Immobile e l'odio social: "A tutto c'è un limite, bisogna denunciare"
di Enrico Currò , di Enrico CurròFIRENZE - Ciro Immobile, tornato in Nazionale da leader, ha un sassolino nella scarpa, anzi un masso. Lo scaglia contro gli odiatori seriali da tastiera: gli haters possono rovinare la vita, non solo nel calcio: "C'è un punto limite da non oltrepassare: il mondo social è meraviglioso, ma a volte ti distrugge. Anche quello che è successo ad Acerbi va oltre. Quando si va sulla famiglia, io perdo un po' la pazienza. Denuncio. Io l'ho fatto quando sono stati toccati i miei figli, quando hanno augurato alla mia famiglia e a me cose indicibili. Purtroppo il mondo dei social è pieno di profili falsi e non sempre è facile risalire agli autori. Ma si deve fare qualcosa, soprattutto per le cattiverie gratuite". Una soluzione, nel mondo del calcio, c'è: la sta mettendo in pratica l'Uefa, che al recente Europeo di calcio femminile ha avviato la piattaforma in grado di individuare e punire i colpevoli. Immobile sposa questa li…
FIRENZE - Ciro Immobile, tornato in Nazionale da leader, ha un sassolino nella scarpa, anzi un masso. Lo scaglia contro gli odiatori seriali da tastiera: gli haters possono rovinare la vita, non solo nel calcio: "C'è un punto limite da non oltrepassare: il mondo social è meraviglioso, ma a volte ti distrugge. Anche quello che è successo ad Acerbi va oltre. Quando si va sulla famiglia, io perdo un po' la pazienza. Denuncio. Io l'ho fatto quando sono stati toccati i miei figli, quando hanno augurato alla mia famiglia e a me cose indicibili. Purtroppo il mondo dei social è pieno di profili falsi e non sempre è facile risalire agli autori. Ma si deve fare qualcosa, soprattutto per le cattiverie gratuite". Una soluzione, nel mondo del calcio, c'è: la sta mettendo in pratica l'Uefa, che al recente Europeo di calcio femminile ha avviato la piattaforma in grado di individuare e punire i colpevoli. Immobile sposa questa linea: "Va importata anche in serie A. Se l'Uefa porta avanti questo processo, è giusto che arrivi anche in Italia".
Obiettivo Mondiale 2026
C'è stato un momento in cui il fenomeno montante dell'odio social ha toccato pesantemente il centravanti della Lazio, anzi ce ne sono stati due, in coincidenza con le due mancate qualificazioni della Nazionale per il Mondiale: nel 2017, quando a Milano l'Italia uscì ai play-off con la Svezia, e nel marzo scorso, quando ha fatto il bis con la Macedonia del nord a Palermo. Le critiche e gli attacchi, oltre all'amarezza, stavano spingendo Immobile all'addio alla maglia azzurra. A 32 anni, con quella partita siciliana giocata con la fascia da capitano al braccio, alla guida di un attacco che non era riuscito a segnare lo straccio di un gol a un'avversario mediocre, era diventato un incubo costante: "Per me questa maglia rappresenta tutto, la Nazionale deve trasmettere questo stesso sentimento a chiunque faccia questo mestiere. Ma ci sono stati momenti di grande delusione, oltre a quelli di gioia e di felicità come l'Europeo. La mancata qualificazione ai Mondiali è stata appunto una delusione enorme. Le critiche ti segnano, è ovvio che ognuno di noi, come persona, non possa lasciare passare questa cosa come se nulla fosse. Anche se sei la persona più positiva al mondo, questi momenti ti segnano. Siamo essere umani, abbiamo dei sentimenti. E io avevo tanti dubbi, avevo pensato di lasciare la Nazionale. Ma poi, tornando col club, ho avuto la sensazione di potere dare ancora tutto, che potesse servire la mia presenza. Così ho deciso. Fino a quando il mister avrà bisogno di me, sarò a disposizione, in campo e fuori. Noi veterani possiamo aiutare i giovani. Credo che Mancini non abbia mai avuto dubbi su di me. La decisione l'abbiamo preso un po' io e un po' la mia famiglia: abbiamo parlato e deciso che era giusto che io continuassi. Il Mondiale americano è uno degli obiettivi che mi sono posto. Nel 2026 voglio esserci".
La voglia di strafare
Il nodo dolente è sempre stato la differenza di rendimento tra la Lazio e la Nazionale. Tutto cominciò in fondo in Brasile nel 2014, nell'amichevole pre Mondiale con Prandelli ct, Italia-Fluminense 5-3 a Volta Redonda e tripletta dell'allora neocentravanti del Borussia Dortmund. Immobile, che è provvisto di autoironia, la ricorda sorridendo: "In quella partita c'è il riassunto della mia storia in Nazionale. Segnai tre gol nel giorno in cui non contava. Il pensiero mi fa rosicare. Ho vinto quattro classifiche marcatori, qualche gol tra la Lazio e il resto l'ho fatto e con questa maglia invece, in proporzione, ne ho fatti meno". Sono 15, non proprio pochissimi, ma per uno abituato a segnare quasi sempre, su 55 presenze, la percentuale è inferiore alla media: "Il perché me lo chiedo quasi tutti i giorni, forse alla Lazio ho più margine di errore, qui meno e questo magari mi porta a strafare, a volte mi porta a fare cavolate". Non dipende dal modulo, giura lui, mentre Mancini per la partita con l'Inghilterra sembra avvolto nel dilemma tra il 4-3-3 e il 3-5-2: "Il sistema per me è la stessa cosa, ho giocato col 3-5-2, in Nazionale spesso col 4-3-3 e va bene lo stesso. Sono sempre andato in campo sapendo di avere la fiducia. E non mi hanno dato fastidio tanto le critiche, quanto un'altra cosa che fa un po' ridere, anche se magari chi la dice non s'intende moltissimo di calcio".
