Italia, oriundo non sempre fa rima con vittoria: trionfi e delusioni degli azzurri di importazione
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiUna volta si diceva: “E che, vieni da Canicattì?”. Oppure, non senza una vena di subdolo razzismo, “ma vai un po’ a Canicattì…” La cittadina siciliana era diventata il paradigma di un altrove quasi leggendario, una specie di Isola che non c’è non proprio in provincia da Agrigento. Da Canicattì, quella vera, arrivò in Argentina il signor Angelo Dimarco, nonno materno di Mateo Retegui, il giovane attaccante che Mancini ha convocato in Nazionale per colpa di quell’inappetenza da gol che ha incurabilmente colpito le nostre punte “italiane italiane”. Un oriundo, insomma. Un altro, ad allungare una schiera che al nostro calcio ha dato non poco, vittorie e perplessità, sostanza e trucchetti, insieme a qualche illusione e a qualche gradita sorpresa.
La parola è antica, e negli anni Trenta innervò la squadra azzurra (ma anche “nera”, quando l’Ita…
Una volta si diceva: “E che, vieni da Canicattì?”. Oppure, non senza una vena di subdolo razzismo, “ma vai un po’ a Canicattì…” La cittadina siciliana era diventata il paradigma di un altrove quasi leggendario, una specie di Isola che non c’è non proprio in provincia da Agrigento. Da Canicattì, quella vera, arrivò in Argentina il signor Angelo Dimarco, nonno materno di Mateo Retegui, il giovane attaccante che Mancini ha convocato in Nazionale per colpa di quell’inappetenza da gol che ha incurabilmente colpito le nostre punte “italiane italiane”. Un oriundo, insomma. Un altro, ad allungare una schiera che al nostro calcio ha dato non poco, vittorie e perplessità, sostanza e trucchetti, insieme a qualche illusione e a qualche gradita sorpresa.
La parola è antica, e negli anni Trenta innervò la squadra azzurra (ma anche “nera”, quando l’Italia indossava la divisa color della notte cara a Mussolini, salutato con il braccio teso a centrocampo, prima delle partite). Gli incroci del sangue erano, a quel tempo, prossimi e fluidi come le migrazioni, si parlava in fondo di storia contemporanea e non di atti di nascita cercati, e a volte un po’ inventati, nelle pieghe di qualche registro comunale. Nel 1934 vinsero la Coppa del mondo (allora, Coppa Rimet) gli oriundi Orsi, Monti, Demaria, Guarisi e Guaita, ai quali nel 1938 si aggiunse Andreolo. Costoro non erano solo “italiani per finta”, “quasi italiani” che facevano comodo al regime e al cittì Vittorio Pozzo. I piroscafi per il Sudamerica erano partiti da poco e ancora stavano salpando, carichi dell’Italia più povera, il paese del lavoro ingrato e delle radici strappate. Un pallone, in qualche modo, le ricongiungeva almeno in parte.
La storia degli oriundi, però, non è soltanto gloriosa. Ne ricordiamo di grandissimi, come ad esempio Sivori, Schiaffino, Angelillo e Altafini, che tutti insieme raccolsero la miseria di una ventina di presenze e non vinsero praticamente nulla con la maglia della Nazionale in prestito, la Nazionale esportazione. Il sublime Omar Sivori indossò l’azzurro appena 9 volte, tre più di Altafini. Il geniale Schiaffino, cantato anche da Paolo Conte, si fermò a 4. Nei meandri del tempo si possono rintracciare altri oriundi entrati nella storia, ma per diverse ragioni, ad esempio Bruno Pesaola che fu allenatore sommo (ma azzurro una volta sola, nel 1957), oppure Renato Cesarini, l’eroe eponimo della “zona” che da allora porta il suo nome.
Sebbene il calcio azzurro, quattro volte mondiale, sia da sempre una scuola planetaria, a volte ha avuto bisogno di fare la campagna acquisti negli archivi del Municipio, ufficio anagrafe. Operazioni che hanno prodotto abbagli, per esempio Schelotto e Amauri, Ledesma e Osvaldo, Franco Vazquez e Paletta, ma che altre volte hanno riscritto la storia: come quando Mauro German Camoranesi vinse la Coppa del mondo nel 2006 agli ordini di Lippi, o come quando Emerson Palmieri, Toloi e Jorginho diventarono campioni d’Europa nel 2021. Nel bene o nel male, la “mondializzazione” delle origini ha ampliato il ventaglio delle risorse, anche se in modo diseguale.
In un’epoca di frontiere cadute, un tempo che non ha quasi più dogane e nel quale crescono italiani di seconda o terza generazione, non è il caso di sottilizzare. Certo, fa un po’ sorridere l’idea che qualche nostro dirigente debba rovistare nei cassetti comunali per migliorare la resa degli azzurri: ormai fuori, con e senza oriundi, da due Coppe del mondo consecutive, e in attesa di cominciare una nuova campagna d’Europa da detentori del trofeo. Largo a Mateo Retegui, dunque, un calciatore che la rete, speriamo da sfondare, la porta pure nel cognome. Se non basterà, avremo comunque l’ultima carta infallibile: un italo-piemontese-argentino di nonni paterni nostrani, attaccante di sfondamento, tale Jorge Mario Bergoglio. Gioca da dio.