Prandelli: “Il calcio moderno ingabbia il talento, oggi Baggio giocherebbe a fatica. Ma l’Italia è al sicuro con Donnarumma, Chiesa e Barella”
dal nostro inviato Enrico CurròISERLOHN — Cesare Prandelli, da ct nel 2012 lei sfiorò il titolo europeo in finale con la Spagna: dove può arrivare l’Italia di Spalletti?
«Giovedì a Gelsenkirchen ce ne renderemo conto. Se teniamo botta con questa Spagna, che è diversa da quella di allora ma ha i due migliori giovani esterni d’Europa, Yamal e Williams, possiamo dire la nostra».
Con De La Fuente non è più la “Roja mecanica” del tikitaka.
«Gioca molto più in verticale, esalta le caratteristiche dei propri talenti. In questo senso continua a insegnare tanto, è anticipatrice. Ma tutto dipende anche da noi. Stiamo cercando la nostra completezza».
A che punto del percorso siamo?
«Luciano è talmente bravo che con la capacità gestionale, sua e dello staff a cominciare da Buffon, sta riuscendo a formare un gruppo così granitico da permetterci di sopperire al divario di talento rispetto alle nazionali che ne hanno di più».
Ce ne sono tante?
«Ormai le squadre sono tutte uguali, senza qualità specifiche. In questo Europeo vediam…
ISERLOHN — Cesare Prandelli, da ct nel 2012 lei sfiorò il titolo europeo in finale con la Spagna: dove può arrivare l’Italia di Spalletti?
«Giovedì a Gelsenkirchen ce ne renderemo conto. Se teniamo botta con questa Spagna, che è diversa da quella di allora ma ha i due migliori giovani esterni d’Europa, Yamal e Williams, possiamo dire la nostra».
Con De La Fuente non è più la “Roja mecanica” del tikitaka.
«Gioca molto più in verticale, esalta le caratteristiche dei propri talenti. In questo senso continua a insegnare tanto, è anticipatrice. Ma tutto dipende anche da noi. Stiamo cercando la nostra completezza».
A che punto del percorso siamo?
«Luciano è talmente bravo che con la capacità gestionale, sua e dello staff a cominciare da Buffon, sta riuscendo a formare un gruppo così granitico da permetterci di sopperire al divario di talento rispetto alle nazionali che ne hanno di più».
Ce ne sono tante?
«Ormai le squadre sono tutte uguali, senza qualità specifiche. In questo Europeo vediamo un calcio molto globalizzato. In tutto il mondo si usa lo stesso cliché, molto semplice da leggere ma complicato da prevedere nel risultato».
Più incerto, dunque.
«Più uguale. Si fa tanto palleggio e si ingabbia la fantasia. Il sistema prevale sull’individualità. Non è un caso che vincano quelle nazionali che lasciano liberi di esprimersi i loro giocatori più talentuosi».
Anche perché magari ne hanno parecchi.
«In Italia da vent’anni diciamo che mancano i talenti, le punte soprattutto. Ma che cosa abbiamo fatto per coltivarli? Vai a vedere i settori giovanili dei club e ti accorgi che già a quel livello si punta sul possesso palla e si penalizzano i fantasisti. Abbiamo cresciuto buoni centrocampisti e difensori molto tecnici, ma in genere lì ci fermiamo. Le faccio un esempio?».
Prego.
«Il calcio italiano era Rivera, Baggio, Del Piero, Totti. Ora, fin da bambini, non saprebbero più dove metterli, dentro il sistema tattico. Al limite li inseriscono, ma solo a patto che si adattino. Se però un talento si adatta, non è più un talento. Baggio oggi farebbe molta, molta fatica a trovare spazio nel settore giovanile. Le eccezioni sono i Paesi sudamericani e quelli dove chi ha doti tecniche e di fantasia sopra la media non viene ancora contaminato».
Scamacca non può essere il grande centravanti che serve?
«Sì che lo può essere, si sta cercando di farlo diventare tale. Ma prima i più bravi a 18-19 anni giocavano già titolari in A. Adesso ogni azione passa attraverso molti tocchi e pochi cross, il centravanti viene sempre incontro al pallone. Così perde l’innata sensibilità in area di rigore, che è di pochi e che andrebbe assecondata».
Le Under azzurre vincono.
«Perché fino ai 20 anni siamo molto competitivi e nelle nostre Under viene fatto un lavoro perfetto, come se fossero un club. Poi questi ragazzi riemergono dopo 3-4 anni e li ritroviamo cambiati».
Durante la sua gestione da ct uno studio tecnico della Figc prefigurava la possibilità che l’Italia non si qualificasse più per il Mondiale.
«Si erano messi a ridere, ma noi lo studio lo avevamo fatto e purtroppo non mentiva: nel 2018 e nel 2022 al Mondiale non ci siamo andati. Certo, poi sbagli un rigore ed è imponderabile, ma si tratta di dettagli».
L’eccezione è l’Europeo vinto nel 2021 da Mancini?
«No, quell’Italia lì giocava benissimo. Arrivò al torneo con grande sicurezza nei propri mezzi. La aiutò un po’ di fortuna, il fuorigioco a volte è questione di 20 centimetri. Però il bel gioco era innegabile e va riconosciuto, insieme al fatto che molti giocatori riuscirono a dare in quel mese molto più di quanto ci si potesse aspettare. E i talenti, Chiesa devastante e Donnarumma straordinario, furono eccezionali».
Questi ultimi due ci sono ancora.
«Loro due e Barella, che è sempre più un centrocampista completo. Ha molta sicurezza e la trasmette: va a pressare, ha intuito, va a concludere, ha grande personalità».
La difesa con Bastoni regista e Calafiori novità è la formula giusta?
«Si capirà di fronte ad attaccanti più forti di quelli dell’Albania. Spalletti sta formando una squadra vera, come un club, in cui ognuno fa la corsa in più per un compagno. E nessuno è imprescindibile».
Il suo fu l’Europeo del gruppo o del talento?
«Si stava chiudendo la fase dei campioni del 2006 e si cominciava a capire che dietro loro non avevamo molto. Però c’erano ancora Buffon, Pirlo e De Rossi, c’era Cassano con la sua personalità in campo. E c’era Thiago Motta, che infatti è arrivato dov’è arrivato».
La finale di Kiev, dominata dalla Spagna di Xavi e Iniesta, resta una ferita?
«Purtroppo non l’avevamo programmata a livello logistico. Viaggiammo molto di più rispetto agli spagnoli, con due giorni in meno di recupero. E se le energie le spendi, per di più senza un vero allenamento per la finale, poi paghi».
L’Europeo è anche occasione per lanciare messaggi extracalcistici: quello di Mbappé sulle elezioni in Francia è stato fortissimo.
«Non c’entra l’aspetto politico, ma quello di una nazione che affronta un momento così importante. I calciatori hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero. Si fa di tutto per allontanarli dalla gente, ma non vivono in una campana di vetro».
La sua Nazionale andò in visita al carcere di Sollicciano, ad Auschwitz, nell’Emilia colpita dal terremoto e a Rizziconi, a inaugurare il campo di calcio confiscato alla ’ndrangheta.
«Non siamo stati un’eccezione. Certo, siamo stati molto vicini alla gente. Avevamo deciso di accettare di rappresentare qualcosa: la maglia azzurra lo merita e lo richiede. Non puoi tirarti indietro: sei un privilegiato e qualcosa devi restituire».