Qui si torna ai social, ma non solo, magari al famoso popolo dei 60 milioni di commissari tecnici: "I social so che fanno parte del nostro mondo, l'occhio ogni tanto va a finire lì. Ma bisogna essere equilibrati nelle decisioni, avevo pensato di smettere anche lì, nel mondo virtuale. Ma poi, ripensando al mio percorso calcistico e umano, pensavo che non fosse giusto che altri decidessero per me. Piuttosto, per certe semplificazioni sbrigative io sono stato l'attaccante della mancata qualificazione, ma non quello dell'europeo. Eppure all'Europeo nella squadra titolare c'ero sempre. Fa un po' ridere, no?". Infatti Immobile prova a riderci su, anche se si capisce che la ferita resta e che a San Siro contro l'Inghilterra per lui non sarà una partita qualsiasi, visto che non gioca in Nazionale dalla beffa con la Macedonia e che Milano evoca il doloroso ricordo della Svezia: "Dobbiamo dare qualcosa alla nostra gente, che non ci vedrà giocare in Qatar. Mi aspetto una partita dura, l'Inghilterra è una squadra molto decisa e deve prepararsi per il Mondiale. Ha poche occasioni per farlo, una è a San Siro, ma noi dobbiamo qualcosa ai nostri tifosi".
"Ero anche il centravanti dell'Europeo"
A Milano sarà il vicecapitano, uno dei leader: "Accetto il ruolo. Leader mi sento e mi sento anche in dovere di dare qualcosa al gruppo, dentro il campo e fuori. C'è un cambio generazionale, il calcio italiano ha bisogno di qualcosa in più da noi che c'eravamo prima".
Le vocazioni mancano, tra gli attaccanti: lo ha ammesso anche Mancini: "Io credo che sia anche una questione di gavetta, di gradualità. Se parliamo della mia storia calcistica, io la gavetta l'ho fatta, sono partito da Sorrento, dalle serie minori. Ora purtroppo proprio la mancanza di giovani nelle prime squadre fa sì che a volte si velocizzi troppo il percorso e non si dia tempo ai ragazzi di crescere al meglio".
Gli eredi: Scamacca, Pellegri, Pinamonti e il "mezzo veterano" Raspadori
Eppure gli eredi ci sono, assicura. Se n'è parlato anche a Coverciano, a pranzo c'era un grande centravanti come Gabriel Batistuta idolo di Firenze e dell'Argentina, venuto a salutare Mancini, lo staff e la squadra: "Secondo me qualcuno di interessante c'è già: Scamacca che ha avuto il coraggio di andare all'estero, Pellegri, Pinamonti. Raspadori è già un mezzo veterano. Nei club probabilmente è un po' più semplice, in Nazionale bisogna avere un po' più di pazienza con loro. L'attaccante ha più responsabilità, come il portiere. Deve essere il più continuo nel segnare. Se fa una stagione così e così, tutto ciò che ha fatto prima viene dimenticato. Meglio fare due stagioni da 15 gol che una da 30, meglio segnare con continuità". A lui, nella Lazio, non è mai mancata e per questo coltiva ancora il sogno sussurrato appena: "Non posso mica dirlo ad alta voce nello spogliatoio, vinceremo lo scudetto, io sono il capitano. Però non mi sono mai posto limiti ed è anche grazie a questo atteggiamento che a volte sono andato anche oltre i mie limiti, appunto. Io allo scudetto penso ogni anno, quando inizia la stagione, proprio perché penso sempre al massimo: un uomo ella vita deve aspirare a quello e un calciatore allo scudetto. Se poi arriviamo in Champions, non è che io ci rimanga male. Il prossimo step è l'equilibrio, è quello che ci chiede Sarri".
Entusiasmo da ritrovare
Per la Nazionale il limite attuale è un altro, denunciato da Raspadori, che ha ammesso come i campioni d'Europa, dopo Wembley, abbiano certamente sbagliato qualcosa: "Credo che abbia ragione. Quando vinci, devi essere subito bravo a ritrovare l'entusiasmo. Ora è normale che l'entusiasmo manchi, la delusione ti porta a comportarti così, ma nuovi giocatori sono arrivati e la conferma di Mancini deve darci fiducia e morale". Perché la stessa fiducia in questa Nazionale debbano sentirla anche gli italiani Immobile lo spiega in maniera articolata: "Perché questa squadra è stata capace di unire, in un momento difficile per il Paese come quello della pandemia. Ed è da lì che dobbiamo ripartire, dall'unione: tornare a viverla insieme alla gente". Che ci sia stato il fuggi fuggi dal ritiro, durante il dopo Europeo, con l'alibi di infortuni anche minimi, è per Ciro leader azzurro una tesi infondata: "Dicevano che scappavamo da qui? Solo pensarlo è follia, trovarsi qui deve essere motivo di gioia. E lo è, ve lo posso assicurare. Ho visto la felicità negli occhi di Ivan Provedel, quando ha ricevuto la notizia della convocazione: mi hanno ricordato la mia prima volta qui, più di otto anni fa".