Per Spalletti prima notte in Nazionale, c’è ancora molto da fare: “Soffriamo sui rimpalli”
dal nostro inviato Franco VanniLuciano Spalletti
SKOPJE — La prima notte da ct l’ha passata quasi tutta in un metro. Un passo fuori dall’area tecnica, uno prima della linea laterale del campo. In quel corridoio angusto, Luciano Spalletti ha compresso le emozioni di un debutto sognato una vita, arrivato a 64 anni compiuti e rivelatosi forse più duro del previsto. L’esultanza al gol di Immobile, a pugno chiuso. I gesti di polso nervosi quando qualcosa nella macchina del gioco ha cominciato a incepparsi. Le mani in tasca e gli occhi bassi al pareggio della Macedonia, arrivato tardi, quando fa più male. In campo non ha esagerato nel mostrare emozioni, ma non le ha nascoste. «Dormo sempre poco prima delle partite. Un po’ di emozione c’è. Non giochi solo in uno stadio, una partita dell’Italia è vista in tutto il mondo. Sono tutti davanti alla tv, e possono giudicarci» ha detto a cose fatte.
Spalletti, prima panchina azzurra
Elegantissimo in abito nero, l’uomo che nei due anni di stop vestiva stivali di gomma e che a Napoli cond…
SKOPJE — La prima notte da ct l’ha passata quasi tutta in un metro. Un passo fuori dall’area tecnica, uno prima della linea laterale del campo. In quel corridoio angusto, Luciano Spalletti ha compresso le emozioni di un debutto sognato una vita, arrivato a 64 anni compiuti e rivelatosi forse più duro del previsto. L’esultanza al gol di Immobile, a pugno chiuso. I gesti di polso nervosi quando qualcosa nella macchina del gioco ha cominciato a incepparsi. Le mani in tasca e gli occhi bassi al pareggio della Macedonia, arrivato tardi, quando fa più male. In campo non ha esagerato nel mostrare emozioni, ma non le ha nascoste. «Dormo sempre poco prima delle partite. Un po’ di emozione c’è. Non giochi solo in uno stadio, una partita dell’Italia è vista in tutto il mondo. Sono tutti davanti alla tv, e possono giudicarci» ha detto a cose fatte.
Spalletti, prima panchina azzurra
Elegantissimo in abito nero, l’uomo che nei due anni di stop vestiva stivali di gomma e che a Napoli conduceva le partite in tuta ora pare un direttore d’orchestra. In vestito sartoriale, con gesti teatrali, ha guidato le maglie azzurre, lui che da giocatore quella casacca non l’ha mai vestita. Ma l’orchestra non suona ancora al suo comando. A preoccuparlo di più sono le seconde palle, le occasioni di rimessa. «La sofferenza è stata sulle ribattute e le seconde palle, non siamo stati pronti. Però abbiamo fatto una buona partita, non abbiamo concesso molto. Abbiamo avuto la possibilità e lo spazio per scegliere i passaggi e fare male».
La prima Italia di Spalletti
L’impressione è che l’Italia di Spalletti sia ancora tutta da vedere. Non è più quella di Mancini ma non può essere ancora la sua. È in piena metamorfosi, e lui fa di tutto per accelerare il processo di muta. Urla a Politano di giocare in campo, di smetterla di baciare coi tacchetti la riga laterale. Applaude l’energia di Zaccagni nei raddoppi. Batte alte le mani per dare la sveglia ai centrali di difesa, Mancini e Bastoni, gli stessi in campo nella maledetta Italia-Macedonia del marzo 2022, l’ultima partita giocata da Immobile come capitano della Nazionale. «Quella partita la conosco a memoria» ha detto alla vigilia, e c’è da credergli. Ma studiare non basta. Serve tempo.
Spalletti, l’Italia e il lavoro da fare
Dopo 23 minuti, all’ennesima occasione sprecata, per la prima volta Spalletti ha dato le spalle al campo, lasciato il suo metro magico e si è avvicinato alla panchina e ha parlato fra sé, gli occhi fissi al logoro tartan blu. Cosa si sia detto, lo sa solo lui. Avesse avuto una nuvoletta sulla testa, come nei fumetti, forse ci sarebbe stato scritto «questo non è il mio Napoli». Perché l’Italia, spesso padrona del campo, non somiglia ancora a quella squadra, forse è sempre esistita nella sua testa, e che finalmente è riuscito a disegnare in campo al “Maradona” dopo decenni di bozze.
Spalletti e il litigio con Milevski
Poco prima della fine del primo tempo, sfruttando un momento morto, Spalletti ha catechizzato i giocatori vicini alla panchina in cerca di acqua. Li ha invitati a giocare palla a terra perché, come aveva detto alla vigilia: «se fai volare il pallone in aria non è più tuo, lo devi contendere con l’avversario». E poi ha chiuso il match polemizzando con il suo collega Blagoja Milevski al fischio finale, perché il macedone gli ha contestato qualcosa, accusa rimandata al mittente con stile da Spalletti, semplicemente agitando un dito, uno solo.