoichkov. Mihajlov fu a sua volta indotto a lasciare il ruolo, al momento vacante. Il trambusto è servito a poco. Anche il successivo ct Dermendzhiev è stato sollevato dall'incarico nel 2020, per non essersi qualificato all'Europeo dopo la semifinale dei play-off persa con l'Ungheria di Marco Rossi. E l'attuale commissario tecnico, Yassen Petrov, è già contestato dopo l'1-3 con la Svizzera al debutto delle qualificazioni al Mondiale.
In tribuna solo due giornalisti italiani
Ma il calcio - con le due squadre della capitale, Levski e Cska, cadute in disgrazia e il campionato ormai monopolizzato dalla squadra di provincia di Razgrad, il Ludogorets dell'oligarca Domuschiev - è diventato argomento quasi marginale. Da qualche mese ogni venerdì, in piazza del Parlamento, la folla si raduna per protestare contro le restrizioni sotto la pandemia, però il numero dei manifestanti si sta via via assottigliando. Quanto ai negazionisti, fanno sempre meno proseliti. A Bulgaria-Italia allo stadio Vasil Levski, rivoluzionario ed eroe della liberazione dagli Ottomani, presenzieranno soltanto gli addetti ai lavori, inclusi i giornalisti in tribuna stampa: due gli italiani, l'inviato della Rai e quello di Repubblica. Nelle trasferte della Nazionale, in genere, sono almeno una cinquantina. A due mesi e mezzo dall'Europeo, la normalità è ancora lontana.