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Arrigo Sacchi: “Allenare l’Italia significa essere soli: io ne uscii sfinito”

Arrigo Sacchi

 
L’intervista all’ex ct della nazionale: “È un lavoro in cui devi fare i conti con l’80% di stranieri in Serie A. La rivoluzione di Luciano è la semplicità di tenere la palla più degli altri: non facile”
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Arrigo Sacchi, ci spiega per favore cosa sta succedendo al calcio italiano?

«Ah, di una cosa sono sicuro: il problema non è Roberto Mancini, il problema siamo noi».

In che senso?

«Guidare la Nazionale significa essere soli, in un Paese senza cultura e non solo sportiva. Se provi a vincere con merito, se ragioni al plurale, sei un povero ottimista in mezzo ai pessimisti».

Però Mancini a Wembley sembrava il re degli ottimisti.

«Forse troppo: sospetto che da quel giorno si sentisse imbattibile. Visto cos’è successo dopo, non eravamo poi così fenomenali, evidentemente».

Fuori dai Mondiali, ma non fuori dalla Nazionale finché non l’ha deciso lui: le pare giusto?

«Se guardo indietro, la mia fu proprio un’altra storia. Arrivai secondo a Usa ’94 perdendo…

Arrigo Sacchi, ci spiega per favore cosa sta succedendo al calcio italiano?

«Ah, di una cosa sono sicuro: il problema non è Roberto Mancini, il problema siamo noi».

In che senso?

«Guidare la Nazionale significa essere soli, in un Paese senza cultura e non solo sportiva. Se provi a vincere con merito, se ragioni al plurale, sei un povero ottimista in mezzo ai pessimisti».

Però Mancini a Wembley sembrava il re degli ottimisti.

«Forse troppo: sospetto che da quel giorno si sentisse imbattibile. Visto cos’è successo dopo, non eravamo poi così fenomenali, evidentemente».

Fuori dai Mondiali, ma non fuori dalla Nazionale finché non l’ha deciso lui: le pare giusto?

«Se guardo indietro, la mia fu proprio un’altra storia. Arrivai secondo a Usa ’94 perdendo in finale contro il Brasile ai rigori, ma questo alla critica faceva schifo. Mi spararono addosso, non gli pareva vero. Così come non gli pareva vero, attaccando me, di poter colpire anche Silvio Berlusconi appena entrato in politica. Mi sfinirono, ne avevo piene le scatole».

E Sacchi se ne andò. Non come Mancini.

«Io lo feci a dicembre, senza partite importanti all’orizzonte. Ma non giudico il collega, della sua scelta non sappiamo niente».

Lui l’ha definita personale.

«E di chi doveva essere?».

Se l’aspettava?

«No di certo, come nessuno. Mancini avrà avuto altre proposte, chissà. O forse tra lui e la Federazione si era rotto qualcosa che non si poteva più riparare. Certo la tempistica non è stata delle migliori».

Eppure gli azzurri all’Europeo giocavano proprio bene, non trova?

«Sì, perché il loro calcio era propositivo e collettivo. Poi, però, anche la Nazionale di Mancini ha cominciato ad allungarsi e a non essere più così funzionale».

Cosa sarà accaduto?

«Non credo che quella squadra e quell’allenatore avessero, in fin dei conti, una vera mentalità vincente».

Pensa che Spalletti sia il nome giusto?

«Il commissario tecnico della Nazionale è una persona che deve fare i conti con l’ottanta per cento di giocatori stranieri in Serie A. È un eunuco in un harem pieno di bellissime donne che non può avere: io, almeno, mi sentivo così».

Cosa vorrebbe dire al prossimo allenatore degli azzurri?

«Auguri. Perché dovrà dare uno stile alla Nazionale di una nazione che stile non ha».

Come definirebbe il lavoro di un cittì?

«Difficilissimo, improbabile».

E se invece fosse tutta una questione di soldi? E se Mancini avesse scelto l’Arabia Saudita soltanto per questo motivo?

«Mi fa paura un mondo dove il denaro può diventare il vero obiettivo delle persone. I soldi sono importanti, però in una giusta misura, altrimenti guastano ogni cosa: nel calcio, questo vale per i giocatori e per gli allenatori allo stesso modo. Lo spiegai chiaramente ad Ancelotti, una volta».

All’allenatore o al calciatore?

«Giocava con noi al Milan, ed ebbe una grossa offerta, mi pare, da una squadra turca. Lo presi da parte e gli dissi: Carletto, se accetti rovinerai il tuo futuro».

È così difficile fare i maestri di calcio?

«In Italia, insegnare qualcosa è impossibile. Siamo un Paese finito, e lo si capisce da come vengono trattati maestri e professori, e non solo a livello economico».

La appassiona il dibattito su come giocherà adesso la Nazionale?

«Io sogno un Paese con meno tattica e più strategia, però mi accorgo che più passa il tempo e più sogno a vuoto».

Però riconoscerà che il Napoli di Spalletti ha giocato un calcio magnifico.

«Questo è vero, perché la rivoluzione consiste nella semplicità: tenere la palla più dell’avversario è la cosa più semplice, anche se non la più facile. Io all’inizio venni visto come un attentatore della tradizione, avevo tutti contro, compreso Gianni Brera, soltanto perché provai a introdurre qualcosa di nuovo».

Sacchi, lei come vede il futuro degli azzurri?

«Mah, cosa vuole, siamo un Paese vecchio e fragile».

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