Scamacca, l’uomo in più: Spalletti ha finalmente trovato il centravanti che aspettava
di Emanuele GambaL’abbiamo trovato? «Certo che sì» risponde Roberto Muzzi a nome dell’Italia intera, dei suoi 60 milioni di ct e dell’unico, vale a dire Luciano Spalletti, che ha veramente bisogno di una risposta precisa alla domanda sul centravanti mancante. Muzzi è colui che portò il bimbetto Scamacca, all’epoca dodicenne, dalla Lazio alla Roma («Lo vedemmo in un derby, faceva l’esterno nel 4-4-2, io e Bruno Conti intuimmo che si poteva lavorare per farlo diventare un centravanti») e che poi lo allenò per quattro anni nelle giovanili giallorosse, prima che il ragazzo decidesse di misurarsi in Olanda, nel Psv («Diciamo che la Roma non ci ha creduto»): lo aspetta da sempre, lo aspetta da allora ed è sempre stato convinto che Scamacca Gianluca, perticone di un metro e novantacinque nato nel 1999 a Capodanno, sarebbe stato la risposta alla domanda, la soluzione al problema.
Spalletti quella convinzione l’ha talvolta messa in dubbio, ma le folate di vento che il centravanti scatena con i suoi tiri impetu…
L’abbiamo trovato? «Certo che sì» risponde Roberto Muzzi a nome dell’Italia intera, dei suoi 60 milioni di ct e dell’unico, vale a dire Luciano Spalletti, che ha veramente bisogno di una risposta precisa alla domanda sul centravanti mancante. Muzzi è colui che portò il bimbetto Scamacca, all’epoca dodicenne, dalla Lazio alla Roma («Lo vedemmo in un derby, faceva l’esterno nel 4-4-2, io e Bruno Conti intuimmo che si poteva lavorare per farlo diventare un centravanti») e che poi lo allenò per quattro anni nelle giovanili giallorosse, prima che il ragazzo decidesse di misurarsi in Olanda, nel Psv («Diciamo che la Roma non ci ha creduto»): lo aspetta da sempre, lo aspetta da allora ed è sempre stato convinto che Scamacca Gianluca, perticone di un metro e novantacinque nato nel 1999 a Capodanno, sarebbe stato la risposta alla domanda, la soluzione al problema.
Spalletti quella convinzione l’ha talvolta messa in dubbio, ma le folate di vento che il centravanti scatena con i suoi tiri impetuosi i dubbi li stanno spazzando via. Otto gol in 49 giorni (e che diavolo di gol), ma non è tanto quello: è quanto Scamacca adesso corre, come rincorre, è il modo in cui sta dentro al gioco, si connette con i compagni, “sente” le cose attorno. E sono anche i sorrisi che libera dopo aver segnato, la maniera in cui si lascia finalmente andare condividendo la gioia con i tifosi. Prima festeggiava serio, come se il gol fosse un dovere. Adesso si vede che prova piacere, a segnare e a giocare. È questa la risposta che Spalletti aspettava.
Siamo diventati un paese senza centravanti, al punto che abbiamo dovuto importarne uno che fino a un anno fa neanche parlava l’italiano. Scamacca lo attendiamo da molto, però: è stato una rivelazione precoce ma dalla maturazione tardiva. «Secondo me adesso ci siamo» dice Muzzi, che lo conosce a menadito e spesso ne raccoglie le confidenze. «Fisicamente e tecnicamente è completo e tira delle sassate incredibili da fermo, e con entrambi i piedi: in questo ha pochi rivali al mondo. Era così anche da ragazzino, era già lungo lungo ma sapeva fare tutto. Per certi versi mi ricorda Dzeko».
A Spalletti basta che ricordi Scamacca, il centravanti atteso ma che l’ultima volta lo ha deluso: a ridosso del match decisivo con l’Ucraina tirò l’alba giocando ai videogame e di conseguenza giocandosi sia il posto in squadra sia la convocazione successiva, beccandosi pure le rampogne pubbliche del ct. Sarà un caso, ma è proprio da allora che Scamacca ha dato il meglio di sé, come se qualcosa lo avesse sbloccato. «No, un caso non è», sostiene Muzzi. «Lui capisce le critiche e reagisce in silenzio, ma portando in campo rabbia e orgoglio».
A Bergamo pensano invece che lo Scamacca sbocciato a marzo sia la naturale evoluzione dei mesi della semina gasperiniana. Su di lui l’Atalanta ha investito ben 25 milioni, cifre che non sono nella sua natura: significa che gli ha affidato un salto di livello. E lui ha investito sull’Atalanta, preferendola all’Inter, perché convinto che Gasperini lo avrebbe portato a un livello più alto. Ci è voluto un po’, sta succedendo: prima di questi otto, sette gol in sette mesi erano pochi, ma è stato come un periodo di formazione, con un paio di infortuni a mettersi di traverso. Gasperini gli ha chiesto cose che lui non era incline a fare: movimento senza palla, rientri, convergenze, dialoghi. Dicono che in campo sembrasse sempre così serio perché in realtà concentrato sulle cose da fare, sui dettagli da curare: ci vuole un po’ prima che diventino naturali, quasi istintive, come adesso sta cominciando ad accadere.
Di certo Gasp non ha mai smesso di credere in quell’attaccante che, negli esercizi di tiro alla fine degli allenamenti, dà sempre spettacolo, mettendola all’incrocio nove volte su dieci, con potenza e precisione inaudite, che importa se col destro o col sinistro. Quella meraviglia di gol che gli hanno annullato l’altra sera, per lui è la quotidianità e Gasperini sta facendo in modo che lo diventi anche in partita, studiando schemi su misura.
Scamacca sembra un orso, ma tutti giurano che non lo sia. Anzi. Ha la naturale simpatia romanesca, perde il sorriso di rado, tiene alto il morale della comunità. Gli manca ancora la capacità di stare sul pezzo con la feroce determinazione di chi non ha altro che l’ambizione e a volte in campo ha momenti di assenza. Potenzialmente invece non gli manca nulla e il suo rendimento nelle coppe (10 gol in 17 partite tra Europa e Conference League, 9 in 11 di Coppa Italia) dice che è uno che fiuta la partita che non dà scampo: chissà il rammarico per dover saltare la finale con la Juve per quell’ammonizione guadagnata per eccesso di generosità e che tre mesi fa non avrebbe preso, perché non si sarebbe speso in quella rincorsa. In nazionale invece non è ancora sbocciato (1 rete in 15 presenze) lasciando la domanda di partenza in sospeso. «Ma ora il centravanti l’abbiamo trovato», asserisce Muzzi. «E se la giocherà alla pari con i migliori dell’Europeo».
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