ISERLOHN — La partita contro la Bosnia era finita da poco. C’era Empoli, casa sua, c’erano Federico e la piccola Matilde, due dei suoi tre figli: il tempo di un abbraccio. La mattina era andato a Montespertoli a votare, poi allo stadio Castellani vestito da ct, per le sue strade. Luciano Spalletti non poteva salire sul volo per la Germania senza quella boccata d’ossigeno familiare, l’ultima prima di partire per l’avventura. Inizierà stasera con un’altra famiglia, quella che ti scegli, che costruisci pezzo a pezzo fino a contare ventisei figli, ragazzi a cui affidare la missione di difendere la corona d’Europa.
Quanto è lontana Dortmund da Avane, il posto in cui il pallone ha iniziato a rotolare nella vita del ct azzurro, tanto tempo fa. Una squadra di quartiere epicentro della costellazione di comuni intorno a Empoli in cui la famiglia Spalletti ha radici – non solo in senso figurato – profondissime. Montespertoli, Montaione, Sovigliana, dove vive mamma Ilva, una signora di quasi 90 anni e di una elegantissima discrezione a cui il commissario tecnico deve uno dei ricordi più emozionanti legati alla Nazionale: “A undici anni le chiesi di cucirmi una bandiera tricolore dopo Italia-Germania 4-3”.
Cinquantaquattro anni dopo, l’Italia in Germania l’ha portata lui.
Spalletti e gli amici di sempre
Seguito come sempre dal gruppo degli “avanesi ossessivi”, gli amici più stretti, quelli che nella vita ci sono stati sempre. Il capo branco era per tutti il fratello Marcello, scomparso cinque anni fa. Giocando con le date, la sorte ha voluto che quest’avventura inizi il 15 giugno, giorno della nascita di quel fratello amatissimo celebrato anche dopo la sua scomparsa con una festa a tema Isola di Wight, quasi a dare un senso al dolore: quest’anno si farà ancora ma più avanti. A Marcello l’allenatore ha dedicato il primo pensiero, le prime lacrime dopo lo storico scudetto portato a Napoli nel 2023. Il trionfo che lo ha incoronato, una cima dove solo un altro aveva messo la propria bandiera: Spalletti come Maradona.
Nell’Italia senza troppo talento forse il fuoriclasse è lui, Spalletti. Un papà che difende Donnarumma da chi non lo apprezza abbastanza (“Se al Psg non lo vogliono, troveremo una squadra più forte”) ma pronto a ricordargli che la paghetta va meritata con l’impegno, altrimenti “abbiamo altri portieri fortissimi come Vicario e Meret”. Regole: di certo chi le rispetta piace a Spalletti, cresciuto imparando che i frutti richiedono dedizione per uscire dalla terra. Lo ha dovuto spiegare ai giornalisti stranieri, interessati solo al motivo per il quale del divieto di usare la PlayStation: “Non ho mai detto che non voglio i videogiochi. Ma è giusto che un calciatore resti sveglio la sera prima della partita fino alle tre o alle quattro di mattina per giocare? Io ho detto solo che voglio che la notte si dorma”.
Totti e la PlayStation
Un concetto che gli costò il legame fraterno con Totti, ricucito solo con quell’abbraccio nell’aula Magna di Coverciano. Era il 2016, Luciano di ritorno nella capitale pose paletti chiari: “Non voglio che passiate la notte a giocare a carte, lo prescrive anche il regolamento interno”. Francesco rispose scocciato: “E se non l’ho firmato, quel regolamento?”. Da lì la frana. Lo ha raccontato lo stesso Totti nella biografia scritta con Paolo Condò, non vedendo forse come quella frase lo inchiodasse alle sue colpe.
Non sappiamo cosa dirà Spalletti ai ragazzi prima della partita. Ieri le ultime indicazioni tattiche, come quelle che disegnava con la penna sulle tovagliette di un ristorante di Empoli, qualche anno fa. Oggi parlerà il campo. E dirà quanto abbia saputo trasferire ai suoi ragazzi l’entusiasmo di un bambino di undici anni che aspetta di sventolare la sua bandiera.