La fregatura finale aleggiava così concreta e beffarda, così presente addirittura nell’istante del contatto Cristante-Mudryk (giudicato troppo leggero per concedere agli ucraini un rigore così pesante), da rendere per un breve momento travolgente il sollievo per la qualificazione agli Europei. Non era scontato che Luciano Spalletti riuscisse a calarsi così rapidamente in un lavoro per lui inedito, e a portare l’Italia oltre la trappola che l’Ucraina le aveva preparato ottenendo risultati migliori contro le altre avversarie. Ce l’ha fatta raggranellando 4 punti nei due scontri diretti, i primi tre in casa a settembre sfruttando la vena conclusiva di Frattesi, quest’ultimo (e decisivo) ieri con una partita ingrata di gioco a lungo piacevole ma sterile, consegnato dunque a un finale in cui l’Ucraina aveva pianificato il massimo sforzo per fare il colpo. Sono momenti disegnati anche dal destino.
L’Italia e il fantasma della Macedonia del nord
Quando Sikan, giovane e valente attaccante dello Shakhtar che di recente ha fatto secco il Barcellona, al 94’ ha calciato un diagonale verso Donnarumma, abbiamo rivisto il fantasma di Trajkovski, il macedone che a Palermo, dalla stessa zolla e più o meno nello stesso minuto, segnò il gol che ci escluse dall’ultimo Mondiale. Stavolta però una scivolata di Buongiorno — encomiabile per come ha gestito il cartellino giallo preso all’alba di gara — ha contrato il pallone-killer, permettendo a Donnarumma una facile parata e, di lì a poco, l’urlo liberatorio. Non può mai essere una notizia il fatto che l’Italia si qualifichi a un torneo tra le 24 squadre migliori d’Europa; un po’ lo diventa, però, nel momento in cui l’arte sempre meno spiegabile dei sorteggi calcistici compone un girone di qualificazione con le ultime due finaliste dell’Europeo (noi e l’Inghilterra) più una nazionale ricca di qualità giovane come l’Ucraina, spinta per di più da una motivazione inaccessibile alle sue avversarie. Agli spareggi tiferemo sinceramente per lei.
La fortuna di essere outsider
Sono due anni che i club italiani palesano segnali di risveglio nelle coppe europee: le tre finali della scorsa stagione sono un fatto, il ranking Uefa che stiamo difendendo in questa un buon complemento. La Nazionale che Spalletti ha rianimato deve unirsi al discorso risolvendo — ora che il tempo c’è — la contraddizione tra il fraseggio che crea occasioni ma stenta a trasformarle (Raspadori centravanti) e l’attacco pesante (Scamacca centravanti) che non garantisce il fraseggio. Non mancano le certezze positive, dal ritrovato ruolo di Chiesa alla leadership di Barella, al rendimento sempre elevato di Dimarco. Servono però idee nuove a centrocampo perché la forzata assenza europea dello sciagurato Tonali è un guaio, e non è detto che Jorginho, che gli aveva ormai mollato il bastone del comando, sia in grado di riprenderlo. Difficilmente il sorteggio sarà carino con noi, e questo è un bene perché partiremo da campioni in carica, ma considerati al massimo un outsider. L’ideale per crescere dentro al torneo.